Un polacco, un tedesco, un inglese e un austriaco si incontrano… Non è l’incipit di una barzelletta, ma il percorso di quattro belle storie di musica afroamericana trapiantata nel Vecchio Continente. Storie che, per originalità e livello qualitativo, nulla hanno da invidiare agli ormai obsoleti “modelli” statunitensi e che dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, la qualità assoluta raggiunta da tutto il jazz europeo.

Maciej Obara Quartet

Maciej Obara Quartet
Frozen Silence (ECM/Ducale)
Voto: 8

Undicesimo album per il talentuoso sassofonista polacco e probabilmente il suo migliore. Con il rodatissimo quartetto, completato dal pianista Dominik Wania, il cui tocco lirico e variegato colora i brani di un sensuale virtuosismo (in High Stone è da antologia), dal contrabbassista Ole Morten Vågan, sempre presente e sempre lieve, e dal batterista in punta di bacchette Gard Nilssen, propone otto brani nuovi di zecca, luminosi e capaci di condurre in un mondo in cui l’aspettativa è sospesa, il pensiero dello scopo abbandonato, il ragionamento chiuso in un angolo buio della mente. L’ex partner del grande Tomasz Stanko si rivela in tutta la sua saggezza espressiva, che è fatta di un melodismo ampio e di rincorrersi di linee propositive, senza incroci né scontri, un fluire che ha lo stesso senso emozionale di una meditazione spirituale.
Registrato a Oslo (i due ritmi sono norvegesi) nel giugno 2022, Frozen Silence si dimentica presto del suo titolo freddo e muto per sviluppare una narrazione piena di lirismo e di forza interiore, ispirata ai paesaggi della regione montuosa di Karkonosze nel sud-ovest della Polonia, dove si trovano le radici familiari del sassofonista, ma anche alle Waves Of Glyma, le onde della nota spiaggia nel sud di Creta.

Il sound di Obara, fortemente introspettivo e cristallino, intensamente moderno ma con una corrente carsica legata alla classicità jazz, passa, secondo ciò che dichiara lui stesso, dai riferimenti a musicisti free jazz come Bill Dixon (in Black Cauldron e in Flying Pixies) a quelli a compositori classici come Sergej Rachmaninov (in Rainbow Leaves), soprattutto, diremmo noi, si collega all’ispirazione dettata dal feeling di un jazzista di grande spessore emozionale come Charles Lloyd. E anche se il “canto” del quartetto – dalla sontuosa capacità di interazione – può assumere tinte drammatiche, sa sempre trovare un quid, un’essenza, una luce, che gli permettono di superare le preoccupazioni e le dipendenze, per trovare una calma e balsamica atarassia, come mostrano l’eccellente title track e la speranzosa Twilight.

Christian Pabst

Christian Pabst
The Palm Tree Line (JazzSick)
Voto: 8/9

Apre subito in maniera divertente e brillante con il celebre Mambo di Leonard Bernstein, tratto dalla colonna sonora del film West Side Story. Tutta giocata sui timbri e sui colori della tastiera Rhodes la versione del pianista tedesco è brillante e originale. La segue un’altra famosa traccia “cinematografica”, il tema dei titoli di Amarcord: la scrittura di Nino Rota per il capolavoro di Federico Fellini è ripresa dal trio (tutto il cd è in trio, con gli italiani Francesco Pierotti al contrabbasso e Lorenzo Brilli a batteria e percussioni a completare lo scorrere dettato dal talento del musicista, che insegna al Conservatorio di Amsterdam) con un’adesione più sotterranea che smaccata, più giocata tra le linee che esposta immediatamente, veramente elegante e personale. Inevitabile un’altra canzone da film per Pabst, che è autore di soundtrack di suo (Waar Zij Waren, Vuurrood, Dancin’ The Camera, Een Miljoen Dromen e altri): ’O Cielo Ce Manna Sti ‘Ccose di Armando Trovajoli, scritta per Matrimonio all’italiana di Vittorio De Sica, è elegante, raffinata e triste, con un sensibile Pierotti in evidenza.

Pabst affronta anche Domenico Modugno, che scrisse le parole a un brano tradizionale abruzzese facendone Amara Terra Mia. La superperformance della cantante Ilaria Forciniti e il tocco d’artista del fisarmonicista Federico Gili mettono quasi in ombra la pulsione lirica e la tensione emotiva posta in campo dal trio. Ancora due brani latini, la triste canzone d’amore Déjame Llorar del compositore messicano Alfonso Esparza Oteo (1894-1950), risolta con un coro finale guidato da Forciniti, e l’emozionante Alhambra, tratta dalla Suite Andalucia del cubano Ernesto Lecuona (1895-1963), lirica e scura prima appassionata e travolgente poi, la convincente Un’ora sola ti vorrei, ormai un evergreen del nostro songbook, e l’unico originale Tramonto, che completa il lotto di questo eccellente lavoro evidenziando ancora la maestria di un musicista che ne suoi precedenti quattro cd aveva proposto solo materiale di sua composizione.

Max Beesley

Max Beesley’s High Vibes
Zeus (Mr. Mellow’s Music)
Voto: 8

I fans della serie Empire – la storia del magnate dell’etichetta discografica Empire Entertainment Lucious Lyon che, in fin di vita, mette i tre figli l’uno contro l’altro –ricorderanno in una manciata di episodi della seconda stagione Guy, il musicista ex-detenuto insieme al protagonista che lo aiuta a riconquistare il controllo della label. Altri ne ricorderanno l’interprete in Hotel Babilonia oppure Survivors o lo avranno visto quest’estate su Apple Tv in Hijack-Sette ore in alta quota o su Netflix in The Gentlemen. Si tratta dell’attore inglese Max Beesley, che per l’altra metà del suo tempo fa il musicista. E ad alto livello, come ci dicono le sue collaborazioni con Incognito, Take That, Robin Williams, Brand New Heavies, Jamiroquai, Stevie Wonder e via elencando.
Ce lo conferma anche questo suo album di debutto da solista – dopo un paio di singoli di stretta osservanza acid jazz – innanzitutto circondandosi di jazzisti di vaglia, a cominciare dal superbatterista Steve Gadd, dal tastierista Christian Sands, il percussionista Luis Conte e dal chitarrista Dean Parks. Gli otto brani, tutti a firma del vibrafonista e batterista di Manchester, si muovono nell’ambito della jazz-funk fusion avendo come riferimento primo l’Herbie Hancock della vibrante stagione Headhunters.

Un poderoso mix di jazz, funk, rock e dance spunta dalle casse con la forza di un’inondazione sonora, in cui si inseriscono anche con grande pertinenza i fiati della The Horn House, il pulsante contributo del bassista Jerry Meehan (un compagno di scuola di Max) e il trombettista Walt Fowler, uno che a 19 anni suonava con Frank Zappa. Un album tra i più completi e freschi dell’ultimo periodo in ambito fusion, dinamico e lussureggiante di suoni, in cui spiccano la rutilante e materica Saturn’s Dust, Juice, che passa dal blaxploitation style all’umbratile solo di Fowler, e le inflessioni latine e i fiati in parata di Sergio’s Bag.

Wolfgang Muthspiel

Wolfgang Muthspiel
Dance Of The Elders (ECM/Ducale)
Voto: 8/9

Siamo d’accordo con il New Yorker che ha definito l’austriaco Wolfgang Muthspiel “una luce che risplende” in mezzo ai chitarristi jazz di oggi, perché insegue un pensiero obliquo e in continua oscillazione tra interiorità intensa ed esteriorità melodiosa, tra il groove macerato e l’esposizione ammaliante, tra, più semplicemente, lo strumento elettrico e quello classico. In trio con due raffinatissimi ritmi come il batterista Brian Blade – da anni a fianco del guitar hero – e il contrabbassista Scott Colley, uno che ha accompagnato Herbie Hancock, Michael Brecker e Kenny Werner, per dirne qualcuno, questo suo nuovo lavoro è stato registrato nel febbraio 2022 in California e presenta una “calma” intrisa di possibili divagazioni e carica di spunti, che permette di dominare una situazione sconcertante come l’invasione della pandemia.
La formazione è la stessa del precedente Angular Blues (2020) e contiene sette tracce che non fanno rimpiangere quel lavoro lodatissimo dalla critica. Qui il percorso è più meditato e sembra quasi trattenere il proprio senso in un luogo a parte tra una dimensione e l’altra. Il fraseggio sull’acustica è fatto di tocchi, di spezzature, di pause, delicato come il canto di una sirena e altrettanto inafferrabile senza la giusta disposizione. E anche con l’elettrica Muthspiel è colto e raffinato, ma può sembrare in ogni momento “volatile” e fuori posto, è soffice e disteso, ma appare sempre pieno di senso e di prospettive, è sorretto da un’influenza classica e da una logica stringente, ma è così imprevedibile da cambiare il quadro espressivo secondo visuali inattese ed emozionanti.

Così l’iniziale Invocation, divisa in due parti, è un lieve abbandonarsi, Prelude To Bach parte dissonante e arriva corale, la title track ha suggestioni etniche, la Liebeslied di Kurt Weill dalla brechtiana Opera da tre soldi è swingante il giusto, Folksong ha sapori jarrettiani e Cantus Bradus si ispira a Brad Mehldau e suona molto contemporary. Chiude Amelia, che Joni Mitchell aveva dedicato alla prima trasvolatrice dell’Atlantico Amelia Earthart e che scorre densa e nostalgica. Inutile aggiungere che Blade e Colley “giocano” attorno al leader pieni di idee e di stimoli, di attenzioni e di sorprese.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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