Tre piccoli ensemble – due quartetti e un trio – propongono i loro nuovi lavori. Caratteristica peculiare quella di essere pianoless, ovvero senza pianoforte, né altre tastiere, sia acustiche che elettriche/elettroniche. Un jazz essenziale e distillato, che esprime idee e poetiche espressive chiare, rodate dalle lunghe carriere e dalle mille collaborazioni dei rispettivi leader: Daniele Malvisi, Roberto Ottaviano e Francesco Bruno.

Daniele Malvisi
Io sono un albero (Alfa Music/Egea)
Voto: 7/8
Sono passati 35 anni dal debutto nel gruppo rock dei Militia da parte del sassofonista toscano, che nel frattempo ha proposto la sua musica in ambito concertistico classico, composto soundtrack per il teatro, collaborato con artisti pop e rock e soprattutto si è proposto in ambito jazz. Sia come partner di pregio di musicisti d’eccellenza (citiamo nel mazzo Paolo Fresu, Horacio Hernandez, William Parker, Danilo Rea, John Taylor…), sia come primo sassofono in ensemble orchestrali, sia come leader di formazioni dalla diversa composizione, con le quali ha inciso una decina di album a suo nome.
Descrivendo il suo modo di comporre, diceva in un’intervista a Musica Jazz: «lascio che le idee emergano in modo inconscio: quando succede le canto a voce e mi registro sul momento, usando
il cellulare. Poi trascrivo queste piccole intuizioni sul pentagramma e inizio a immaginare mentalmente il suono del brano. Quando quest’ultima parte inizia a prendere forma e a consolidarsi, cerco di scrivere gli arrangiamenti rincorrendo l’immagine sonora che mi sono costruito e, con l’aiuto del pianoforte e del computer, inizio a buttare giù dei canovacci sonori, che aggiorno di giorno in giorno fin quando il brano non è finito.»
L’iter seguito per questo cd è senz’altro lo stesso, con punto di partenza l’amore per il figlio Cesare (il titolo è preso da una sua poesia di quando era bambino e tutto il lavoro è dedicato a lui) e per la natura, per il grande regista Hayao Miyazaki e per l’incedere del tempo. I nove brani, proposti in quartetto con il chitarrista Simone Basile e i ritmi Francesco Pierotti al contrabbasso e Dario Rossi alla batteria, suona moderno, pieno di intenzioni, lirico ed essenziale. Un jazz mainstream che scivola nelle orecchie con la suadente bellezza della sincerità e con la poetica di una sensibilità affinata nel tempo. Difficile scegliere il brano più significativo, il delicato Journey Of Waiting oppure l’architettonico History Of Hands, l’emotiva title-track oppure il “classico” Cronos. Tutto è perfettamente organizzato, i climi sonori si alternano con eleganza e precisione, sempre un po’ attesi e telefonati, ma che, come le acrobazie di un ginnasta, tutte previste e catalogate, ogni volta “volano” differenti, agili o discreti, con la qualità del tenore del leader a dettare la linea agli affidabili comprimari.

Roberto Ottaviano & Pinturas
A che punto è la notte (Dodicilune/IRD)
Voto: 8
Presentando il primo dei tre distillati lavori proposti finora nel quartetto Pinturas (Un dio clandestino del 2008), il sopranista barese diceva a Nicola Gaeta di Jazz Magazine: «Il jazz è un’energia che deve essere lasciata libera di impazzire positivamente con i suoni visionari di John Zorn, con le sperimentazioni nordeuropee, con alcune radicali convulsioni del mondo afroamericano, con diverse delle cose meravigliose che il nostro Paese riesce ancora a esprimere.» Oggi, 15 anni dopo, il concetto rimane identico e soprattutto rimane identica la capacità di Roberto Ottaviano – uno dei maggiori jazzisti italiani, conosciuto in tutto il mondo, dove ha collaborato con i più grandi, e giunto al quarantennale dal debutto da leader con Aspects -, Nando Di Modugno alla chitarra, Giorgio Vendola al contrabbasso e Pippo D’Ambrosio alla batteria di realizzare un nuovo, piccolo, delizioso gioiello sonoro, dopo il secondo cd insieme, Change The World del 2017.
Se i due precedenti lavori erano dedicati rispettivamente alla world music e alle canzoni pop-rock, questo nuovo A che punto è la notte (titolo “rubato” a un racconto di Fruttero & Lucentini) propone i quattro come compositori in prima persona. Cinque i brani del leader, uno per ciascuno gli altri, cui si sommano due cover che li racchiudono. Un jazz in punta di penna, acquerellato e cesellato, che vola modernissimo su una brezza leggera che sorregge appena i colori delle sue trame lievi e cesellate come fiocchi di neve.
Apre la brasileira O Silêncio Das Estrelas di Fátima Guedes, una canzone sulla solitudine che diventa un lirico sussurro evocativo, con la linea melodica del soprano intervallata da un basso discorsivo e un ricamo della sei corde acustica e chiusa da un solo prima scherzoso poi vibrante. The Moon Is Hiding Beyond Your Mouth ha un sapore etereo e luminoso con un lunare assolo di Vendola e un ottimo lavoro di D’Ambrosio, che firma la successiva Hermes, dove il dialogo chitarra-sax è una prelibatezza appena appena tinteggiata di Sudamerica. Pinturas, scritta dal contrabbassista, è la più cantabile e mediterranea, Boo la più delicata e interiore, Notturno indiano, scritta e condotta dal chitarrista, scorre come un pensiero nostalgico di terre lontane. You And The Night And The Words è una sorta di staffetta chitarra-sax sospinta dal gioco sottile della ritmica, Like Tears From The Sky è dedicata come tutto il cd al chitarrista Rino Arbore, deceduto lo scorso anno, ed è un po’ ricordo affettuoso un po’ lamento triste, Scout è la più ritmica, con un andamento quasi schizzato e astratto. Chiude la Avalanche di Leonard Cohen, bella come l’originale, il che è complimento non da poco.

Francesco Bruno
Zàkynthos (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
Innanzitutto la sua definizione di jazz, che ci trova d’accordo al 110%. «Il linguaggio del jazz», scrive il chitarrista romano nelle note di copertina, «non conosce confini geografici e temporali, è il più forte dei venti che conosco, capace con la sua forza di attraversare le culture di tutto il mondo, spazzando via ogni dogma o pregiudizio, rimanendo vivo e rinnovandosi da sempre proprio grazie a questa libertà espressiva.» E proprio ai venti è dedicato questo 13esimo album da leader di Bruno, tappe di una carrellata artistica che lo ha visto partire con i napoletani Edoardo Bennato, Tony Esposito e Teresa De Sio, attraversare i territori della world e del rock-blues, sfiorare la new age, ma soprattutto percorrere le vie di un jazz elegante e colto, pieno di un melodismo istintivo e coltivato insieme, con riferimenti stilistici vari, ma con un intento ispirativo che gli viene direttamente dalle evoluzioni e dalle ricerche di Pat Metheny.
Con Zàkynthos – nome originale dell’isola greca resa immortale da un sonetto di Ugo Foscolo – Bruno porta il suo jazz alla totale distillazione, lo guarda e lo ricrea, lo accarezza e se ne lascia trasportare. Il suo orizzonte sonoro è sempre in lenta espansione, senza angoli bui, senza squarci sovraesposti, è disteso e assolato, vola a scalfire ogni lontananza, si avvicina come un amico di cui abbiamo bisogno. Per questo la sua sei corde negli otto brani non ha bisogno di sovrastrutture e di sovrapposizioni, non ha bisogno di altri supporti, solo di una sezione ritmica che pulsa in simbiosi e che è pura discrezione, presente e indispensabile come un maggiordomo inglese, formata dai fidatissimi Andrea Colella al contrabbasso e Marco Rovinelli alla batteria.
L’apertura è Jaloque, calda e variabile come il vento scirocco del titolo, più soffice e insieme aperta su orizzonti tra terra e cielo la title-track, Briza è avvolgente come una brezza sudamericana, alle cui contraddizioni tra malinconia e carnevale si ispira. Ancora in Grecia per Etesii, i “monsoni” dell’Egeo, brano che ha un senso di classicità quasi suggerito dalle sponde su cui soffiano; e di nuovo in territorio latino con il vento caraibico del quinto brano Bayamo, intriso di sapori afrocubani utili per liberare solismi sensibili e virtuosi insieme. Africo è una calda ballad che si ispira al libeccio, che dal sud spira anche sulle nostre coste, un assolo di batteria apre Zonda (un vento argentino) con tutte le sue articolazioni modernamente mainstream, chiude Aeráki, che in greco significa “brezza”, una ballad intensa, dalle inflessioni che sembrano aprirsi e dissolversi continuamente come il respiro.







































