Domani, 13 ottobre, sarà disponibile Manoglia, il nuovo album di Davide Van De Sfroos.
Il disco, in uscita per BMG/MyNina, sarà disponibile solamente in vinile, in versione vinile colorato in edizione limitata e numerata, in CD e in download. Non sarà disponibile in streaming per una precisa scelta del cantautore, come ci ha raccontato nella nostra intervista (che potete leggere più in basso).
L’album è già pre-ordinabile in tutti i suoi formati e sarà acquistabile fisicamente in tutti i negozi di dischi da domani, 13 ottobre.
Manoglia contiene 11 tracce inedite che hanno preso vita negli anni e sono rimaste gelosamente custodite in un cassetto, o in una tasca come amuleti, in attesa fosse maturo il tempo per venire alla luce.Brani che Davide, inizialmente, ha scritto per se stesso e ha conservato in una cantina speciale, nei suoi taccuini pieni di annotazioni naturali ed emotive, come fossero testimonianza di esperienze, pensieri, momenti vissuti, e che ora, pur mantenendo un sacro carattere intimistico e personale, il cantautore ha deciso di far uscire dalla penombra per permettere loro di fiorire, in segno di rinascita e ripartenza.
Di tutto questo abbiamo parlato con Davide Van De Sfroos nella nostra intervista.
Partiamo dal titolo, Manoglia, che in dialetto significa “magnolia”. Ci dà già l’idea di un album che ha una forte impronta naturalistica.
Esattamente. Manoglia ha un’impronta molto naturalistica, molto legata alle foglie, al legno, al vento, alle cose nelle quali tu puoi vedere intrecciarsi ali del falco e becco del merlo. Sia la copertina esterna che quella interna non mentono sul contenuto e tutto va alla radice. Essendo un disco intimo anche dal punto di vista musicale, più confidenziale che percussivo, avevo il desiderio ma soprattutto l’esigenza di fare un disco del genere.
Manoglia è una sorta di album di ecologia interiore.
Hai definito questo disco come un album di “tormentoni autunnali”. Dall’atmosfera generale che si respira ascoltando l’album, questo traspare molto chiaramente, magari anche grazie a quella velata nostalgia che c’è in alcune canzoni.
Sì, non è un disco che ti vuole portare nella malinconia. C’è a volte un’allegra nostalgia che serve come antidoto, per farti ritrovare quell’emozione e quella buona lacrima che libera l’anima. In un tempo in cui tutto viene confezionato e venduto rapidamente, qui c’è ancora voglia di rimanere sotto l’albero per aspettare di vederne i frutti.
È un disco che arriva come un flusso, come un vento che ti accarezza e ti muove i capelli anche senza sapere chi sei.
Si tratta di 11 canzoni che tu hai scritto negli anni passati ma che hai scelto di pubblicare solo ora. Come mai hai deciso che proprio questo era il momento giusto?
Per tanto tempo avevo pensato di poter fare un tipo di lavoro di questo genere sia interiore che poi musicale. Ho pensato che fosse il momento giusto per farlo, e sono stato molto contento di essermi misurato dentro questo viaggio. Questo è il disco dove ci sono cose che sarebbero rimaste sotto la magnolia se io non avessi raccolto queste foglie.
A volte questa metafora del cassetto può essere fuorviante, perchè siccome la nominiamo spesso sembra che io abbia una cassapanca in cui tengo le canzoni che scrivo. Si tratta più di un cassetto mentale, interiore, e ovviamente non è vero che tutte queste canzoni sono vecchie e che le pubblico solo adesso.
Alcune sono anche nate poco prima di entrare in sala di registrazione per inciderle, però necessitavano di essere composte unendo dei tasselli che erano rimasti in questo cassetto emotivo.
Zia Nora, ad esempio, è una canzone che avevo scritto tanti anni fa. Mi sembrava, per il suo significato affettivo, che dovesse rimanere una canzone “nostra”, “di casa” e basta. Poi mi sono reso conto che questa era una stupidaggine, perchè le persone a cui la facevo sentire si emozionavano, e mi dicevano che sarebbe stato sbagliato non condividerla.
In Manoglia, quindi, ci sono canzoni un po’ più nuove, come El mekanik e Crisalide, insieme ad altre che avevano già un’ossatura antica ma che magari avevano bisogno di un testo di un certo tipo. Oppure altre ancora che non pensavo sarebbero mai diventate canzoni, come Ankainköö.
Parlando proprio di Ankainköö… È un brano particolare, non sembra nemmeno una canzone o, come dici tu, un brano pensato per essere una canzone. Somiglia più ad una sorta di poesia o di breve elogio della normalità.
Esatto! È tratta da alcuni appunti sul taccuino, e racconta quando la mattina porto i miei figli a prendere la corriera alle sei e mezza e vedo tutta l’umanità che inizia a risvegliarsi.
All’inizio sembra tutto nebuloso, oscuro, difficoltoso, poi nella seconda parte c’è il racconto della giornata che si apre. I boschi, i funghi, i grilli, insomma di nuovo la natura a fare da protagonista. A voler significare che tu puoi trovare sempre, anche dentro di te, la possibilità di scegliere la magia nella giornata, invece che trascinarti fino ad un’altra dormita e un altro risveglio.
Poi ci sono i ritornelli in dialetto che sono un po’ più morbidi rispetto alle strofe, come se una voce venuta da fuori ci dicesse “guarda che anche oggi c’è una strana canzone nascosta sotto il fiume, nascosta sotto l’acqua”. È tutto lì, però devi sintonizzarti con questo qualcosa.
Il fatto che questa canzone sia una una ballad alla Tom Waits o se vogliamo quasi un talkin’ ha stupito anche me. Ho voluta fortemente che fosse nell’album, perchè era troppo importante, troppo emozionante e poeticamente funzionale.
Allora mi sono detto che se bisognava togliere la mia chitarra inutile e ci doveva essere un pianoforte ad accompagnare questo brano come fosse un recital, quasi come una lettura di una poesia.
Un altro pezzo molto particolare, e musicalmente di certo il più diverso, è Shandemé. Sonorità orientali per una sorta di preghiera… Ma chi o cosa è, per te, la Regina del Tutto?
La Regina del Tutto, in questo caso, è proprio una figura che serve a far sì che dentro questa preghiera per tutti non ci debba essere un protagonista legato ad una dottrina piuttosto che ad un’altra.
Semplicemente quella preghiera è un’apertura, una richiesta di “connessione bluetooth”, della password di Dio o di chiunque esso sia. Si tratta di un tentativo di consapevolezza e di apertura che avviene semplicemente ascoltando questo vento della sera di cui parlavamo prima. Puoi chiamarla la madre di tutto o il padre di tutto, ma in fin dei conti è la vita stessa. È una forza onnipresente e prima o poi ti ci devi interfacciare.
E allora dice “vieni da me. Io non ti chiedo di risolvermi questo o quest’altro problema, ti chiedo solo di non staccarti dalla mia consapevolezza. Ti chiedo una chiave per la porta dell’universo, che mi spieghi che è con me, che sono parte integrante di questo miracolo”.
E il vento lo fa.
Crisalide e El Giuvannon sono due canzoni che sembrano in antitesi, ma che se vogliamo sono complementari. La necessità di volare in alto sulle ali del falco e staccarsi dalle cose terrene, ma allo stesso tempo l’importanza di scavare col becco del merlo per trovare le nostre radici. Come fanno a coesistere queste due anime in una persona?
Come fanno a coesistere nello stesso universo acqua, fuoco, terra e aria, che sembrano addirittura in quadrupla antitesi? In realtà diventano complementari e fondamentali anche gli uni per gli altri.
Tu pensa semplicemente al fiammifero, col cui sfregamento ottieni il fuoco. Per spegnerlo ci soffi, ovvero usi l’aria. Però sappiamo bene che un fiammifero lasciato in un bosco, in presenza dell’aria può diventare incendio.
Oppure per riempire una pozza d’acqua a volte usi della terra. Altre volte invece la mistura di terra e acqua crea una voragine drammatica.
Dentro di noi il bisogno di elevarsi è importante e a volte anche obbligatorio, ma se ti “estrai” troppo finisci a dover vivere su una montagna perchè non hai più il contatto con la realtà e con le persone. Allora vuol dire che sei diventato un asceta o un malato di mente che vive completamente in una sua forma di isolamento.
Allo stesso modo non puoi vivere sepolto sottoterra. E anche se guardi il merlo, lui non scava mai troppo, ma quel tanto che basta per trovare il verme da mangiare. Però scava spesso, è sempre alla ricerca.
Quindi neanche sotterrarci da soli nei ricordi e nei rimpianti va bene.
In Crisalide infatti dico “quando tornerò coi piedi sulla terra”: c’è bisogno di fare un giro in alto perchè mi serve questa boccata d’aria e di libertà, però devo poi ritornare sulla terra.
Questi gli appuntamenti instore in cui Davide Van de Sfroos presenterà Manoglia al pubblico
venerdì 13 ottobre – Milano, Feltrinelli Piazza Piemonte (ore 18:30)
sabato 14 ottobre – Varese, Varese dischi (ore 14:00)
sabato 14 ottobre – Como, Frigerio dischi (ore 17:00)
domenica 15 ottobre – Lecco, Discoshop (ore 15:00)
lunedì 16 ottobre – Roma, Discoteca Laziale (ore 17:30)
martedì 17 ottobre – Bologna, SEMM (ore 18:30)
mercoledì 18 ottobre – Verona, Feltrinelli via Quattro Spade (ore 18:00)
giovedì 19 ottobre – Brescia, Latteria Molloy (ore 20:30) – in collaborazione con Feltrinelli Librerie
venerdì 20 ottobre – Bergamo, NXT Station Piazzale degli Alpini (ore 21:00) – in collaborazione con Feltrinelli Libreriesabato 21 ottobre – Sondrio, La pianola (ore 16:00)
lunedì 23 ottobre – Mestre, Festival delle Idee @ Centro Culturale Candiani (ore 18:30) – in collaborazione con Feltrinelli Librerie
mercoledì 25 ottobre – Torino, Oratorio San Filippo Neri (ore 18:00) – in collaborazione con Feltrinelli Librerie
sabato 28 ottobre – Perugia, Sala dei Notari (orario tbc)
lunedì 30 ottobre – Lugano, RSI (ore 20:00)
La copertina e la tracklist di Manoglia
- La ballata del mascheraio
- Forsi
- Crisalide (le ali del falco)
- Manoglia
- La canzone che non c’è
- Shandemé
- Zia Nora
- Ankainköö
- El Giuvannon (il becco del merlo)
- El mekanik
- Foglie al vento






































