Gabriele Baldocci: esce oggi “Ageless”, il nuovo album di composizioni per piano solo (intervista)

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gabriele baldocci

La musica per Gabriele Baldocci, pianista e compositore livornese ormai cittadino britannico da diverso tempo, è una miscela di energia, virtuosismo, libertà emotiva e raffinata formazione classica.
Tutto ciò si ritrova negli 11 brani di Ageless (prodotto da The Cage Records), il suo ultimo album in uscita oggi, 13 ottobre. Il disco è stato anticipato dal singolo omonimo pubblicato il 13 settembre, dedicato all’amico Ezio Bosso, geniale artista scomparso nel 2020.

Appassionato sostenitore dell’improvvisazione classica dal vivo, la personalità eclettica di Baldocci lo ha portato a sviluppare eventi innovativi in ​​cui rompe con gusto i confini di generi e stili.

Tra le sue registrazioni di maggior successo ci sono un recital in duo con Martha Argerich, l’opera completa di Nino Rota per pianoforte e violino e pianoforte e viola con Marco Fornaciari, l’integrale delle Ballate e gli Improvvisi di Chopin.
L’album Sheer Piano Attack, tributo ai brani più famosi dei Queen è divenuto rapidamente un best-seller dopo essere stato promosso dalla stessa rock band inglese attraverso i propri canali social.

Gabriele Baldocci oltre ad essere professore al Trinity Laban Conservatoire of Music e alla Purcell School di Londra, è il Fondatore e Direttore del London Piano Centre e della Milton Keynes Music Academy. Viene spesso invitato a tenere Masterclass in alcune delle università e accademie più importanti del mondo.
Questo è il resoconto della nostra chiacchierata col Maestro Gabriele Baldocci.
Come è nato Ageless? Quali sono state le fonti ispirative per la realizzazione del tuo album?

Ageless è iniziato con una serie di ritratti musicali che ho composto durante la pandemia.
Il primo fu Reflections of Rose, dedicato alla mia cara amica Serena Rose Zerri, poetessa e cantante. Quasi in contemporanea scrissi Nagore, un breve ritratto musicale di mia moglie, seguito da Time and Words, dedicato al soprano livornese Barbara Luccini. È stato quest’ultimo, con una riflessione sulla percezione del tempo, che ha ispirato il concetto di Ageless, brano dedicato ad Ezio Bosso. Ho scritto Ageless pensando a come il mondo invecchi intorno a coloro che ci lasciano troppo presto, e che quindi assumono una dimensione senza tempo e senza età, esattamente come un’opera d’arte.

Dopo aver trascorso la mia intera carriera principalmente come interprete, esco finalmente dal mio guscio proponendomi come autore dei brani che eseguo, con la chiara intenzione di continuare il mio cammino artistico che è interamente incentrato sul superamento delle barriere del “genere musicale”, a mio avviso limitante, e divulgare la mia musica ad un pubblico sempre più ampio.

Il video che accompagna il lancio del singolo Ageless è stato girato alla Terrazza Mascagni. Un ritorno alle origini, nella tua Livorno. Raccontaci i motivi di questa tua scelta.

L’idea è stata del bravissimo Anton Giulio Onofri, che è l’autore del video. Devo dire che Livorno è un tema assai ricorrente in tutta questa mia avventura. L’album è, infatti, prodotto da The Cage, una realtà molto importante della mia città. E devo dire grazie al caro amico Toto Barbato, l’anima di The Cage, che mi ha spronato ad uscire dal guscio e pubblicare le mie musiche.
La Terrazza Mascagni – forse il luogo più iconico della mia città – è stata quindi una proposta che ho accettato con grande entusiasmo. Girato in una afosa giornata di fine luglio, il cielo quel giorno ci ha regalato una suggestiva giornata di nubi e di colori tenui, che si sono magicamente allineati con lo spirito della mia musica.

Hai collaborato e collabori con artisti di fama internazionale come Martha Argerich, leggenda del pianismo mondiale, con Anthony Phillips storico fondatore dei Genesis, con Peter Straker cantante e attore, stella assoluta del West End di Londra nonchè amico storico di Freddie Mercury. Ci racconti alcuni aneddoti relativi a queste tue esperienze artistiche?

Ci vorrebbe un libro intero per raccontarne solo la metà!
Con Martha ho un’amicizia speciale che dura da più di venti anni. Ho ancora il ricordo vivido di una meravigliosa tourneé insieme in Argentina, che segnò l’inizio della mia carriera internazionale e che ci portò a visitare alcune delle province più remote del paese.
In una di quelle tappe, il giorno prima del concerto venne chiesto a Martha di suonare con un’orchestra di bambini. Lei, generosissima come sempre, accettò di buon grado e fu molto emozionante vedere i genitori di quei giovani musicisti, la maggior parte provenienti da famiglie molto povere, seduti in teatro con gli occhi lucidi davanti ai loro piccoli eroi che si esibivano con una leggenda.
Di Anthony Phillips conservo gelosamente il pianoforte su cui ha composto moltissimi dei suoi brani, che mi ha voluto affidare dopo averne comprato uno più nuovo. Anthony è un raffinato signore con un senso dell’umorismo spiccatamente inglese ed una profonda sensibilità artistica.
Con Peter ci siamo conosciuti per caso svariati anni fa in un ristorante ed è nata una grandissima amicizia ed una speciale collaborazione artistica. Ci frequentiamo assiduamente ed è una delle persone più divertenti con cui abbia a che fare.

Nel corso della tua carriera hai vinto numerosi premi. Quali sono quelli a cui tieni particolarmente?

Sicuramente la Menzione d’Onore che Martha Argerich mi ha conferito al concorso a lei intitolato, che ha significato l’inizio della mia carriera internazionale.
Devo tutto a Martha, che ha creduto in me quando ero ancora un giovane che arrivava da una famiglia operaia con una valigia carica di sogni ma senza nessuna possibilità per realizzarli.
Trovo che la generosità sia la virtù più grande tra tutte le virtù, ed è intorno a questo valore che cerco di dare un senso alla mia esistenza.

Sei stato un bambino prodigio, hai iniziato a tenere concerti  pubblici all’età di nove anni. Quando è avvenuto il tuo primo incontro con la musica?

Mio padre è sempre stato un grande appassionato di musica. Sono nato circondato da dischi di tutti i tipi, e avevo a portata di mano un vecchissimo pianoforte sgangherato che divenne subito il mio giocattolo preferito.
In casa il giradischi passava dai dischi dei Genesis alle sinfonie di Beethoven, dai Pink Floyd agli Scherzi di Chopin. È grazie a questa esposizione così illimitata che sono diventato il tipo di musicista che sono oggi, e non finirò mai di ringraziare mio padre per questo.

Dopo avere compiuto gli studi in prestigiose accademie italiane, perché ha deciso di traferirti a Londra?

Ho sempre amato l’idea della metropoli. Venni a conoscenza di una cattedra vacante di pianoforte presso il Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance di Greenwich e decisi di propormi. Mi venne offerta, e decidemmo di trasferirci.
Sin dall’inizio mi sono sentito a casa nel Regno Unito e, dopo svariati anni, sono diventato cittadino britannico. Mi sento fieramente sia italiano che britannico ed abbraccio con amore anche la Spagna, terra di mia moglie. La multiculturalità è per me una ricchezza enorme della quale non posso fare a meno.

Nell’album tributo Sheer Piano Attack hai rielaborato completamente alcuni dei più grandi successi dei Queen. Come si è originata l’idea di questo tuo lavoro così particolare?

Ho sempre amato molto i Queen, particolarmente la figura di Freddie Mercury e le sue varie incursioni – dirette ed indirette – nel mondo della musica classica. Così, quasi per gioco, decisi di dedicargli l’operazione inversa: rileggere le loro musiche in chiave classica.
In quell’epoca avevo iniziato un progetto discografico sulle trascrizioni di Liszt delle Sinfonie di Beethoven. Il pensiero che mi intrigava era dare una risposta alla domanda: “Cosa sarebbe successo se Liszt, invece di aver avuto come suoi contemporanei – e fonte d’ispirazione – personaggi come Verdi e Wagner, avesse avuto portare nelle sue trascrizioni virtuosistiche le musiche dei Queen?”
Come esercizio di stile, iniziai a comporre brani pianistici usando i loro temi in un linguaggio simile a quello delle grandi parafrasi pianistiche tardo-romantiche. Da questi miei divertimenti nacque questo progetto, che per la prima volta mi ha portato con soddisfazione a rompere le barriere di genere di cui parlavo prima.
Un’avventura che continua ancora oggi con i miei live, nei quali porto sia i Queen nelle sale da concerto tradizionali che le trascrizioni pianistiche alle grandi masse amanti del rock.

Altri tuoi progetti vedranno la luce prossimamente. Ce ne puoi parlare?

Certamente. Il più immediato è l’uscita del terzo volume dell’integrale delle Sinfonie di Beethoven trascritte da Liszt di cui parlavo prima, contenente la celebre Quinta Sinfonia.
A livello live, porterò avanti le mie sperimentazioni sull’improvvisazione, che ormai porto da anni nelle sale da concerto.
Infine, ho in cantiere un album di canzoni come autore, che ho pensato per la voce del caro amico Peter Straker, e che spero di riuscire a produrre il prossimo anno.
Prevedo, però, che Ageless mi terrà impegnato per i mesi a venire ed è, tra tutti, la dimensione artistica che attualmente mi rappresenta maggiormente.

Il concerto di debutto del tuo nuovo album si terrà il 18 ottobre al Monk di Roma. Seguiranno altre date?

Sicuramente. Un tour italiano è attualmente in fase di definizione, e non vedo l’ora di annunciarvi le prossime tappe.

Irene Zenarolla
Nata a Udine nel 1973, Maestra d'Arte Orafa e jewerly Designer, si definisce queenologa purista per via della sua quarantennale passione per la leggendaria band inglese, per la quale nel 1996 ha realizzato un gioiello in oro raffigurante il primo logo del gruppo disegnato da Freddie Mercury, pezzo destinato ad un'asta di beneficenza per raccogliere fondi per la Mercury Phoenix Trust. Appassionata di Storia del gioiello antico e contemporaneo, di pittura, scultura, design e musica di ogni genere e stile, si occupa anche della ricerca di nuove forme d'arte e di chi ne è l'artefice.

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