Continuiamo a presentare proposte significative del jazz italiano, che dimostrano quanto i nostri musicisti sappiano declinare il sound afroamericano in varie direzioni con classe e professionalità paragonabili al meglio della scena internazionale.

Antonio Del Sordo

Antonio Del Sordo
Flowers (Alfa Music/Egea)
Voto: 7/8

Il batterista garganico (da non confondere con l’omonimo chitarrista, nato anch’egli a San Giovanni Rotondo) arriva al debutto da titolare appena superato il mezzo secolo di età e ricco di un’esperienza professionale che va dalla concertistica orchestrale classica alla musica contemporanea, al jazz a fianco di personaggi come Fabrizio Bosso e Vito Di Modugno. Batterista dal drumming versatile, energico e sottile, sempre capace di geometrie pulite e di orditi stimolanti, Del Sordo ha anche il pregio di comporre con eleganza piana e con una souplesse positiva, cui aderiscono con piena coerenza e lirismo evocativo i due solisti del quartetto, il chitarrista elettrico Francesco Palmintessa e soprattutto il trombettista Giuliano Amato.
Quattro i suoi brani originali, che si sviluppano senza frammentazioni, senza cesure, quasi con una dolcezza intrinseca, tra marezzature e arcobaleni, senza voler dimostrare altro che la propria passione per un jazz moderno, sincero, diretto, soddisfatto, di nitida attualizzazione dell’hard-bop, con la ballad Figli miei su tutte. Allo stesso modo scorrono le riprese di altrettanti evergreen. La Chick’s Tune, l’autopresentazione del giovane Corea (sorretta da un ottimo Blue Mitchell alla tromba), in apertura è quasi un biglietto da visita e un riferimento espressivo. Nobody Else But Me del songbook di Jerome Kern per il celebre musical del 1946 Show Boat è proposta con un appeal attualissimo eppure aderente, con un’accennata velocizzazione, la stessa operata da Brad Mehldau nella sua rilettura, che aiuta i vari assolo, compreso quello dello schivo contrabbassista Nicola Borrelli. Sam Rivers scrisse Beatrice per amore della moglie e la melodia volteggia tra emozione, malinconia e desiderio, che il quartetto affida soprattutto al “canto” elegante ma anche accademico della tromba. Infine chiude il cd la gershwiniana My Man’s Gone Now (dall’opera Porgy And Bass e di cui ricordiamo l’inarrivabile riproposizione blues di Nina Simone), che, pur nella scorrevolezza mainstream, mantiene pathos e tensione.

Bright Magus

Bright Magus
Jungle Corner (Irma/Self)
Voto: 8

Ascoltare il quintetto milanese fa capire immediatamente perché la stagione del jazz-rock e del jazz elettrico sia stata quella in cui la musica afroamericana ha conosciuto una diffusione e un apprezzamento generalizzato, il più ampio mai avuto sia prima che dopo quella stagione gloriosa degli anni Settanta. Sfociato poi nella più “molle” e appetibile – per il mercato americano – fusion, ha avuto il pregio di allargare le carte di “approvvigionamento” del jazz, aprendolo non solo al rock e alle sonorità elettriche, ma anche al pop, al funk, al rhythm‘n’blues, al reggae, al folk, all’afrobeat alla psichedelica, all’ambient e quant’altro si voglia aggiungere, definendo per sempre la musica afroamericana come un sound crossover e universale.
Questo debutto del chitarrista Alberto Turra (richiesto in mezza Europa), del batterista Leziero Rescigno (dei La Crus), del bassista Giovanni Calella (anche prolifico produttore), del trombettista Gianni Sansone (già con i Casinò Royale e i Dining Rooms) e del tastierista Mauro Tre (che spazia tra jazz e musica colta, tra Terry Riley e Billy Cobham per fare due nomi top) ha tutti crismi della ricca e brillante riproposizione di uno stile che ha avuto il suo deus ex machina nel “divino” Miles Davis, autore di quella Black Magus da cui i Nostri hanno preso ispirazione per darsi una denominazione. Ovviamente il quintetto ha anche nel suo sentiment e nella sua ispirazione il ricordo dei davisiani che ne hanno continuato e sviluppato l’opera, dalle astrazioni del “bollettino meteorologico” in Yellow Interlude alle pulsioni funk‘n’dance hancockiane della title-track, alle funamboliche elucubrazioni del Freddie Hubbard più evoluto nella magnifica chiusa Long Legs. Vicina alle esperienze in concerto del maestro l’iniziale omaggio, che apre con la cauta Selim di Davis (dall’album Live Evil) e poi “esplode” nella collettiva Miles perfettamente in linea con i suoi dettami, pur con qualche acidità in più e una tromba più allungata e virtuosa. Presente poi il contributo di Enrico Gabrielli dei Calibro 35 (da oltre tre lustri i nostri esponenti di punta del filone jazz-rock) al flauto in A Way, che vede sugli scudi Sansone e Turra, e al clarinetto nella serenata electro acid jazz Lullaby For My Father, stavolta con Tre a disegnarne le linee.

Roberto Magris

Roberto Magris & The JM Horns
High Quote (JMood)
Voto: 7/8

Il pianista triestino, da anni direttore artistico dell’etichetta JMood di Kansas City, riscopre tra le registrazioni effettuate negli anni questo gioiellino preparato con un gruppo di giovani musicisti della città del Missouri. Con cinque fiati – denominati convenzionalmente The JMood Horns – e una sezione ritmica allargata, Magris propone dieci brani che vogliono confrontare la sua abilità compositiva con le suggestioni di un ensemble di 10 elementi, se si comprende anche la vocalist Monique Danielle, presente in due brani. Siamo nel novembre 2012, lo diciamo per dovere di cronaca non perché la musica suoni datata, e tutti i partecipanti nel tempo hanno raggiunto una certa fama, in particolare il sassofonista Matt Otto, molto attivo nel circuito free californiano prima di ritornare a Kansas City per insegnare all’università, e i due ricercati ritmi, la contrabbassista Elisa Pruett (ascoltata con Kenny Barron, Christian Tamburr, Annie Sellick…) e il batterista Brian Steever, prezioso cesellatore per tutti i jazzisti locali e per molti di quelli ospiti.
Il sound di Magris & co. è pieno e privo di sbavature, in bilico tra quello delle formazioni orchestrali swing e i quartetti hard bop della generazione post free, con il leader che sa dare il giusto spazio ai suoi comprimari che si inseguono in assolo brevi ed efficaci collocati in un itinerario sonoro ben preciso e che giocano spesso tra loro (e con Magris, che è comunque il mattatore del cd, grazie anche ad assolo di nitidezza esemplare e di costante freschezza inventiva) senza paraocchi e con soluzioni brillanti. I brani praticamente si equivalgono, il livello resta costantemente quello di un piacevolissimo mainstream, cui l’evergreen Black Coffee – già interpretato da Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Peggy Lee e ora da Monique Danielle – e la conclusiva The Changing Scene di Hank Mobley definiscono l’elevato standard.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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