La marchigiana Elisa Ridolfi e i pugliesi Yarákä sono i protagonisti di due eccellenti album pubblicati di recente, che vale la pena ascoltare e riascoltare. Sono esempi nitidi di world music. L’uno come assimilazione di stilemi del passato, parliamo della musica popolare lusitana denominata fado, e come proposta di proprie sensibilità e sensazioni in quella chiave sonora. L’altro come ricerca di brani popolari d’antan e come loro riproposta in una chiave del tutto contemporanea, anche grazie a miscele tra le culture.

Elisa Ridolfi
Curami l’anima (Squi[libri])
Voto: 9

Come scrive Domenico Ferraro nelle note del ricco booklet «è una strana creatura Elisa Ridolfi: vive stagioni di grande rilievo e intensità per poi eclissarsi in qualche remoto mondo dal quale riemerge all’improvviso, sospinta ogni volta da una voce di straordinaria eleganza». E soprattutto da un’abilità compositiva inattesa per questa cantante che aveva debuttato nel 2001 al fianco di Eugenio Finardi, Marco Poeta e Francesco di Giacomo (il compianto cantante del Banco) nel bellissimo album O fado, l’anima e la sua musica e poi nel 2009 aveva inciso come titolare il lirico Canta-me o fado prima di ritirarsi nel privato e in ensemble di pregio come la Compagnia di Musicultura e il collettivo Del Barrio.
Il ritorno è sorprendente per profondità e intensità, per la bellezza della voce e il lirismo dei testi, per gli arrangiamenti che rendono scorrevolissima una musica mai semplice da riproporre in lingue diverse dal portoghese. Il fado, che innerva tutto il cd, è un canto triste di lontananza e malinconia, di abbandono e nostalgia, tipico della cultura marinara lusitana, specie nelle zone di Lisbona e Coimbra. Un blues intriso di saudade dalle cadenze solide e avvolgenti, una “cura per l’anima” di chi, con un marinaio o un pescatore nel cuore, sarebbe rimasto solo a lungo, forse per sempre.

Elisa Ridolfi – foto di Andrea Pompei

Curami l’anima è un album di vita e di poesia, “sospeso tra abisso e cielo”, pieno di “musica che non fa parlare, che a pensarci fa male, ma arriva a consolare”. Che è immerso nel sentire e nel cantare fadista anche quando distende ballate piane come Erika e la luna, quando intercetta il flamenco gitano nell’iniziale title-track, quando offre un’interpretazione sottile e aerea de La febbre del mondo di Tony Canto (ispirata a Virginia Woolf, la grande scrittrice inglese della prima metà del secolo scorso, cui fa esplicito riferimento anche Q, appena appena jazzy). Emozionanti poi i fado Tutte le lingue del mondo, con il controcanto di Eugenio Finardi, e Ho un addio con il violoncello del maestro brasiliano Jaques Morelenbaum. Chiude Plurifollie, un incrocio tra vocalità pura con le chitarre e i marchingegni vari di Antonio Gramentieri, come l’invocazione di una sirena dispersa in un’infinita distesa, senza orientamenti, senza rotte. Raffinatissimi e curati al bulino gli arrangiamenti di Canto, più ariosi e popolari i due della pianista Stefania Paterniani, in un clima totalmente acustico disegnato da musicisti di classe, soprattutto del gruppo Del Barrio come gli argentini Hilario Baggini (basso) e Andrés Langer (piano), Marco Zanotti (percussioni), Massimo Valentini (sax).

Yarákä
Curannera (Zero Nove Nove/Self)
Voto: 8/9

Sono sempre più “bravi” – intendesi come focalizzati nei loro progetti, approfonditi nelle riproposte e fantasiosi nell’espressione – i tre tarantini Yarákä. Nel 2015, quando hanno iniziato a operare insieme, hanno scelto questa parola che, nelle numerose lingue degli indigeni amazzonici tupi e guaranì, specifica i quattro elementi che indicano gli stati della materia: fuoco, aria, acqua, terra, nel loro ordine “gerarchico”.
Recenti vincitori del premio Alberto Cesa assegnato dalla prestigiosa rassegna friulana Folkest, Gianni Sciambarruto (berimbao, chitarra, saz, doronb, voce), Virginia Pavone (voce, flauto armonico, tamburo sciamanico) e Simone Carrino (tamburello, riq, daf, kanjira, troccola, voce) propongono un secondo album di assoluto livello, coinvolgente e colto, emozionante e accorto. Simone spiega bene il loro approccio stilistico: «diamo molta importanza ai valori del vivere “essenziale” nelle comunità per lo più contadine in cui la musica accompagnava, e scandiva, i momenti di un’esistenza a stretto contatto con la natura. Pertanto la nostra ricerca diventa anche interiorizzare questo mondo che parlava per semplici espressioni per riconsegnarlo al nostro, in vesti adattate ma non deformate.»
Curannera propone otto brani tradizionali che arrivano dalla loro città e dalla Sicilia, dalla Romania e dalla Basilicata, sotto l’egida della popolana che guariva utilizzando i prodotti della natura. E il parallelo, l’equivalenza funzionale tra la “curatrice” e la musica (oserei dire tutta la musica, di qualunque genere sia) è qui papale papale. Apre la preghiera per le partorienti A Sand’Anne, che collega Taranto a certe ritualità dei nativi americani, con i cori di gola e le percussioni ritmate. Più mediterranea e in progressiva velocizzazione ritmica, con una formidabile interpretazione di

Yaràkä – foto di Valentina Pavone

Virginia, la richiesta di aiuto a vari santi contro le intemperie del Maletìmbe, già contenuta nel loro cd di debutto Invocaçao del 2018. Magnifico il crescendo della lucana Fronni d’alia, relativa alla pratica di maritare le giovani più belle con ricchi anziani (ma con la possibilità, nella zona Cesarini dei primi tre giorni obbligatori di castità, di rinunciare per “matrimonio non consumato”), più essenziale e diretto il Canto all’alie, con cui i contadini pugliesi scambiavano pettegolezzi e insulti, notizie e smancerie.
L’intensa Tuppe Tuppe (Lauda Drammatica), introdotta dalla narrazione di Anna Vozza, è una canzone rituale che narra il dolore di Maria nei giorni della perdita del figlio Gesù e che vede l’intervento del quartetto d’archi formato dalle violiniste Cristina Ciura e Sabrina Di Maggio, dalla violista Arianna Latartara e dal violoncellista Mirko Sciambarruto. Affàscene è il brano più immediatamente sciamanico, quasi un Dies Irae profano, e quindi anche più internazionale nel percorso sonoro un po’ affastellato. Chiudono Draunara, una supplica di protezione dei marinai siciliani durante la settimana santa dettata dal marranzano, e la bellissima Chiuviti, che incrocia un noto canto siciliano con l’inno alla paparuda, la dea della fertilità nel culto pagano rumeno. Difetti? La mancata traduzione dei testi e la durata del cd (non arriva a 30 minuti), che valgono mezzo voto in meno.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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