Venezia 80. Origin

Caste. Lo studio di Isabel Wilkerson sulle origini delle disuguaglianze

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Origin di Ava DuVernay (già regista di Selma) è un film eucativo e  tradizionale, ma non scappate subito: racconta attraverso eventi esterni e dolori privati come Isabel Wilkerson (premio Pulitzer)  arrivò a identificare un nuovo criterio per valutare la disuguaglianza. La parte scientifica del film spiega che il razzismo è l’interpretazione limitata di un processo ancora più terribile. Si parte un dato: la Wilkerson, afroamericana, identifica uno dei cardini del razzismo negli Stati Uniti nelle procedure legali che negavano agli schiavi il diritto di far ereditare i loro beni. Risalendo alle procedure legali della schiavitù  si scopre che la Germania nazista adottò le procedure americane per negare i diritti agli ebrei. Eppure l’odio dei nazisti per gli ebrei non si può spiegare coi criteri del razzismo: il colore della pelle era ininfluente. E allora? Ecco il terzo movimento dello studio: un dalit, ossia un  “intoccabile” (un appartente alla casta che in India deve pulire gli escrementi nelle fogne a mani nude) arrivato a una cattedra universitaria identificò nel sistema delle caste (mettere uno strato della popolazione in condizione di sudditanza rispetto a un altro strato) il motore delle disuguaglianze. Dite che la spiegazione sarà noiosa? No. Origin si srotola “facile” come un film drammatico, eppure riesce a spiegare tutti questi concetti in termini semplici e chiari (più dei nostri, probabilmente). Potrebbe essere un criterio utile a identificare quelle situazioni in cui ci ripetiamo che non siamo razzisti, però…

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