Dopo un’estate ricca di musica che lo ha visto impegnato in una serie di concerti in tutta Italia, il giovane autore, cantautore e produttore campano Napoleone è tornato con un nuovo singolo, Romantico noir, pubblicato il 15 settembre.
Scritto da Napoleone e prodotto da Giordano Colombo, Romantico noir è un canto di delusione, un funk blues nato dalla più banale delle sofferenze d’amore. Nella canzone si assiste al capovolgimento della prospettiva dell’amante respinto, mettendone in risalto in modo ironico la ridicola follia, fino ad arrivare alla spettacolarizzazione del dolore.
Autore e curioso scopritore di storie lontane
Già autore per Sony Music Publishing di numerosi brani per artisti affermati nel panorama musicale italiano, nel 2020 Davide Napoleone, in arte Napoleone, decide di dare vita ad un suo progetto artistico con un sound fresco e internazionale cercando di rievocare storie, luoghi e personaggi del passato, attraverso le atmosfere della tradizione
musicale campana.
I primi tre singoli pubblicati, Amalfi, Porta pacienza e Povera femmina, sono ispirati alla vita del cantautore amalfitano Vito Manzo, morto prematuramente prematuramente nel 1957. La carriera d’autore di Davide inizia con l’ingresso in Sony Atv sotto la guida di Paola Balestrazzi e con la firma del singolo Solo per un po’, incluso nell’album Anime di carta di Michele Bravi, certificato oro e “Best Performance” ai “TIM MTV Awards 2017”.
Successivamente, Napoleone scrice per Gaia Gozzi e Chiara Galiazzo, e nella doppia veste di producer e autore collabora al terzo disco della cantautrice Giorgieness dal titolo Mostri.
È del 2021 l’esordio nella scrittura per il piccolo schermo con il brano A testa alta, presente nella colonna sonora originale della serie tv per ragazzi “Marta e Eva” in onda su RaiGulp.
Degne di nota la collaborazione con Valentina Parisse nei singoli Dannata lotta e Ogni bene, brani realizzati insieme a un team d’eccezione tra cui il mix engineer statunitense Chris Lord Alge. Sempre nel 2021 fa il suo ingresso nel roster dell’etichetta Torinese INRI dove, su spinta del direttore artistico Pierpaolo Peroni, trova una nuova casa per il suo progetto cantautorale.
Così Napoleone, con la pubblicazione del singolo Lacrime e mare, conquista subito la playlist di Radio Deejay e si inserisce nella programmazione musicale di varie radio nazionali e
regionali di tutto lo stivale da Nord a Sud.
Il 2023 si apre con l’uscita del singolo Appuntamento al lungomare per Virgin Music LAS Italia / Universal Music Italia: una nostalgica ballata funk scritta e prodotta ancora una volta con la complicità di Giordano Colombo. Il singolo apre un nuovo anno all’insegna delle collaborazioni, suggellato dall’uscita di Capa Tosta, featuring contenuto nell’album di
Guè Madreperla, uscito lo scorso gennaio. Napoleone è stato inoltre tra i protagonisti del Concertone del Primo Maggio 2023 a Roma.
Abbiamo chiacchierato telefonicamente con Napoleone, che ci raccontato della “palestra creativa” rappresentata dall’essere autore per altri, della sua curiosità per storie lontane e della sua prospettiva sulle parole e sul mercato della musica.
ROMANTICO NOIR, IL VIDEO UFFICIALE
«L’incontro con Davide è uno di quegli incontri che ti permette di lavorare su qualcosa di bello, sulle cose che amiamo» – racconta il regista Alfonso Paoletta per B2Bfilm. «La citazione, o meglio ancora il tributo dichiarato a “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”, a Troisi e al celebre dialogo con la fattucchiera, ci ha letteralmente entusiasmato e abbiamo lavorato per ricreare l’estetica di quegli anni, puntando soprattutto sugli ambienti, sulla fotografia. Il videoclip è girato tra San Gregorio Magno e Campagna, in un non-luogo senza tempo, o meglio in posti dove il tempo è fermo al punto giusto, per consentirci di raccontare una storia dalla presa universale, la storia di tutte le storie d’amore, fatta di esagerazioni, disperazioni, di elementi grotteschi, ma anche, inevitabilmente, molto romantici».
NAPOLEONE: LA NOSTRA INTERVISTA

Quando e come ti sei avvicinato alla scrittura?
Guarda, credo di avere utilizzato la scrittura sempre un po’ come un modo tutto mio di esprimermi. Sono nato nel salernitano, in un paese molto piccolo dove non è che ci fossero tantissime attività – non che adesso ci siano, ma stanno facendo qualche passo in avanti.
Un’alternativa bisognava trovarsela. L’unica forma di aggregazione a livello musicale era la banda, però io la vedevo, nonostante abbia molto fascino verso il complesso bandistico, come qualcosa di un po’ vecchio, antiquato. Quindi ho iniziato da autodidatta a suonare la chitarra, inizialmente per riprodurre le canzoni che ascoltavo, non c’era una intenzione di mettermi a scrivere canzoni.
Poi, sarà che sono una persona molto pragmatica caratterialmente, appena ho imparato a fare gli accordi fondamentali sulla chitarra, ho subito pensato che fosse un po’ una perdita di tempo suonare le canzoni degli altri: ho deciso di iniziare a scrivere delle mie canzoni e da lì è stato tutto un susseguirsi di incontri e scontri tra piccole band che nascevano nella realtà locale di cui facevo parte. Poi per un periodo ho continuato da solo, finché ho deciso di mettere da parte la musica quando appunto in una realtà provinciale non c’erano sbocchi.
Sembra di parlare di una vita fa, ma in effetti non c’erano i social, o almeno non funzionavano come adesso, quindi non c’era tutta questa immediatezza di arrivare a dei contenuti o di condividerli. C’era MySpace, c’erano delle cose molto ridotte, quindi non c’era nemmeno questa apertura digitale che mi potesse permettere di arrivare a qualcosa anche rimanendo lì.
Adesso magari è il contrario, perché molte band, molte realtà nascono da casa, riesci a registrare un disco anche in salotto. Quindi, fondamentalmente, ero un po’ demoralizzato, ma non mi sono mai fermato con la scrittura, una cosa che, con il passare del tempo, mi ha incuriosito e affascinato sempre di più. Era un po’ anche un rompicapo, a volte: quando iniziavo a scrivere qualcosa e non riuscivo a trovare la quadra, le soluzioni, andavo a farmi degli ascolti per capire, per “rubare” un po’ il mestiere ad altri compositori.
Da lì è nato il gioco che mi ha portato a sviluppare quello che poi è diventato il mestiere di autore. Quindi, l’ho fatto anche un po’ inconsapevolmente. Inconsciamente ho iniziato a studiare composizione, tecniche di arrangiamento, che mi hanno portato ad avere una preparazione tale per cui un giorno ho deciso di propormi proprio come autore quando ho scoperto che esisteva come mestiere – perché anche lì non è che proprio sapevo dell’esistenza di questa figura professionale.
Ho proposto i primi brani in Sony come autore ed è andata bene. Ho iniziato un percorso, appunto, come autore che mi ha portato a scrivere e lavorare con diversi artisti e produttori, a frequentare studi, editori, discografici, e quando sono arrivato ad avere tra le mani un progetto mio, che mi rappresentasse, avevo già un bel po’ di esperienza nel campo, un po’ di relazioni e mestiere messi da parte.
Non dico che è stato facile, però, insomma… ho avuto anche la fortuna di arrivarci a un età abbastanza matura: a 18 anni magari l’avrei gestita diversamente, questa cosa.
In queste primissime fasi di approccio al mestiere di autore, quali ascolti ti hanno guidato e da cosa ti lasciavi ispirare?
Quando ho iniziato a scrivere, scrivevo — come poi faccio tuttora — come se facessi una sorta di autoterapia: tendo a contestualizzare il vissuto più o meno recente e gli do poi una forma-canzone, o tendo a sfogare e a mettere in musica e parole quel che vivo, nel bene e nel male. Riguarda sempre molto me, anche se a volte non me ne accorgo, ma in realtà, ascoltando delle cose anche dopo anni, mi rendo conto di averlo fatto anche in maniera un po’ inconsapevole.
Però tendenzialmente c’è molto di autobiografico da un lato, e dall’altro tendo anche a essere molto universale: prendo ciò che di me è autobiografico ma che credo possa rappresentare quelli della mia generazione o chi vive una condizione simile alla mia. Banalmente, ci sono dei miei brani in cui parlo molto delle radici, ma anche di viaggi, partenze, e molti miei coetanei sono lontani da casa come lo sono io. È un po’ quello ciò che scrivo.
A livello musicale, invece, ascolto di tutto, non ho un genere preferito: sono abbastanza onnivoro, e mi piace molto variare sugli ascolti.
Tornando alla scrittura, nel tuo comporre c’è un elemento che ritieni essere imprescindibile, identificativo, quasi come un’impronta digitale o un “marchio di fabbrica”?
Quando scrivo, ho sempre la necessità, innanzitutto, di avere una storia da raccontare: ci dev’essere comunque qualcosa che devo raccontare, non può essere una canzone lasciata al caso. Non dev’essere per forza pesante l’argomento, però ci dev’essere sempre quell’idea, quella storia da condividere che rende il brano utile, come mi piace considerarlo, non lasciato lì senza un tema forte o un motivo per il quale ascoltarlo.
Quando hai iniziato a scrivere con e per altri artisti, come hai trovato l’equilibrio tra l’intimismo che ti caratterizza e la necessità di mettere la tua sensibilità al servizio di una storia non personale?
Ti dico che quel modo di scrivere e di fare, inizialmente, non lo vivevo benissimo, perché è un qualcosa che impari facendolo sempre più spesso. Adesso credo di essere arrivato, più o meno, a capire come gestire quella modalità di lavoro, anche perché spesso ti trovi a dover lavorare con più persone, quindi sono tre o quattro punti di vista, linguaggi, prospettive diversi che devono poi essere messi d’accordo. E questo non è sempre facile.
Ho imparato con gli anni che bisogna prenderlo un po’ più con leggerezza rispetto a quando scrivo da solo, a quando scrivo già con una specifica idea o direzione da prendere, perché di solito queste co-scritture poi si mettono insieme senza nemmeno avere un “compito”, una reference, come fossero degli esperimenti. Quindi, secondo me, vanno anche presi un po’ come tali, come una palestra. Ci vuole molta apertura, l’ascolto delle idee di tutti e un mettersi poi d’accordo. Lo differenzio molto dal processo creativo e di scrittura che seguo da solo, che è molto più lungo.
Nell’altro contesto bisogna essere anche abbastanza rapidi: per esempio, nei Camp che organizza Sony in un giorno il brano non dico che deve uscire fuori fatto e finito, ma almeno l’80% deve prendere forma. Invece, per quel che riguarda magari il mio personale processo creativo, mi prendo molto più tempo per ragionare. Il processo di co-scrittura, come dicevo prima, è davvero una palestra, e negli anni mi è servito proprio a questo: impari molto di più il mestiere, sei molto più rapido, impari degli escamotage che delle volte poi ti “salvano” anche quando devi scrivere qualcosa di più personale.
C’è stato un insegnamento in particolare che hai portato con te da questa palestra professionale?
Credo la sintesi: negli anni ho imparato che quando scrivi — soprattutto adesso che i tempi delle canzoni sono molto accorciati: prima la canzone durava qualche minuto in più, quindi avevi un po’ più di margine per poter dire qualcosa — devi riuscire a sintetizzare dei concetti senza doverli per forza banalizzare, e mi ha aiutato molto, perché scrivere con realtà artistiche diverse ti porta anche a una maggiore rapidità di scrittura e di pensiero. Devi “switchare” abbastanza bene tra un genere e l’altro, una situazione e l’altra, e non puoi farti trovare impreparato.
Studiando il tuo percorso, è impossibile non chiederti della storia di Vito Manzo, falegname amalfitano scomparso nel 1957 al racconto della cui vita hai dedicato tre brani, scelta desueta rispetto a quella della maggior parte dei tuoi coetanei che prediligono il racconto del proprio presente: come ne sei venuto a conoscenza e come hai filtrato quella storia attraverso il tuo vissuto?
Allora, la storia nasce totalmente a caso: durante il primo lockdown, quando tutti eravamo in casa a cercare qualcosa da fare, c’era chi faceva le pizze e io, oltre a fare le pizze, avevo questo contatto aperto con degli amici di Amalfi. Ci sentivamo ogni giorno con delle videochiamate, e uno di loro, per passare il tempo, decide di fare l’albero genealogico della sua famiglia. Da lì inizia a fare ricerche, trova documenti, e iniziamo a leggere scritti alcuni dei quali molto divertenti e altri che ci incuriosiscono molto, tipo delle lettere scritte durante la seconda guerra mondiale da questo Vito Manzo.
Ci incuriosiscono perché erano scritte molto bene, e per l’epoca non era facile trovare un falegname che scrivesse così bene: io ho letto le lettere che mio nonno mandava quando era in guerra, e c’era molto analfabetismo, soprattutto al Sud. La prima cosa che ci ha colpito è stata proprio come erano scritte queste lettere, e così ci siamo incuriositi sul personaggio: in queste lettere lui ha, in qualche modo, anche raccontato la sua vita. Da lì abbiamo scoperto che nasceva come falegname, poi aveva fatto il cameriere, poi voleva andarsene in America perché ad Amalfi erano arrivati gli americani che avevano portato i dischi jazz e influenze nuove, e lui voleva fare il musicista.
Alla fine, poi, non ha fatto mai niente di tutto ciò ed è morto falegname, ancora abbastanza giovane. Ciò che ci ha fatto riflettere è che lui aveva avuto un percorso più o meno simile al mio, fino al punto in cui doveva decidere se inseguire quel sogno o rimanere giù e fare il cameriere o il falegname accantonando tutto. Questo mi ha avvicinato alla sua storia e, sempre perché eravamo in lockdown, avevo inizialmente pensato di scrivere le canzoni che lui non aveva potuto scrivere e pubblicarle a nome suo, regalare queste canzoni firmate da lui come se fosse in qualche modo riuscito a coronare questo sogno.
Poi, proprio perché sentivo anche molto della mia storia nella sua, qualcosa è cambiato e ho iniziato a capire che stava prendendo forma qualcosa che non ero ancora riuscito a trovare fino a quel momento, una sorta di mia dimensione artistica che potesse davvero rappresentarmi e rendemri davvero credibile come interprete di canzoni, col mio nome. Ho preso più seriamente la cosa ma ho iniziato anche a divertirmi molto, scrivendo queste canzoni, perché all’inizio non c’era l’idea di scrivere canzoni da lanciare sul mercato, quindi non mi ero messo dei paletti, non pensavo al “devono funzionare, devono andare su Spotify” o chissà che altro.
Le ho scritte divertendomi e lasciandomi andare, e secondo me questa è stata la fortuna e ciò che ha fatto notare il progetto, rendendolo qualcosa di più strutturato.
Ho letto che avresti avuto intenzione di fare della storia di Vito un vero e proprio spettacolo di teatro-canzone da portare in tour nei teatri: è un’idea che ancora contempli?
Insieme ad Alessandro Cappai, che è un giornalista ma scrive anche per il teatro, abbiamo già un mezzo canovaccio che abbiamo anche inizialmente — quando avevo pubblicato solo i primi due, tre singoli autoprodotti senza etichetta — provato a porte chiuse: da un lato c’era lui che raccontava recitando la storia di Vito Manzo, dall’altra c’ero io che cantavo i primi provini di questi brani. L’idea non è stata accantonata, ed è mezza pronta… e credo si possa abbastanza facilmente realizzare proprio perché c’è già una storia bella forte. Le canzoni, poi, nel corso del tempo sono anche aumentate, e siamo anche più “in bolla” per poter portare avanti quel discorso.
Dal momento che hai manifestato questo interesse per le storie del passato, e di storie da raccontare la nostra terra è pregna, prendi in considerazione la possibilità che altre possano ispirarti?
È un qualcosa che, e credo tu possa comprenderlo quanto me, fa parte delle nostre radici. Questa è una terra ricca di storia, e fatta di tante contaminazioni: nel corso della Storia sono successe tantissime cose, sono passati tantissimi popoli. Secondo me, ci sarà sempre da approfondire. Anche nelle zone dalle quali arrivo io, nel Cilento, ci sono mille paesini nell’entroterra: tu passi da un paesino all’altro e c’è una cultura, un santo diverso, tutta un’altra dimensione nel giro di due km di distanza.
È anche molto importante il fatto che non si stiano perdendo, questi borghi: c’è ancora tanto da scoprire e da valorizzare. Adesso ci sono un po’ più i riflettori puntati sulla nostra terra rispetto a qualche anno fa, e non dev’essere per forza un male nonostante qualcuno ci veda un po’ di commercializzazione in questo hype sul mondo napoletano.
Secondo me, questo può fare solo bene anche a chi ci vive, ché poi è proprio il punto: preservare, riuscire a trattare un po’ meglio tutto ciò che è stato accantonato nel corso degli anni. Quello che ho notato anche dopo il lockdown è che molti sono ritornati giù, chi era andato fuori a studiare e lavorare ha avuto questa “illuminazione” per la quale ha deciso di tornare a casa e di portare la sua esperienza. Sta capitando sempre più spesso, e credo che questo aiuterà molto.
Restando nell’ambito del tema “scrittura”, nei tuoi testi si alterna lo scrivere in italiano e lo scrivere in lingua napoletana: è una scelta naturale in base al fluire delle idee e delle ispirazioni, o l’espressione della volontà di comunicare emozioni differenti?
Anche questo è un aspetto che nasce per un motivo ma poi va a svilupparsi diversamente: quando ho iniziato a scrivere queste canzoni pensando alla storia di Vito Manzo, pensando a tutto quello che doveva succedera anche, come dicevamo prima, in un ipotetico spettacolo teatrale, io ho immaginato le canzoni con parti in dialetto solo per rappresentare i dialoghi. Tutto ciò che è in italiano è la parte descrittiva, di narrazione, mentre tutto quello che canto in dialetto è un dialogo o tra i personaggi, o un dialogo del protagonista della storia.
Quindi io inizialmente avevo usato il dialetto per far dialogare questi personaggi che appartenevano a quella terra e per rendere più credibile la cosa, anche perché all’epoca non è che parlassero italiano! (ride, n.d.r.) Poi, questa cosa — io non avevo mai scritto in dialetto, tra l’altro, non avevo mai approcciato la canzone napoletana per quel che riguarda la scrittura — del napoletano ho iniziato a usarla un po’ più spesso, ma tendenzialmente è sempre un qualcosa che nelle canzoni uso per far parlare, non lo uso mai per la parte narrativa o descrittiva di una storia o di un luogo. Si tratta di una sorta di “arma segreta” solo per determinati scopi nell’ambito di ciò che racconto.
Tra le tue collaborazioni più significative c’è anche quella con Guè: quando affronti un genere lontano da ciò che senti tuo, la metodologia creativa subisce un processo di adattamento o resta la medesima?
L’intenzione rimane la stessa, cioè quella di dover comunque dire qualcosa. Per me è sempre quella, la regola principale da rispettare. Poi, dipende da genere a genere: quando non è propriamente il mio, come nel caso dell’hip hop, del rap, della trap, tendo sempre a divertirmi di più, la prendo sempre un po’ più alla leggera, non come un gioco ma quasi, perché poi alla fine è quel che è: ci vuole del mestiere, però, ecco, quando passo a generi che non sono propriamente i miei, mi lascio andare e mi butto.
È ovvio che non è una scienza esatta: non è detto che tutto ciò che uno scrive poi prenda forma, venga pubblicato o altro. Anzi, viene pubblicata una scarsa percentuale di tutto ciò che noi autori e compositori scriviamo ogni giorno. Però ecco, il “trucco” quando devo approcciarmi a dei generi un po’ lontani da me è quello di provare a farmi io influenzare e quindi a giocarci un po’.
Mi collego al discorso relativo all’attuale produzione musicale per chiederti quali ritieni siano un elemento positivo e uno decisamente negativo in questo genere di mercato.
Secondo me, gli aspetti positivi e negativi sono gli stessi: se parliamo di come viene distribuita la musica, ti dico che è molto meglio com’è distribuita oggi rispetto a come lo era prima. Oggi abbiamo accesso a tutto, possiamo ascoltare tutto con un click, e come ascoltatore non posso che esserne felice. Però dall’altra parte, come addetto ai lavori, ti dico che bisognerebbe un attimo ragionarci di più e cercare di capire come noi che ci lavoriamo possiamo effettivamente guadagnarci il giusto.
Quello che è successo adesso è che i costi di produzioni sono rimasti gli stessi di quando davvero si vendevano i dischi, ma le entrate sono molto diminuite. Credo sia quello, il problema principale. E un altro problema, secondo me, è rappresentato dal fatto che escono troppe cose: bisognerebbe capire come organizzarle, queste uscite. Da ascoltatore, non riesco a starci dietro: pensa che qualche settimana fa ho scritto a Mobrici dei Canova per fargli i complimenti per un brano che mi è capitato di ascoltare per caso, e lui mi ha detto “Ma guarda che è uscito tipo dieci anni fa!”, e io “Ah, scusa, me l’ero perso!” (ride, n.d.r.)
Sono stupidaggini, però non riesci davvero a starci dietro. Dall’altro lato, ovviamente, è bello che esca così tanta musica e che tutto sia di tutti, ma va trovato un equilibrio tra le parti. La stessa cosa che è una figata, è anche quella che disperde l’attenzione.
Nella tua musica è molto evidente il legame con il cinema, da Arbore a Troisi.
Mi fa piacere che tu l’abbia sottolineato: il cinema mi ha influenzato molto, soprattutto quello della nostra terra. Sono dei film, tipo “FF.SS” (“Cioè: …che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?” di Renzo Arbore, 1983, n.d.r.) che cito in “Appuntamento al lungomare”, delle realtà che si sono anche quelle un po’ perse, e già prima erano di nicchia: quel che cerco di fare è conservare e portare avanti una tradizione, un bagaglio che abbiamo e che, secondo me, si sta dimenticando. Ci terrei a mantenerlo vivo.
Progetti per l’immediato futuro?
Adesso ci sarà un tour, quest’autunno, e per il resto si continuerà a registrare e a fare musica. La cosa imminente è che finalmente si va a suonare, si incontra un po’ di gente e si canta insieme, che ho scoperto essere forse la parte più divertente di questo lavoro.







































