Venezia 80. Daaaaalì.

Il film sul film che non si riuscì a fare su Dalì per colpa di Dalì. Surreale, no?

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Una giovane giornalista vuole fare un’intervista scritta al pittore Salvador Dalì, che si trasforma in un video su Dalì, che si trasforma in un film su Dalì, che si trasforma in un colossal con colossali cineprese su Dalì, che probabilmente non si potrà fare mai perché il surrealista Dalì, nel film del surrealista Quentin Dupieux, diventa un personaggio surreale: se cammina in corridoio non arriva mai, se parla di sé usa aggettivi ampollosi surreali e ciclopici, se deve prendere una decisione non si decide mai, se si sposta si sposta in maniera surreale nello spazio e se dipinge quadri surreali ha anche modelli surreali. Ogni tanto ha allucinazioni di sé nel futuro. Sono tanti i Dalì e sono tanti anche gli attori che lo interpretano a rotazione: per questo Daaaaalì è scritto con tante vocali: l’effetto generale è carino, la musica è minimale e ipnotica e nel lungo racconto di un sogno che un prete vuole assolutamente raccontare a Dalì si sente l’influenza degli eterni inizi onirici che usava Buñuel. Il sogno diventa infinito e il tormentone suscita risate ogni volta che il prete ricomincia. Quentin Dupieux è autore – anche musicale- davvero surreale ma soprattutto divertente (era suo il tenero Mandibules con i due tonti alle prese con la mosca gigante addomesticata). Ritiene che il suo cinema (surreale) sia come una leggera seduta di psicoanalisi adatta a ripulire la psiche.

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