1953. Una madre e due figlie vedono un film -diciamo-“neorealista” in bianco e nero. Primo riferimento cinefilo. Le due sorelle vivono di sogni di cinema. All’uscita dal cinema un talent scout straccione propone alla sorella maggiore un provino per una comparsata in un peplum a Cinecittà, ma tutte e due le sorelle vanno al provino accompagnate dalla mamma. Riferimento: Bellissima di Visconti. La sorella minore vaga tra i meandri degli studi e vede un cinegiornale sulla ragazza trovata morta sulla spiaggia di Capocotta: Wilma Montesi, aspirante attrice. Sta per scoppiare l’omonimo scandalo epocale che coinvolgerà notabili democristiani. La ragazza a sorpresa piace alla diva americana di un peplum e accompagna la diva, l’attore del film neorealista e un mercante d’arte prima in una trattoria tra rovine romane un po’spettrali e poi in una villa a Capocotta dove ricchi e imbucati fanno la dolce vita (riferimento ovvio Fellini) e i padroni di casa procacciano vergini per orchi dissoluti. La nostra eroina però evita il peggio, ribalta una situazione imbarazzante, ha un’avventura e intanto il fidanzato poliziotto e il padre la cercano (riferimento: Lo sceicco bianco di Fellini). Nel finale, all’alba (finalmente) una metafora ci fa capire che le circostanze hanno fatto di lei una creatura capace di difendersi. Vogliamo dire una leonessa? Tutto bene, intelligente il meccanismo “ecco-il-cinema-che-eravamo”(anche nel giocare con le epoche filmiche) non fosse per la lentezza, l’esibizione dei riferimenti e simbolismi. Costanzo è bravo e ambizioso ma fa un cinema che sembra il ritorno ai tempi -lenti- della televisione.






































