Esattamente un mese fa, Marco Mengoni ha chiuso il suo tour Marco Negli Stadi 2023 con la grande festa al Circo Massimo: 60mila spettatori, colleghi e amici che hanno unito le proprie voci alle sue, otto ore di musica tra dj set e palco principale, fuochi d’artificio e un afterparty anni ’90 che ha abbattuto ogni barriera possibile con l’intera crew tecnica sul palco a scatenarsi con artista e pubblico.
Niente quarte pareti, niente ruoli, niente distanze. Un unico flusso d’energia, di leggerezza, di compartecipazione e di catarsi. Degna chiusura di magnifico viaggio live che, di tappa in tappa, si è evoluto in qualcosa di molto più pregno di significato di una già più che dovuta celebrazione di un anno a pieno titolo fondante nella carriera di Marco.
Un palco dalle molteplici stanze
Tra gli aspetti che hanno fatto, della avventura negli stadi, uno spettacolo a suo modo unico, non si può non citare, in primis, l’impianto scenico dalla struttura e dalla ricchezza poco “italiane” se, senza voler scomodare lo Stanis La Rochelle di Boris, si vuol riconoscere con onestà che le mise–en–scène che vanno per la maggiore tra gli artisti pop nel nostro Paese giocano principalmente sui giochi di luci e su qualche proiezione su schermo.
Nel caso di Marco Negli Stadi 2023, nessun dettaglio è stato lasciato al caso, compresa l’aggiunta, rispetto al tour dello scorso anno, di prismi stilizzati ai lati della scalinata centrale. E poi: l’enorme arco luminoso che dà profondità e aggiunge suggestione, una lunga passerella con due ulteriori palchi a offrire la piena sensazione di una immersione tra i suoni e il calore del pubblico, una piattaforma in grado d’innalzarsi di più cinque metri che è sospensione nello spazio e, insieme, desiderio di cogliere ogni sguardo, così da non perdere mai il senso profondo di questi genere di magia.
Illuminazioni che prendono forma quasi tridimensionale e viva, oggetti che si fanno protagonisti come l’enorme prisma dalle molteplici valenze, ponti video collocati alla perfezione nel corso dello spettacolo per accendere riflessioni in perfetta continuità col flusso emozionale creato dalle canzoni. Una concezione avvolgente e dinamica, caratterizzata da un elemento (in) particolare: la capacità della sola musica di definire già da sé gli ambienti e le loro atmosfere.
Da Cuba alla Louisiana, a ogni nota il suo cielo
Come a teatro le pareti mobili della scenografia, i brani costruiscono vere e proprie stanze, in ogni angolo del mondo, ciascuna con un proprio arredamento tonale e cromatico: il variopinto universo dei club anni ’80 per No stress , Fiori d’orgoglio e Pazza musica, il calore etereo della chiesa gospel della Sun Belt americana per il gospel struggente di Luce e Proteggiti da me, i palchi infuocati dell’acid rock per Credimi ancora e Psycho Killer, l’intimismo dei locali chitarra, legno e pensieri per Proibito, Hola, Guerriero e Ti ho voluto bene veramente, una spiaggia estiva tra pomeriggio e tramonto per Io ti aspetto e Pronto a correre, un teatro vuoto, con un unico riflettore puntato a centro palco, per Due vite, un improvvisato palco cubano animato da infaticabili ed entusiasti salseri per Buona vita.
Un racconto senza stacchi
E a collegare alla perfezione le stanze, come corridoi d’arte viva, una band dalle eccellenti qualità e sintonia (Giovanni Pallotti a direzione artistica, basso, synth e programmazione, Peter Cornacchia e Massimo Colagiovanni alle chitarre, Davide Sollazzi a batteria e batterie elettroniche, Benjamin Ventura a pianoforte, piani elettrici e synth, Leo Di Angilla a percussioni e ritmiche elettroniche, Adam Rust a organo e synth), e un coro che davvero non ha nulla da invidiare ai backing vocalist delle star d’Oltreoceano.
A farla da padrone sono, inevitabilmente e senza nulla togliere all’impeccabile Moris Pradella, le tre voci femminili, e le tre ben decise e distinte personalità, di Nicole Thalìa, Yvonne Park ed Elisabetta Ferrari, in grado di farsi avvolgenti e grintose, di portarci per mano da Beyoncé alla Motown, di concentrare su di sé gli sguardi o di convogliarli su Mengoni, di creare armonie, transizioni, amplificazioni e tappeti con indiscutibile classe performativa e un doveroso, apprezzatissimo tocco glam.
Gli abiti, non orpelli ma agganci narrativi
Versace, Valentino, Mugler, Fendi: nel corso del tour, i look di Marco hanno rappresentato un racconto nel racconto. Grandi marchi portati in scena come arte che si fonde all’arte. Da un live all’altro, da una canzone all’altra, gli abiti, già facenti parte di collezioni o creati su misura, vengono fuori di prepotenza dalla gabbia del ruolo al quale spesso sono confinati, quello di riempitivo, di distrattore, di strillo editoriale quando la notizia principale si rivela al di sotto delle attese e dell’enfasi che ne ha accompagnato l’annuncio.
Luce, brillii, tessuti che si fanno tatuaggi, trasparenze, tagli sartoriali unici: le diramazioni della narrazione prendono forma sulla pelle, scandendo le colorazioni emotive dello spettacolo e segnando, anche visivamente, gli stacchi tra le atmosfere.
Anche questa, una modalità espressiva che molto di rado si riscontra, oggi, negli spettacoli musicali dal vivo, forse ritenendola un aspetto superficiale e una concessione controproducente al vezzo. Quando, in realtà, se studiato con cura e coerenza, come la storia del pop e del rock c’insegna, l’outfit caratterizza e distingue, facendosi al contempo celebrazione e messaggio.
E poi… Marco.
Vent’anni. Guyliner, canotta nera a rete, completo giacca e pantaloni di un arancio accecante. Helter Skelter. I Beatles, quelli punk. X Factor 2009. Marco Mengoni rende quasi invisibile il pur diversamente sobrio, psichedelico impianto scenico firmato da Luca Tommassini, stordendo giudici e pubblico, e generando nei più attenti la sensazione di trovarsi di fronte a un — ci si conceda l’abusata espressione — animale da palcoscenico d’un calibro al quale il nostro Paese da tempo non era più abituato. O forse, non lo era stato mai.
Quattordici anni e infiniti live dopo, Mengoni non ha fatto altro che rendere quella impressione cemento inscalfibile. La sua voce, questo è noto, è un’orchestra ritmica e sinfonica, da vette francamente inarrivabili e da tenerezza piana e piena, da rock e da blues, da chiesa e da pista, da storie di dolore e lotta d’altre genti e da struggente tradizione popolare italiana.
Spazi abitati, dove play è anche gioco
Ma c’è altro, c’è di più. C’è una capacità naturale e inconsueta di abitare e di divorare lo spazio frammento per frammento, personalizzandolo senza invaderlo. Marco calpesta ogni centimetro, e se di questo calpestio si facesse una sequenza di frame, in ognuno apparirebbe una espressione, un moto emotivo, una attitudine diversi.
Gioca con i suoi musicisti e con il pubblico, con gli abiti e con le camere, sfodera credibili sfrontatezza e sensualità, poi butta giù la maschera e ride divertito come lo si fa di una finzione; s’accosta al piano, fa fare danze da capogiro alle sue note conferendo loro letterale sacralità, poi quasi twerka nella transizione da urlo tra un imprevedibile arrangiamento de L’essenziale, il ritornello di Crazy in love e l’incipit strumentale di Pazza musica.
E poi Guerriero e Ti ho voluto bene veramente, quando lo spazio diventa un punto e quel punto è a sinistra sul petto, o in forma di goccia, tra le ciglia. E poi, le palpebre e le voci che si chiudono a sfogliare scatti di delicata quotidianità su Proibito, e poi di nuovo l’apertura, sonora e di respiro, sulla già citata Buona vita, danza apotropaica contro ogni resa.
Una marea che alterna ondate e risacca, che trascina e deposita pensieri, riflessioni, introspezione e condivisione. Libertà e coraggio. Fragilità e nudità emotiva. E una sicurezza piena, fiera, da performer internazionale come preconizzato da un lungimirante Elio proprio nel corso di una puntata di quell’X Factor dal quale questo viaggio ha preso l’abbrivio; sicurezza che non è arroganza ma esperienza, che si genera dalla profonda coerenza tra artista e persona, e che rende ogni atto di scena, per quanto ossimorico possa suonare, tangibilmente scevro di artifici.
Una storia da cantare
Così come l’intero progetto Materia parte idealmente dalle radici dei suoni e delle storie, transita attraverso le linee della pelle e arriva alle prismatiche sfumature dell’anima, in un viaggio centripeto che poi diventa riverbero sul mondo, in un continuo scambio tra universalità e intimità, così accade anche per la narrazione che Marco Mengoni mette in scena.
C’è, dunque, un nucleo del tutto personale d’intenzioni, di progettualità, di ricordi, di dolore, di incontri, di scontri, di fallimenti, di viaggi, di realizzazioni, di dubbi, di rabbia, di sentimento, di delusione, di consapevolezze, di accettazione, di tentativi e di bilico, di conquiste e di gratitudine, nei piccoli gesti e nei grandi sorrisi, negli occhi che rilucono di gioia o s’intridono di sofferenza su alcuni brani più che su altri, negli anelli rigirati tra le dita e nella Progress Pride Flag avvolta intorno a sé come un mantello da supereroe, nelle parole modificate e in quelle gridate, nell’interminabile, quasi timido coro di “grazie” e quel silenzio che concede il tempo di assorbire, di elaborare, di accettare che ci sia una parte di merito in un tale ritorno d’amore.
Come nei libri in lingua con testo a fronte dei tempi della scuola, anziché verbalizzare le sue emozioni in modo esplicito, Marco semplicemente le lascia lì, sulla scena. E, accanto, riserva una pagina bianca a chiunque voglia, lasciandosi ispirare, incoraggiare, commuovere o abbracciare dalle sue, accostarvi le proprie.
Tuttavia, quando necessario, non rinuncia a spronare: a non distogliere mai lo sguardo dall’altro da sé, a non ingoiare a testa bassa bocconi amari, a imparare a riconoscere i propri limiti e ad accarezzarli, a non dare per scontato ciò che richiede una costante conquista, a non lasciare che il “c’è tempo” rallenti il passo dell’amore, a sentire forte la responsabilità per una umanità che è collettività nella diversità. A lottare, lottare, lottare, perché ogni azione introduce una deviazione nel corso pigro e talvolta violento della Storia, e ogni deviazione ha il rivoluzionario potere di rinfocolare la speranza.
Le nostre fotogallery
Eccola, dunque, la nostra fotogallery inedita del live al Circo Massimo, a cura di Emanuela Vertolli:
E, per un’ultima — per ora, solo per ora, ché il tour europeo è più vicino di quanto il pomeriggio di Ferragosto possa lasciar intendere — passeggiata sul viale dei ricordi, a essa associamo le fotogallery delle altre date del tour alle quali abbiamo preso parte: San Siro (Riccardo Medana) e Torino (Renata Roattino).
Per i video inseriti in questo articolo, si ringrazia Michela Gianstefani.






































Bellissimo articolo, complimenti. Nessuna retorica, niente luoghi comuni, si va dagli inizi della carriera di Marco sottolineando aspetti forse ai più sconosciuti. Uno dei pezzi meglio cuciti di sempre. Brava!!!
p.s. Grazie infinite per aver condiviso i miei video
complimenti sinceri per un’analisi accurata e profonda sul lavoro di Marco Mengoni, un performer assolutamente unico in Italia, in grado di offrire spettacoli live di grande qualità. era da tempo che non leggevo un resoconto così accurato ed esaustivo di un lavoro complesso e mai banale come un concerto di questo artista . deliziosa poi l’autodescrizione, specialmente l’esistenza della realismologia….. .alfonsa malservigi
Se io fossi Marco Mengoni e lèggessi questo articolo piangerei per una settimana perché racchiude, a mio avviso, tutti i messaggi e le emozioni che l’artista ha voluto trasmettere in questo tour e non solo…
La disamina è attenta ed accorata e va dritto al cuore!
Grazie davvero!❤️