Roger Waters, un nuovo “Dark Side” in equilibrio sul confine della vita

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I ricordi di un uomo da vecchio sono le cose che ha fatto nel fiore degli anni” racconta Roger Waters citando Free Four in apertura della sua rilettura di The Dark Side of the Moon.

Dimentichiamoci l’originale di 50 anni fa, la sua perfezione stilistica, sonora, il momento perfetto della complicata collaborazione fra i quattro Pink Floyd. Dark Side Redux è un altro progetto, nato in qualche modo durante l’isolamento per la pandemia, quando Waters come tutti si è trovato più solo con se stesso e ha cominciato a guardarsi attorno e indietro. Soprattutto a guardare, come tanti della sua generazione, il calendario, quell’orologio il cui ticchettio non si può fermare fino all’ultimo secondo e che dice che a ottant’anni hai un grande passato alle spalle ma nessuna garanzia sul futuro.

E’ stato un po’ il tema dell’ultimo tour di Bruce Springsteen, il tempo che fugge e gli amici che uno dopo l’altro spariscono. Bob Dylan è partito per l’ennesimo tour con spirito garibaldino, i Rolling Stones hanno inciso un nuovo album dopo sedici anni, trovando per “Angry” un nuovo riff uguale ma diverso e straordinariamente suonabile. I musicisti suonano, scrivono, raccontano. Finché si può. A ottant’anni suonati B.B.King continuava a girare per l’America col solito torpedone con i suoi musicisti, rifiutando i privilegi dell’età. “Il compositore contemporaneo si rifiuta di morire” aveva scritto Frank Zappa sulla copertina del suo primo album.

Dark Side Redux parla di vita e di morte. Soprattutto di morte. Lo faceva anche l’originale, cinquant’anni fa, ma la musica confondeva un po’ le acque. Nel 1973 eravamo tutti molto più giovani e dei testi si coglievano più i significati evidenti, il respiro, il tempo, il rapporto fra noi e gli altri, soprattutto la pazzia che rimandava a Syd Barrett, e il paradosso dell’altra faccia della luna, quella nascosta quindi oscura. Del buio della copertina nera risaltava la luce che passava nel prisma generando un raggio iridato. E la musica dominava.

Roger Waters ribalta la percezione rendendo il tema più esplicito. La musica diventa quasi un accenno. Batteria, basso, tastiere, poco altro (anche se al progetto collaborano dieci musicisti, fra cui un solista di Theremin e un esperto di archi occidentali e orientali), la sua voce, quasi un recitativo, spesso sommesso, sussurrato, come le poche canzoni pubblicate in rete durante la pandemia nelle Lockdown session, come le parole di chi vuole essere ascoltato senza dover urlare. Della musica originale restano tracce, armonie di accordi, rari momenti melodici, l’anima. Alle tracce originali si aggiungono racconti, pensieri, versi.

Riascoltiamo in apertura il cuore pulsante il suono di onde di risacca poi il testo di Free Four si sovrappone alle note di Speak To Me: “La vita è un breve e caldo momento, la morte un lungo freddo riposo”. Allora si concedeva “ottant’anni, con un po’ di fortuna, forse meno”. Era il 1972 quando uscì come singolo tratto da “Obscured By Clouds” e lasciò tutti spiazzati da una canzone allegra che parlava della morte, in cui già c’era il primo accenno alla scomparsa in guerra del padre di Waters ad Anzio nel 1943: “Tu sei l’angelo della morte e io sono il figlio del morto”.

Breathe è l’inquietante inno alla nascita, il primo respiro, inizio di un percorso lungo a una vita difficile e in perenne equilibrio precario, destinata a finire prematuramente. In qualche modo rimanda a un vecchio progetto sulla nascita abbozzato nella mai finita Embryo e in qualche modo ripreso con la colonna sonora di The Body con Ron Geesin. E’ condotta da chitarra acustica e sonorità di contorno che poi diventano una traccia armonica di organo e batteria.

On the Run con l’introduzione che si appoggia su una base iterativa di VCS3 fino al passaggio improvviso di un treno, è un altro fiume di parole, il risveglio da un sogno, lo scontro finale dell’eterna lotta fra bene e male, la sensazione di un lieto fine, ma poi ecco i “cattivi” moltiplicarsi, arrivare aggressivi da ogni parte, soverchiare tutti con “probabilità schiaccianti”, finché all’improvviso una voce, un po’ alla Atticus Finch, l’avvocato antirazzista protagonista di Il buio oltre la siepe di Harper Lee, si leva e tutto cambia: “Andatevene!”. Gli aggressori si fermano, storditi, scappano, si dissolvono. “Andatevene!”. “La voce era sempre stata lì, nascosta tra le pietre dei fiumi, in tutti i libri, in bella vista. Era la voce della ragione”.

Time segue (senza orologi iniziali) con il suo scorrere del tempo e la consapevolezza che da giovane la vita ti sembra lunga e il tempo infinito, da vecchio ogni anno sembra accorciarsi, lasciando troppe cose a metà: “Il tempo è passato, la canzone è finita, pensavo di avere qualcos’altro da dire”. La musica è un dilatarsi del tempo su una base d’organo, per poi riprendere la canzone originale con un arrangiamento semplificato d’organo e archi quasi onirico, con un solo “vocale” di theremin. Affascinante.

Great Gig in the Sky era già in origine un’elegia della morte, la voce di Clare Torry che si inerpicava per gli spazi creati dagli accordi di Richard Wright al piano. Waters si affida al synth per ricreare l’atmosfera, ma usa il brano per rendere omaggio all’amico e poeta Donald Hall scomparso pochi anni fa. Hall, premio Pulitzer e Medaglia delle Arti consegnatagli da Barack Obama, fu uno dei grandi poeti americani contemporanei, cantore dell’America rurale, e anche splendido descrittore del passaggio delle varie generazioni, poeta di vita e di morte. Waters racconta le ultime conversazioni con la sua assistente Kendel Currier, lontana cugina di Hall, la visita alla fattoria del poeta dopo la morte e le citazioni che aveva spesso fatto su di lui durante i suoi concerti. Come ricordo si portò via due ganci da balle di fieno e un cavo per legarle, che collocò poi in casa assieme a una foto di Hall e Kendel. E alla fine senti elicotteri in volo, come in The Wall.

Money è sempre lì dove dev’essere, i soldi radice di ogni male, il successo che ti fa sentire ricco e onnipotente, l’avidità e tutto ciò che suscita e circonda, un crimine. E se chiedi un aumento al tuo datore di lavoro non avrai nulla, perché “è giusto dividere, ma non la mia fetta di torta”. Niente monete all’inizio ma si va direttamente al famoso tema di basso, con il cantato che diventa più inquietante, la voce  alla maniera di un Arpagone pronto all’arraffo, con giochi di archi con anche una citazione della Bourée di Bach.

Us and Them aperta da una base d’organo, segue come previsto, lo scontro fra noi e loro, la guerra, il nemico, uomini comuni che muoiono a file mentre un generale disegna linee sulla mappa, una qui, una lì, e chissà chi è qui e chi lì, e non si capisce il perché. La propaganda che incita alla battaglia, parole su parole, e alla fine un vecchio muore.

Any Color You Like strumentale in origine, è la conseguenza naturale di Us and Them, la stessa atmosfera, le stesse considerazioni, tattiche e strategia, una bandiera da sventolare, una qualsiasi, ucraina, russa, rosa (come i Pink Floyd), nera, arcobaleno. aggiunge un frammento come di conversazione, i bombardamenti di parole dure, forse portate dai social, “come molecole in un microscopio elettronico”, commercianti in giacca e cravatta con le loro tattiche e strategie di mercato, “baratto al tempo dell’amore”, e bandiere, “qualsiasi colore ti piaccia…” e poi l’illuminazione: “Perché non ri-registriamo Dark Side of the…” “Ma sei matto?” Il progetto nacque così, da una conversazione con il polistrumentista Gus Seyffert e l’art director Sean Evans.

Waters dedica a questa storia un undicesimo brano extra che compare solo sulla quarta facciata del vinile ma non nel cd, che segue invece la scaletta originale.

Brain Damage e la successiva Eclipse chiudono il lavoro come previsto. “Gridi e nessuno sembra sentire. E se la tua band comincia a suonare brani diversi, noi ci rivedremo sulla faccia oscura della luna” suona profetico con il senno di poi. Lento, su base d’organo, l’elogio della pazzia di Dark Side sembra più un considerare la pazzia altrui, quella che porta allo scontro continuo, e magari rinchiude Julian Assange e lascia liberi e al comando i mentitori seriali che ha rivelato.

Il disco originale si concludeva con una frase di Gerry O’Driscoll portiere degli studi di Abbey Road: «In realtà non c’è nessun lato oscuro della luna. Di fatto è tutta scura. L’unica cosa che la fa sembrare luminosa è il sole». Waters gli risponde cinquant’anni dopo: “Ti dirò una cosa Gerry, mio vecchio idiota. Non è tutto buio, è così?” Alla fine del più tetro dei suoi lavori, Waters lascia quindi un raggio di speranza, confidando che qualche prisma lo scomponga di nuovo nell’arcobaleno. E’ l’ultimo sigillo, per citare Bergman ovviamente.

L’uscita delle anteprime di singoli brani dell’album centellinate in rete hanno ovviamente provocato reazioni diverse e contrastanti, che Waters prevedeva. Le strenue difese dell’originale (che resta lì, inalterato, anche se già fu fatta una remasterizzazione anni fa nel Black Box, presentato in Italia da Gilmour), gli attacchi all’idea di eliminare le chitarre vista come un affronto al vecchio ex socio con cui è in totale contrasto, perfino le accuse di antisemitismo all’anziano musicista che ha da sempre chiarito le sue posizioni su tutto, sono state rispolverate periodicamente con affermazioni di chiunque su qualunque singolo lontano episodio che “potrebbe fare pensare…”, hanno accompagnato l’attesa di questo album “rifatto”.

Da parte Pink Floyd si è levata una sola voce, quella del batterista Nick Mason secondo cui “Redux” è “assolutamente brillante… Non c’è nulla che possa essere un danno per l’originale, è un’aggiunta interessante al progetto”.

L’8 ottobre Roger Waters presenterà l’intero lavoro dal vivo al teatro Palladium di Londra.

Giò Alajmo

(c) 2023

 

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