Nella Roma di Enea presentano un romanzo con i baci nel titolo, ma i baci, quando se li danno i giovani, mandano lo schermo in nero. Quando se li danno gli adulti, invece, si vedono. Forse è un indizio. Nella Roma di Enea i giovani ricchi di buona famiglia frequentano circoli esclusivi e sono spacciatori e assassini, ma in apparenza teneri, svagati, crudeli e un po’ surreali: forse perché come dice Enea a un potente arrogante, i giovani non vogliono il Potere ma la Potenza. Forse la volontà di potenza di Nietzsche. E lì si torna all’opera prima di Pietro Castellitto, I predatori, e ai fantasmi nietzscheani, ma si va un po’ più in là, anche come scelta estetica. La valutazione del direttore della mostra, Barbera, che ha definito il film “una Grande Bruttezza” è corretta: Castellitto ogni tanto “sorrentineggia”, mette dialoghi che sembrano canzoni, esalta il bisogno di cambiare fino all’estremo della morte, usa canzoni come dialoghi, piazza la morte con un sorriso, gli omicidi sembrano comiche, gli aerei possono volare sopra la città eterna, i coatti e i pistoleri di certo cinema italiano sembrano equivoci di passaggio, l’insieme è un’allegra danza macabra e le psicoterapie forse non funzionano perché non spezzano, ma gli psicoanalisti per guarire devono spezzare eccome (cosa e come non ve lo diciamo).
Venezia 80. Enea
Pietro Castellitto opera seconda. Esperimenti di brillante confusione






































