L’ultima luna di settembre
di Amarsaikhan Baljinnyam
con Amarsaikhan Baljinnyam, Tenuun-Erdene Garamkhand, Damdin Sovd, Davaasamba Shara
Nella steppa mongola per cercare il campo del telefonino si sale in piedi sulla sella di un cavallino molto paziente e con una lunga pertica che in cima ha il cellulare si cerca di agganciare la linea. Poi il ragazzino Tuntuleei ha una buona idea. Tuntuleei è un pastore orfano analfabeta che per salire a cavallo deve montare su un bidone del latte, è furbissimo e sembra un folletto arrabbiato. Tulgaa, direttore d’albergo tornato dalla città per accompagnare il padre nella morte, mentre medita su un amore complicato e riscopre i lavori della campagna per la comunità, scopre Tuntuleei e Tuntuleei scopre Tulgaa. Uno deve meditare sulla paternità e la perdita del padre, l’altro cerca un padre (la madre in città non ha tempo o voglia di vederlo). Tutto qui. Direte che storie di bambini che scelgono un adulto come padre se ne sono viste anche troppe. Ma non avete visto la versione mongola: Amarsaikhan Baljinnyam all’opera prima mostra un talento nelle sottrazioni: invece di aggiungere pathos lo toglie e lo stempera con l’ironia. Certo ci sono anche le scene per indurre alla commozione, ma non porteranno dove immaginate.






































