Oppenheimer

Vita del padre dell'atomica americana. Una reazione a catena

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Oppenheimer
di Christopher Nolan
con Cillian Murphy, Robert Downey Jr., Matt Damon, Emily Blunt, Florence Pugh

Oppenheimer è un genio: prima di prendere la direzione del Progetto Manhattan, la costruzione dell’atomica che verrà sganciata su Hiroshima e Nagasaki, pubblica più dei suoi insegnanti che prendono premi Nobel (lui no, però), maneggia la fisica come un equilibrista, concepisce i buchi neri con decenni di anticipo. Oppenheimer è fragile: il film riporta la storia della mela “quasi avvelenata” che lasciò sulla cattedra di un professore amato e odiato, ma non riporta la serie di psicoanalisti (ne ebbe di più di Marilyn Monroe) da cui andò. Oppenheimer è un dandy: informale nell’insegnamento e nel sociale, fa strage di cuori e ama  la natura selvaggia del deserto in cui poi porterà gli scienziati a sperimentare l’atomica. Oppenheimer è un organizzatore monstre: riesce a coordinare tutte le teste pensanti che possono costruire l’atomica prima dei nazisti e contemporaneamente a soddisfare i militari. Oppenheimer è un mostro: come dice lui, quando vede la bomba in azione, “sono diventato il dio della morte”. La citazione è dalla Baghavad-Gita, dove il dio Krishna spiega al principe Arjuna terrorizzato dalle conseguenze della guerra cosmica (ma è il suo destino, ineluttabile e scritto come quello di Oppenheimer, forse…) “io sono il tempo, il frantumatore di mondi”. Oppenheimer è il carnefice e la vittima: quando nel dopoguerra la Guerra Fredda “esige” l’escalation verso la bomba all’idrogeno, non collabora e viene messo sotto inchiesta da Lewis Strauss, il primo chairman della Commissione per l’Energia Atomica che a suo tempo lui aveva irriso. Il meccanismo? Il fisico-dandy-folle-guerriero viene sospettato di essere stato in gioventù  troppo vicino ai comunisti americani: ci si può fidare di lui ora che i sovietici sono nemici? Il film di Nolan è insieme normale, folle e geniale. Normale perché è una biografia molto parlata di tipo tradizionale survoltata con trovate visive  e sonore. Folle perché il libro a cui si appoggia (Oppenheimer di Bird e Shervin, Garzanti: premio Pulitzer) è monumentale e comprimerlo in un film farebbe disperare un fisico atomico. Geniale perché mentre ti aspetti da Nolan effetti speciali “atomici” gli effetti li mette nell’uso del colore (a colori il crescendo, in bianco e nero la persecuzione), nel suono (occhio alle scarpe, più che agli atomi) e nel consueto (per lui) uso relativistico del tempo narrativo. Ma se vi aspettate una graphic novel radioattiva potreste uscire delusi…

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