Un jazz di alto livello quello che i tre musicisti che vi stiamo per proporre riescono a mettere sempre più a punto durante il loro percorso artistico. Lo si ascolta nella variegata vicenda antologica del batterista Giampaolo Ascolese, così come nelle nuove visuali messe in campo dal sassofonista Claudio Giambruno e dal direttore d’orchestra Dino Betti van der Noot. Tutti peraltro ottimi autori di gran parte dei loro brani. Ascoltateli perché sono più eccitanti di qualunque bibita energetica.

Giampaolo Ascolese
Kaleidoscopic Rendez-Vous (Alfa Music/Egea)
Voto: 9
La storia di un grande jazzista (e non solo, dato che ha suonato con De Gregori, Paoli, Arbore, e anche in ambito classico) italiano. Sarebbe meglio dire europeo, perché il livello qualitativo delle proposte che il batterista/percussionista, compositore e docente di Roma ha sviluppato o cui ha comunque partecipato sono rilevanti e di grande interesse, tanto che spesso ha suonato fuori dai nostri confini e con personaggi di spessore internazionale. A cominciare dai due solisti del primo brano di questo lavoro antologico: il sassofonista Sal Nistico e il pianista Enrico Pieranunzi, che rivedono live un classico bebop di Parker/Gillespie. E continuando con Nicola Arigliano, il crooner dalla voce unica, con cui ha suonato per quasi vent’anni, presente in due brani, lo standard The Lady Is
A Tramp e la canzone Colpevole, che ottenne il Premio della Critica a Sanremo 2005. Mike Melillo, con il quale ha inciso otto album, è qui a testimoniare i suoi rapporti con i musicisti internazionali – ne ha accompagnati decine in giro per l’Italia – con un’intensa ripresa della monkiana Evidence.
Tra gli altri nuovi brani, spiccano sia le composizioni del titolare – la African Prelude, con il soprano di Giancarlo Maurino e la chitarra del fratello Michele, immerge in un’aurora caliginosa piena di profumi e di promesse – che le riprese di altri evergreen in formule desuete, dai sapori folk della The Jasmine Tree (targata Modern Jazz Quartet) all’ellingtoniana Caravan in una versione corsara e piena di letture interne, tra cui un corposo solo alla batteria. E naturalmente l’omaggio a Gioacchino Rossini La danza, tarantella napoletana, eseguita allo xilofono in coppia con il pianista Gerardo Iacoucci con un piglio sorridente e vivace. Vari brani sono inediti, come il demo con Ascolese a vibrafono e marimba che si improvvisa anche delicato cantante. Intitolato È quasi l’alba, chiude un lavoro, cui diamo un voto che è anche un grazie per una carriera ultracinquantennale, importante e “caleidoscopica”.

Claudio Giambruno
Overseas (ViaVenetoJazz)
Voto: 8
Ha appena compiuto quarant’anni il palermitano Claudio Giambruno, sassofonista dell’Orchestra Jazz Siciliana e apprezzato collaboratore di una marea di jazzisti in tour dalle nostre parti, oltre che titolare di alcuni suoi progetti. Il più solido dei quali è certamente questo quartetto, completato da tre eccellenti musicisti del giro romano, il navigato e corposo contrabbassista Dario Rosciglione, il sempre sorprendente pianista Andrea Rea e il versatile batterista Amedeo Ariano. Jazz che più jazz non si può, mainstream fin nel midollo, inattaccabile come una centuria romana chiusa a testuggine. Artista nel pieno della sua maturità professionale, Giambruno ha una voce strumentale
suadente e convincente, che gioca con le note in maniera maliziosa anche se vuole essere apprezzato per la sua discorsività “acqua e sapone”, che rincorre sempre la melodia con una tavolozza coloristica calda e rotonda.
Quattro le composizioni originali del leader, tra le quali ci piace citare Thinkin’ Before Swingin’ dall’andamento ritmato, che mette in evidenza gli assolo dei vari membri del piccolo combo (che del resto, come si deve in questo ambito, punteggiano un po’ tutti i brani), e First Time I Heard Jobim, hard-bop brillante che poco o nulla ha di brasileiro. Cinque invece i brani noti, scelti con cura e sempre lineari nel proseguire o dettare il discorso complessivo del cd. Dall’apertura Lu’s Bounce del pianista americano Dan Nimmer, noto per la sua militanza a fianco di Winton Marsalis, al finale Pure Imagination, l’evocativa song del film Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato, con il tenore che “canta” in maniera malinconica e triste, accompagnato dal solo contrabbasso. In mezzo da segnalare una lirica cover della classica canzone napoletana ‘Na voce ‘na chitarra e ‘o poco ‘e luna, il cui romanticismo è reso senza la minima enfasi, appena accennato e notturno come il volo luminoso di una lucciola su un campo di grano.

Dino Betti van der Noot
Let Us Recount Our Dreams (Audissea)
Voto:8/9
La scintilla scoccò nel 1956, quando a Milano ascoltò l’orchestra di Stan Kenton. Allora il violinista mancato, figlio di una pianista classica, scoprì la meraviglia del suono di un grande ensemble che funzionava come un corpo unico, di un insieme vivo ben più grande della somma di tutti i suoi fattori. Ci sono voluti 21 anni prima che il pubblicitario (aveva messo in piedi una delle agenzie più attive in Italia), svolti i dovuti studi e approfondimenti, diventasse un bandleader e arrangiatore con il primo lavoro Basement Big Band; 27 per ascoltarlo come compositore nel successivo LP A Midwinter Night’s Dream e 31 per fargli sfornare un primo capolavoro, quel They Cannot Know, premiato come album dell’anno in tutti i sondaggi delle riviste italiane e come secondo dall’americana Usa Today.
Oggi, il “giovanotto” 87enne italo-olandese propone il suo album numero 16 e ritorna fin dal titolo al suo grande amore per William Shakespeare, già evidente in altri lavori che si ispiravano alle piece del Bardo inglese. La title-track si rifà al Sogno di una notte di mezza estate (il disco di DBvdN, come ama indicarsi, del 1963 portava lo stesso titolo della commedia) e apre l’album immergendoci immediatamente nella scrittura sintesi di una molteplicità di linguaggi e di esperienze del Nostro. «Presenta tutti i suoi elementi distintivi», annota nel booklet il critico americano Thomas Conrad. «L’inizio che crea un’attesa, con i temi che gradualmente si mescolano, emergendo da una vaga lontananza; i dettagli raffinati che filtrano dall’insieme, con l’arpa, i piatti e l’eco di altre percussioni misteriose; i ricchi colori dell’insieme orchestrale; gli stupendi solisti, liberi.» Gli altri quattro brani continuano su questa falsariga preziosa, composizioni, ogni volta capaci di suonare liriche e insieme sghembe, distese e insieme frastagliate, intense e insieme spigolose, consolatorie e insieme velenose. In tutti i brani spiccano anche i solisti, tra i quali ci piace citare il violinista Emanuele Parrini per l’assolo in Children Of The Zodiac, l’arpista celtico Vincenzo Zitello per quello nella lirica Love Song For A Blue Gal (una “poesia sonora” dedicata alla moglie Titti), il sassofonista Giulio Visibelli in High Seas e i due trombonisti Luca Begonia e Stefano Calcagno nel contrastante esprimersi in The Night’s Black Mantle, conclusivo brano ancora di ispirazione shakespeariana. Più almeno i vari interventi dei due iconici pard, il pianista Niccolò Cattaneo e il superfiatista Sandro Cerino, emozionante in particolare nel ricordare Wayne Shorter. Le composizioni di DBvdN continuano a farci pensare alle architetture del genio catalano Antoni Gaudí, sempre inattese e sorprendenti e nello stesso tempo sempre perfettamente funzionali e incomparabilmente decorative.





































