Tre album che ci aprono la mente. Un confronto tra prospettive e sguardi all’indietro. Un correre del cuore contro gli angoli bui dell’incertezza e della depressione. Tre album di quelli che ti fanno venire a patti con la malattia generazionale di avere sempre poco tempo per provare una cosa forte nella vita.

Bring Me The Hearts
Bring Me The Hearts (Rodina Music)
Voto: 7/8
Il loro nome ricorda la saga fantasy-horror Bring Me Their Hearts dell’autrice di best seller Sara Wolf in una formula più sentimentale. La nuova band di Joe Tatton, l’eclettico tastierista, cantautore e produttore attivo sulla scena di Leeds e di Manchester da oltre vent’anni (lo ricordiamo con il suo trio, con i New Mastersounds e nelle prime uscite dei grandi The Haggis Horns), è un quartetto con la deliziosa Aoife Hearty, già insieme a Joe nei tre cd del progetto Rodina, alla voce e i ritmi Matt Ryan alla batteria e Huw Jacob al basso e alle chitarre.
Dodici brani che distillano una sorta di spleen pop acustico, dallo charme immediato e le melodie seducenti, dalle armonie vocali e i groove acustici pieni di sentimento, dalle emozioni minimaliste e gli arrangiamenti impeccabili. Gli stimoli che fanno decollare le ballad pop di questo universo un po’ nostalgico un po’ dolce-amaro sono quello acid jazz di Help Me, condotta dall’organo di Tatton, quello folk alla Donovan old style di Down The River, con il violino di Kieran O’Malley (protagonista anche nella lievemente soul Swampy), quello chitarristico di Paul Farr, virtuosistico senza appesantire il clima del delicato merletto elisabettiano Feel Better, quello degli archi – suonati da Richard Curran – e delle tastiere vibranti di Tatton nell’emozionale chiusura Peace At Last, con la voce decisamente espressiva e convincente di Hearty. Il meglio? Too Much Time, con le armonie vocali pop-folk a confronto con la tromba jazzy di Malcom Strachan.

Fatoumata Diawara
London Ok (Wagram Music)
Voto: 8
Il confine tra world music e pop in Africa è labile quanto la traccia di un colibrì su una roccia di granito. Noi occidentali tendiamo a catalogare tutto quello che ci arriva dal Continente Nero o, peggio, da musicisti africani da anni ormai emigrati in Europa o negli Usa e affiancati da influenti musicisti occidentali nella prima categoria, specie se i protagonisti si esprimono nei loro linguaggi di origine. In Africa la percezione è differente ed è chiarissima la distinzione tra tradizione e modernità. Al pop africano appartiene certamente il percorso artistico personale e vivace della diva del Mali, anche se certamente i riferimenti alla tradizione saltano alle orecchie evidenti e maturi, presenti e non di rado determinanti. La cantante, autrice, chitarrista e attrice, sulla scena da una dozzina di anni (è del 2011 il suo album di debutto Fatou, già con personaggi del calibro di John Paul Jones dei Led Zeppelin, Toumani Diabaté e il compianto Tony Allen), sa costruire canzoni piene di significati e di influenze.
Il titolo del nuovo cd è emblematico e ci dice di come le musiche attuali della capitale inglese vadano al tappeto di fronte alla forza bruta della tradizione mandinka e afrobeat, più che il ponte immaginario tra Londra e Bamako, la capitale del Mali, che Diawara cita nelle dichiarazioni. Infiniti gli intrecci tra il sound afro e i suoni nostri, a cominciare dal rock chitarristico di Yada per continuare con l’hip-hop del ghanese M.anifest in Mogokan e con la fusion della giungla di Blues, sorretta dal piano del jazzista Roberto Fonseca, con la french electro di Massa Ben (con la partecipazione di Matthieu “-M-” Chedid) e con gli archi suadenti di Maya. E poi con le elettroniche di Damon Albarn, il tastierista dei Blur e dei Gorillaz, da tempo impegnato in progetti di incontro/scontro con l’etnico (tra cui il Mali Music del 2002 che non poche affinità presenta con alcuni di questi brani), oppure con le vocalità di Angie Stone, più bluesy, e della nigeriana Yemi Alade, decisamente afro. Cascate di note, frasi ricorsive e improvvisazioni continue, dalla ballata Dambe all’infuocata ”, singolo di successo, avvolgono la voce della protagonista, dinamica, espressiva, aperta, che si esprime nella lingua nativa bambara.

SoulTune Allstars
The Sound Of The Viking (Soul Tune)
Voto: 8
Il cosiddetto blue eyed soul, il “soul dagli occhi azzurri”, e dai capelli biondi verrebbe da aggiungere ascoltando questo cd scandinavo, è il modo tipico di proporre il sound black da parte dei musicisti bianchi europei, che lo rendono più levigato e più pop, più sofisticato e più elitario. Ed è quanto offre il progetto SoulTune Allstars fin dall’esordio quattro anni fa con l’albo Introducing, che ottenne un certo riscontro nel 2019. Questa seconda uscita del tastierista, multistrumentista e produttore svedese Niclas Wretelid, alias DJ TechNic, lo vede affiancato come cotitolare dal chitarrista finlandese Mikko Räisänen (anche nella band Chicken Grass) e da alcuni ottimi strumentisti di casa, oltre che dal alcuni vocalist americani. E ne conferma le doti e gli amori musicali, che vanno in particolare verso il suono nero della blaxploitation anni 70, quello cioè dei film d’azione alla Shaft ambientati in un universo pressoché esclusivamente di colore.
The Soul Of The Viking è un fiume ondulato di soul, che offre strumentali cinematici e ricchi di dinamiche interne, che volano tra le dolci melodie evocate dal flauto dell’altro Chicken Grass, il “lunatico” Olli Tuomainen (l’ex Bananaskin è presente in diversi brani), e da quelle più acide e groove dell’organo e delle elettroniche del leader e della chitarra di Mikko, spesso utilizzata con il pedale wah-wah, che produce il tipico suono riportato onomatopeicamente dal suo nome. Segnaliamo i temi perfettamente blaxploitation (comprensivi di organo, chitarra, flauto e fiati campionati) di Chicken Chase e Drop It e quelli più morbidi, ma sempre nello stesso climax, Sweet And Sour, romanticamente sexy, e il mayfieldiano Sunday Afternoon. Così come quelli quasi acid jazz dettati dall’organo di Toivo Kärki in Smiling & Crying.
A questi si aggiungono i brani cantati, che vedono protagonisti la californiana Maria Sanchez nel soul romantico Oh Your Love, che ha l’andamento intenso e i cori suadenti della migliore tradizione nera, e l’anglogiamaicano Desmond Foster nella tipica ballata Motown Love Comes Easy, condotta dal sax di Johan Håkanson. L’altro vocalist del disco è il brillante soulman newyorchese Carlton Jumel-Smith, il cui 1634 Lexington Avenue è assolutamente da ascoltare. Con lui la top track del lavoro, la vibrante e corposa Looking For Trouble, con tutto il repertorio shaftiano in bella mostra, e la conclusiva e ironica Inside A Mans Mind, in cui si ricorda di aver interpretato alla perfezione James Brown nel film Liberty Heights.







































