Gli occhi di Emma Stone senza effetti speciali sono già a metà strada tra la vita e la morte. Nel film di Yorgos Lanthimos, Poor Things, Povere creature, in una Londra post vittoriana un po’ steampunk (il cyberpunk dell’epoca del vapore) è una morta suicida richiamata in vita dal chirurgo Dafoe, per tutti God (Dio), bravissimo ad assemblare organi: lui stesso, oggetto degli esperimenti di un padre folle, sembra un puzzle di carne e si circonda di chimere: cani-oca, galline-maiale e via così. Un burlone geniale. La signora “riavviata” ha un cervello particolare che ricomincia a imparare: è una bambola di carne con le censure mentali e le inibizioni sociali di un neonato in crescita veloce: quindi può sperimentare come una buffa bambola zombie tutte le tappe di una femminilità assolutamente libera: nelle parole (ne impara 15 al giorno, ma gli accostamenti sono strepitosi), nei bisogni soddisfatti al momento, nel sesso esuberante, nei sentimenti molto liberi, anche nella violenza in un crescendo che arriva ai bordi del crimine. Comunque è una macchina distruttrice di maschi vanitosi che usa e analizza. Niente di tragico: il tutto è spesso comico, filosofico, esagerato, istruttivo, come l’uso eccessivo di ottiche grandangolari e di colori psichedelici. Al momento è il film più film di Venezia, forse troppo lungo e, se fosse un rimprovero, con troppe idee.
Venezia 80. Povere creature
Yorgos Lanthimos esagera e propone una creatura femminista steampunk





































