A dieci anni esatti da quello che è stato uno tra gli incontri artistici più rappresentativi della musica italiana, Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè tornano insieme per un anniversario speciale: i 10 anni de Il padrone della festa. L’album, inciso a sei mani con uno spirito di vera amicizia e condivisione, verrà festeggiato il prossimo 6 luglio al Circo Massimo di Roma con una data unica e irripetibile.
I biglietti saranno disponibili da domani, 28 novembre, alle 11 su TicketOne e sui circuiti di vendita abituali.
Prima della conferenza stampa presso la Sala Delle Bandiere del Campidoglio, alla presenza del Sindaco Roberto Gualtieri, i tre cantautori hanno dato così l’annuncio dell’evento sui loro profili Facebook:
Daniele Silvestri:
«“Aò, ma quando lo rifate?”
In questi 10 anni sia io che gli altri due sodali ipertricotici questa domanda ce la siamo sentita fare puntualmente quasi dopo ogni concerto.
E la risposta è sempre stata “mah, chi lo sa.. forse mai”.
Ed era una risposta sincera, perché quello che successe allora alla pubblicazione de IL PADRONE DELLA FESTA era e doveva rimanere qualcosa di unico, di irripetibile.
Però poi se c’è da festeggiare un amico non ci si tira indietro. E nel 2024 quel disco così amato (da noi per primi intendo) compirà ben 10 anni. Un traguardo importante. Una festa se la merita, no?
A quel punto ci si chiedeva dove… “casa mia? casa tua?..”
Poi per non scontentare nessuno si è trovata questa location carina, comoda, in zona abbastanza centrale…mi pare si chiami – un po’ roboantemente – CIRCO MASSIMO.
Per chi volesse festeggiare…noi ci vediamo lì il 6 luglio.
P. S. Non lo dite agli altri due, ma non vedo l’ora!!»
Niccolò Fabi:
«6 luglio 2024. CircoMassimo. FabiSilvestriGazzè una sera d’estate romana 10 anni dopo il nostro lungo viaggio insieme al disco “il padrone della festa”.
Grazie a Daniele e a Max ho fatto cose nella mia vita che senza di loro forse non avrei potuto vivere. Anche questa diciamo folle megalomania di un concerto al circo massimo con annesso rischio di autocelebrazione, fatta con la leggerezza di tre amici in gita mi risulta simpatica financo divertente.
A chi mi ha seguito negli ultimi anni non sarà sfuggito che i miei concerti, per quanto gli si possa riconoscere il valore di una certa intensità emotiva, non sono esattamente una passeggiata di spensieratezza e giocosità. In un anno per me di attesa e orientamento, l’idea di rioccupare per una sera il mio terzo di palco insieme ai miei amici fraterni e risuonare quelle canzoni tra un saltello, una risata e una pelle d’oca mi sembra un’idea piena di senso. O semplicemente mi diverte assai. Senza prendersi troppo sul serio ma pensando seriamente che possa essere una bella festa vi si aspetta lì. A dopo…»
Max Gazzè:
«Se vedemo ar Circo Massimo…Olè»
Una storia da raccontare
Correva l’anno 2014 quando Niccolò, Daniele e Max, dopo un viaggio in Sud Sudan, decisero di lavorare a un disco collettivo, mettendo al centro il desiderio di scrivere delle canzoni insieme e dimostrando che, nonostante anni di carriere singole, è possibile mettersi a disposizione dell’altro a favore dell’arte, allontanandosi da mere logiche di mercato.
La loro storia comune è iniziata a Roma nei primi anni ’90, quando ognuno dei tre si impegnava a muovere i primi passi nella musica. Un momento durante il quale a Roma si delineava il profilo di una scena musicale complice e affiatata, nella quale non era difficile che voci, parole, strumenti, affinità e divergenze musicali si incrociassero su un unico palco, dando anche vita ad amicizie destinate a durare nel tempo.
Esattamente lo spirito con il quale è nato Il padrone della festa, lo stesso spirito con cui oggi i tre cantautori tornano insieme sul palco per un appuntamento unico, che il 6 luglio al Circo Massimo li vedrà ripercorrere live, per la prima volta dopo 10 anni, il loro primo e unico album insieme, certificato doppio platino e parte di un percorso che li aveva impegnati per quasi due anni in un tour europeo, una grande tournée nei principali palasport italiani e due memorabili eventi live, all’Arena di Verona e a “Rock in Roma”.
Una location simbolica e un messaggio importante
E in questa atmosfera di festa i tre artisti saranno in ottima compagnia, con loro musicisti e amici con cui da sempre condividono palchi. La città è la loro, Roma, che in questo caso unisce tutta l’Italia, e la location è tra le più simboliche, il Circo Massimo.
In scaletta tutti i brani di un disco quanto mai attuale per i temi affrontati, che ha messo al centro, partendo dal titolo, una riflessione profonda sulla crisi ambientale e climatica e sulla fragilità del pianeta che ci ospita. Un progetto incredibilmente prezioso per quello che rappresenta, testimonianza indelebile di una scuola che è patrimonio della musica italiana.
Ma non mancheranno, come 10 anni fa, le incursioni dell’uno nei pezzi degli
altri — anche in quelli che nel frattempo si sono aggiunti in questi 10 anni intensi e prolifici per tutti e 3 i protagonisti — così da poter rivivere un’altra notte da vera e propria band.
Un omaggio a un modo di affrontare la musica, la canzone, la scrittura, fatto di cuore e cervello, di pancia e mente, di politica sociale e divertimento, in un grande flusso, che porterà chi ascolta a sentirsi al centro di queste canzoni senza tempo.
Le radici ora tornano a intrecciarsi per questo anniversario unico e speciale.
Frecciarossa, il treno Alta Velocità di Trenitalia (Gruppo FS Italiane) e treno ufficiale dell’evento, consentirà ai fan di raggiungere il concerto a prezzo scontato, grazie a promozioni dedicate.
RAI Radio 2 è media partner del live.
L’evento è organizzato in sinergia con il Comune di Roma e con l’Assessorato ai grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda.
LE DICHIARAZIONI IN CONFERENZA STAMPA

Come ha preso vita l’idea
Daniele Silvestri:
È nata “nonostante”, nel senso che ci siamo detti, per un po’ di tempo, che dovevamo lasciare quella cosa successa come qualcosa di unico e irripetibile. Però poi ci siamo fatti sedurre, e ci siamo fatti sedurre per colpa di quel disco, secondo me. Ce lo siamo detti durante un pranzo qualche mese fa, quando più o meno abbiamo valutato l’ipotesi.
È successo in questi anni a tutti e tre, continuamente, di essere fermati non solo per la domanda «Ma lo rifate, non lo rifate?», ma proprio con la copia del disco in mano, magari anche una copia nuova, appena acquistata, perché quel disco, per qualche ragione miracolosa, ha continuato in questi anni, nel suo piccolo, a vendere ogni giorno.
Abbiamo messo insieme questo, e il fatto di aver capito dieci anni fa, quando sul palco ci siamo saliti per la prima volta noi tre e basta, in Europa prima che in Italia, da quello che ci arrivava, dalla gente che avevamo davanti, che non singolarmente ma in tre rappresentavamo qualcosa, forse una intera generazione.
Farlo succedere di nuovo adesso, con la scusa meravigliosa di festeggiare quel disco che abbiamo amato profondamente tutti e tre, ci è sembrata una cosa giusta da fare.
Un disco nato con estrema spontaneità
Max Gazzè:
Questo disco lo abbiamo amato perché è nato davvero in una maniera molto spontanea: non è mai stata una operazione discografica, un dirsi «Dai, mettiamo insieme queste tre forze». Abbiamo cominciato, mi piace ricordarlo sempre, a provare insieme come si faceva in cantina con gli amici: a suonare, a fare musica, a comporre delle cose. E poi alla fine abbiamo comunicato al mondo esterno che avremmo fatto questa cosa.
Nessuno ha percepito questa nostra collaborazione come qualcosa di forzato, e credo sia anche la ragione della sua forza, il motivo per cui le persone che ci seguono individualmente, continuano a vederci come qualche cosa di separato come individui, ma di unico, con una propria identità, tipo i Rolling Stones! (ride, n.d.r.)
Una storia condivisa dalle radici lontane
Niccolò Fabi:
Intanto, quando ci siamo visti dieci anni fa, non era l’inizio del nostro rapporto, perché quello che è stato percepito come onesto, pulito, non malizioso, è il fatto che noi abbiamo deciso dopo vent’anni dalla nostra prima conoscenza — perché noi abbiamo iniziato a suonare insieme in un locale che si chiamava proprio “Il Locale” e che adesso non esiste più — in un’epoca in cui diventare musicista professionista era davvero una speranza, non era ancora diventato nulla di pratico.
Quindi, abbiamo condiviso quella parte della vita in cui c’è un grande desiderio, una grande speranza, una grande ambizione, una sana competitività, nel senso di un aiuto a riconoscere la propria identità ma mescolandosi.
Noi siamo quindi stati abituati a condividere palcoscenici già trent’anni fa, e facevamo jam session su quel palco.
Questo tipo di cultura, quindi non quella del cantautore autoreferenziale sempre, ci ha proprio dato una ginnastica mentale capace di ascoltarci, e non semplicemente di esprimerci. Quindi, quando abbiamo deciso dieci anni fa di ritornare insieme, di fare in qualche modo un piccolo consuntivo, una riflessione su quanto fossimo stati già fortunati, dieci anni fa, a ritrovarci vent’anni dopo l’inizio ancora con la possibilità di dire «sono un musicista di professione», è stato bellissimo confrontarci l’uno con l’altro per capire cosa fosse successo in quei vent’anni, e l’abbiamo capito scrivendo cose insieme, una volta che forse ognuno di noi aveva già raggiunto una propria identità.
La leggerezza del ritrovarsi
Niccolò Fabi:
Rivederci dopo altri dieci anni è un ulteriore modo, che solamente fra noi tre possiamo fare, di dare un senso alla nostra traiettoria, di far rivivere per una sera anche quella gioia di una assenza di responsabilità che io personalmente sento tanto quando faccio i concerti miei, che non sono certo ipergiocosi e divertenti. Con loro mi diverto tantissimo.
Tornare a zompettare, anche se mi rendo conto che la location è molto sovradimensionata rispetto a quelli che erano i nostri standard — e vi assicuro che dal giorno dopo io tornerò tranquillamente nei miei teatri meravigliosi —, è proprio la prova del fatto che davvero con loro riesco a fare cose che altrimenti non farei, che è un regalo enorme.
Io, dopo l’esperienza de “Il padrone della festa”, ho forse scritto il disco che più di tutti rimarrà attaccato alla mia vita, e l’ho fatto anche grazie alla sicurezza che mi hanno dato loro, al fatto che dopo essermi mescolato con loro ho potuto trovare meglio la mia identità.
Rigiocare, nel vero senso della parola, con loro per una sera la trovo davvero una cosa molto bella. Non mi sa di nostalgia, di reunion dei vecchietti imbiancati e con la panza: non garantirei sul prossimo, ma forse con questo concerto non siamo ancora a quel livello! (ride, n.d.r.)
Un supporto reciproco costante
Max Gazzè:
Una cosa molto bella che accade tra di noi: già dalla realizzazione de “Il padrone della festa”, la nostra grande forza è il supportarci a vicenda. Ognuno di noi ha fatto in modo di tirare fuori il meglio dall’altro e di sostenerlo. È una squadra molto emotivamente importante: anche nelle scelte, nelle difficoltà, ci conosciamo tanto, siamo un po’ fratelli, e sono l’affetto e il bene alla base di questo progetto.
Quello che diceva Niccolò vale anche per me: questo progetto ha aggiunto tantissimo al mio percorso. È come il gioco dei bastoncini cinesi: ci si sostiene a vicenda, noi lo percepiamo e sono convinto che anche il pubblico lo percepisca.
Daniele Silvestri:
Non serve, ma a completamento di ciò che ha detto prima Niccolò a proposito del non sentire la responsabilità, aggiungo che il riferimento è al punto di vista musicale, perché è in quel senso che torniamo a “Il Locale”, quando ognuno di noi era un musicista prima di diventare un cantautore. E quando siamo tutti e tre insieme su un palco, arrivano lunghi momenti nei quali ognuno di noi è il musicista dell’altro, e questa è la cosa che ci piace di più. Se non ci fosse stato “Il Locale”, forse oggi non avremmo saputo farla.
La scelta della location e l’eventualità di un singolo o di un album live
Daniele Silvestri:
“Perché il Circo Massimo?” è una domanda che ci siamo posti più volte, e abbiamo fatto anche altre ipotesi. Però, tutto sommato, l’idea che fosse uno spazio di quel genere, non solo per le dimensioni — chi lo sa se poi serviranno dimensioni così grandi: ovviamente, la speranza che abbia senso aver scelto una location così grande c’è anche da quel punto di vista —, è affascinante perché siamo di Roma, e anche se questo concerto non è dedicato solo ai romani, poter ospitare per bene “a casa” tutti quelli che verranno, in quello che consideriamo il nostro “salotto preferito”, non ci dispiace, ovviamente. Lo spettacolo che ci riesce a vivere lì, proprio per come è fatto il Circo Massimo, è piuttosto unico.
Da un punto di vista strettamente economico, organizzativo, non è certo la scelta più facile, ma è la più giusta: volevamo che anche per gli occhi questo evento fosse qualcosa da ricordare.
Non abbiamo pensato a un singolo nuovo perché vogliamo festeggiare quelle canzoni, e ci sarà talmente tanto altro, durante quel concerto – perché sì, c’è un intero disco, ma ci sono anche l’intersecarsi delle nostre canzone e storie, e i dieci anni passati dopo che hanno lasciato un segno in ognuno di noi.
Max Gazzè:
Stiamo festeggiando il disco, ma voglio sottolineare che stiamo festeggiando anche la gioia di questa collaborazione. Ci stiamo festeggiando: è un regalo che facciamo a noi stessi e al pubblico che ci ha amato.
Un pubblico condiviso… e non solo
Niccolò Fabi:
Qui è stata utilizzata prima la parola “evento”, che è qualcosa che personalmente fuggo normalmente, perché già caratterizza il concerto come qualcosa di spettacolare più che di musicale o artistico in senso stretto. È ovvio che il Circo Massimo potrebbe, proprio per le caratteristiche di un luogo unico e di un concerto unico, aggiungere persone che magari possono avere simpatia per noi tre separatemente, ma non tanta da giustificare la presenza a un concerto del genere.
Perciò è plausibile pensare che si possa aggiungere qualcuno. Dopo la nostra esperienza di dieci anni fa c’è stato un passaggio di ascoltatori da Max a Daniele e da Daniele a me, e viceversa.
Probabilmente, al di là del disco, credo che quel che sia piaciuto e che sia stato ritenuto non così comune sia il modo nel quale ci divertivamo sul palcoscenico. Qualcosa che dovremmo dare quasi per scontato dopo tanti concerti, ma evidentemente si percepiva tanto — cosa più insolita — questa naturale capacità di occupare un terzo del palcoscenico senza che questo rappresentasse un passo indietro, ma rappresentasse un modo di stare insieme sul palcoscenico.
Credo che questa cosa, a maggior ragione in un periodo storico in cui questa educazione a suonare insieme non è così diffusa, per chi ama quel tipo di approccio sarà un motivo in più per venirci a sentire.





































