Il regista Timm Kroger ha definito il suo film “un rapporto sessuale tra Alfred Hitchcock e David Lynch sulla moquette di un albergo di montagna”. E per quanto iperbolica l’immagine è corretta tenendo presente due cose: come in Lynch non è detto il film si debba capire dalle spiegazioni, e quel rapporto tra due estetiche di cinema (sesso proprio no) va visto come un esperimento di meccanica quantistica. Stiamo al gioco (i fisici ci perdonino). La meccanica quantistica ha scardinato la fisica classica sulla base di un nuovo principio: il risultato degli esperimenti cambia con il punto di vista dell’osservatore. E ci sono più universi in parallelo. Il film, in uno splendido bianco di nevi e nero di abeti, ci racconta che negli anni Sessanta un giovane studente si presenta con il suo professore a un convegno di fisici quantistici dove sta per essere presentata una teoria rivoluzionaria che unifica TUTTO. Solo che il relatore non arriva, alcune persone muoiono, tornano, dicono cose molto ambigue mentre una gigantesca colonna sonora in stile Bernard Herrmann copre tutto, la montagna cela segreti e come nel paradosso del gatto di Schrodinger (che a seconda dell’osservatore potrebbe essere contemporaneamente morto e vivo) anche la mamma del protagonista ha due esistenze. E forse la teoria rivoluzionaria è proprio quella dello studente. Film che divide, anche ostico, ma affascinante
Venezia 80. Die Theorie von Allem.
Un thriller di fisica quantistica






































