Sesta indagine per l’avvocato penalista Greta Morandi e il suo braccio destro Mario Longoni detto Marlon, opera della coppia Arosio&Maimone. È già in gestazione la settima
Se la scelta è sul giallo d’epoca, hai regole da rispettare: gli argini del genere e la documentazione, per evitare inesattezze storiche. Per Mannequin, ambientato a Milano, nel mondo della moda, ho cercato i pezzi delle giornaliste di allora, stupendomi di trovare ancora articoli di Irene Brin che nella mia memoria avrei confinato agli anni Trenta e Quaranta. Avendo poi lavorato per anni come giornalista, quanta ammirazione per quei pezzi così curati e scritti in stato di grazia. Il 1965, l’anno in cui si svolge il giallo, è stato speciale, dall’Inghilterra Mary Quant proponeva le minigonne che avrebbero conquistato le ragazze di tutto il mondo e sempre dall’Inghilterra i Beatles avrebbero rivoluzionato la musica. Fra l’altro, nel giugno 1965 hanno tenuto il loro concerto al Vigorelli, a Milano. Eppure i giornalisti faticavano a capire quello che stava accadendo, rileggere le cronache del concerto dei quattro di Liverpool è imbarazzante (la maggior parte dei critici musicali li riteneva un fenomeno di passaggio), mentre le croniste di costume assistevano stupite alla moda spaziale e si appassionavano ai tessuti sintetici dai nomi fantascientifici a cui decretavano vita eterna. Leggere i quotidiani del passato, sapendo poi come le cose sono andate a finire, è uno degli aspetti più appassionanti dello scrivere romanzi assieme a quello di far interagire personaggi realmente esistiti con quelli di fantasia. Insomma, coniugare la Storia con le storie diventa puro piacere.
Erica Arosio
La sfilata delle vanità
Milano, via Passione – domenica 23 maggio 1965, ore 18,00
“Oh honey pie, my position is tragic
Come and show me the magic
Of your Hollywood song”
Honey pie
Il salone di rappresentanza della White Eagle è perfetto in ogni dettaglio e addobbato per la grande serata: diviso a metà dalla passerella rialzata, ha da ogni lato due file di poltroncine per gli ospiti e bouquet di fiori nei punti strategici.
Dopo 20 anni a New York e il successo internazionale, la White Eagle è pronta per sbarcare in Europa, confrontandosi alla pari con le più celebri firme francesi e italiane. Egle avrebbe potuto scegliere Parigi, capitale della moda fin dal 700, o l’avveniristica Londra, ma è italiana e ha preferito Milano. Aveva preso in considerazione anche Roma, cuore dell’haute couture, ma è nella città lombarda che ha trovato il sostenitore giusto: Eriprando Clerici, il più importante industriale tessile del Paese che ha finanziato il suo progetto.
Il parterre è quello delle grandi occasioni. I posti sono stati assegnati tenendo conto dell’importanza di ciascun invitato. In prima fila c’è il sindaco Pietro Bucalossi con la moglie, alcune personalità cittadine e le giornaliste più quotate: Irene Brin, Giulia Borgese e Brunetta del Corriere della sera, Camilla Cederna dell’Espresso, Natalia Aspesi del Giorno e le direttrici dei settimanali femminili e di Vogue. Anna Ferrari scortata da Michele Casali è in seconda fila, perché Il Sorpasso, nonostante i molti scoop, non è ancora considerato un quotidiano di primo piano. Greta e Marlon hanno avuto un posto in prima fila, di fianco al giudice Umberto Nardi con la moglie. Greta lo conosce dai tempi della sua laurea e per lei è come un padrino, ma non si erano mai trovati vicini in un’occasione così frivola, solo a noiosi convegni della magistratura. La serata è inusuale anche per Marlon, poco abituato all’alta società di cui non sopporta i rituali.
“Non so perché ho accettato di accompagnarti, non mi piace la faccia di nessuno qui intorno. Sono un tipo da Jamaica, io”.
“Non fare l’orso, cerca di divertirti e per favore sii gentile col giudice. Certo che potevi vestirti un po’ meglio. Lo sapevi che era una serata elegante”.
“Perché, questa camicia a scacchi non ti piace?”
“Non ti rispondo neanche”.
Ma ecco che sulla passerella sfila con falcate innaturali, come imitando un animale selvaggio, la prima modella.
Anna Ferrari alza e abbassa di continuo la testa, stenografando ogni dettaglio degli abiti. Deve far fronte alla concorrenza delle veterane e appunta rapida.
“Moda geometrica: trionfo del bianco in cui si inseriscono sbarre, quadrati, trapezi colorati, disposti in un gioco rigoroso di proporzioni severe. La vita è bassa o più spesso è non vita. Niente linee a clessidra ma abiti che cadono rigidi” Anna Ferrari fatica a scrivere tutto quello che vorrebbe perché i modelli si susseguono. “Le giacche sono corte. Per la sera pigiami palazzo di sete fruscianti…”
Marlon piegato verso Greta, che gli fa segno di tacere, si lamenta.
“Greta, questi vestiti hanno un unico pregio: mettono in mostra le gambe. Per il resto nascondono tutte le curve, che peraltro nemmeno ci sono. Me lo dici cosa ne è di una donna senza qualche rotondità in vista? E guarda il vestito che sta arrivando adesso! Sembra una tuta da palombaro”.
“Abbassa la voce, dai non ti far riconoscere da tutti. Insomma, non li leggi i giornali? Fra un po’ arriveremo sulla luna ed è così difficile capire che la moda ne è influenzata? Non è una tuta da palombaro, è una linea spaziale”.
“Me pias minga. E comunque sulla luna ci arriveranno prima i compagni russi che gli americani. Ma pensa te cosa mi tocca vedere. Sembrano degli attaccapanni queste fanciulle. Avrei paura a toccarle. Potrebbero rompersi”.
Greta gli fa cenno di nuovo di stare zitto.
“E piantala, Marlon, su, fai il bravo e comunque qualcuna ti ha chiesto di toccarla? Direi di no. Lo capisci che la moda è un’arte?”
“Se voglio vedere un quadro vado al museo!”
Un pizzicotto di Greta sul braccio del suo detective pone fine alla polemica.
Seduto alle loro spalle, Michele Casali non ha opinioni tanto diverse da quelle di Marlon e se la gioca con Anna Ferrari, collega di sempre e amante occasionale, soprattutto nei periodi in cui non sono presenti fidanzati riconosciuti. Che poi, anche quando succede, finiscono lo stesso a letto assieme: né Anna né Michele sono mai stati paladini della fedeltà. Più amici che amanti, più complici che colleghi, assieme trovano sempre il modo di divertirsi e di sostenersi.
“Michele, guarda che se continui a dire sciocchezze non ti porto più con me”.
“Capirai come mi spavento! Sto pensando a cosa succede quando svesti una di queste qua: gli abiti restano in piedi, rigidi come stoccafissi. Peccato, perché, e dovresti saperlo, mi piace quando spoglio una donna vedere i vestitini leggeri scivolare a terra, a formare un mucchietto colorato”. Anna cerca di protestare ma Michele la interrompe. “Ehi, conosci quella tipa con gli occhiali bianchi grandi grandi, seduta sull’altro lato, in fondo alla fila a destra?”
“Non la conosco ma so chi è, la giornalista di una famosa testata americana”.
“Guarda, ecco, stai attenta adesso che sta uscendo una nuova modella. Lo vedi cosa sta facendo?”
In quel preciso momento la donna indicata solleva con noncuranza la patella che copre la chiusura della sua borsetta e poi la riabbassa. Ha ragione Michele, è strano perché ripete lo stesso gesto ogni volta che sfila un nuovo modello.
“Mi sbaglierò, ma secondo me sta fotografando”.
“Vuoi dire che è spionaggio industriale? Cosa può essere d’altro? Fa le foto ai capi e le vende a qualche grande magazzino americano che copia i modelli e li mette in produzione in serie. Bravo Michele. Devo approfondire”.
Intanto la sfilata continua e le inviate prendono nota e confabulano. Giulia Borgese si avvicina a Irene Brin.
“Scusa, ma Ines non sfila?”
La decana delle giornaliste di costume, occhiali da gatto e chignon impeccabile fissato in cima alla nuca, avvicina il collo alla Modigliani alla collega:
“Me lo stavo chiedendo anch’io. Si dice che la collezione l’abbia disegnata lei e non c’è. Non riesco proprio a capire. Comunque c’è qualcosa che non mi convince. Abiti interessanti, tutti con un’idea in più, ma le stoffe? Sono quelle di sempre. Che senso ha l’accordo con Clerici se non utilizzano le fibre sintetiche? Non mi entusiasmano e avranno vita breve, ma sono la novità ed Egle non le ha usate”.
Giulia Borgese non smette di guardare le modelle, tutte con lo stesso trucco. Lo stesso che imiterà presto ogni adolescente. Rossetti e smalti corallo e quelle innaturali ciglia finte incollate intorno agli occhi che rendono uguali tutti gli sguardi: non sembrano più donne, ma bambole che fissano stupite il mondo. E i capelli? O lunghi sciolti, cotonati con frangette piene a coprire quasi gli occhi oppure corti alla Vidal Sassoon, caschetti geometrici con frangia che finisce a punta fra le sopracciglia.
“Hai ragione, Irene, c’è qualcosa di strano. Mi ero già preparata una parte dell’articolo, proprio centrato sulle stoffe” e indica il bloc notes dove si legge: “La collezione della White Eagle utilizza i nuovi tessuti della StoffePreziose di Eriprando Clerici, filati dai nomi altisonanti. Devoré d’acetato, chiffon di lilion, fibra viscosa ad alto modulo elastico, raion monobava a sezione lamellare.
Stoffe futuribili che hanno sostituito quelle delicate, la seta, i damaschi, i broccati, il lino, le lane lavorate.
Le donne si stanno affacciando da protagoniste alla società e non possono perdere tempo a stirare. Hanno bisogno di capi dinamici, confezionati con tessuti resistenti che non si stropicciano e facili da lavare”.
“Tesoro, butta via tutto. Quelle che stanno sfilando sono sete che vanno toccate con i guanti, basta un nulla e tiri i fili. Tutte ci aspettavamo qualcosa di diverso e soprattutto la consacrazione di Ines. L’avevo sentita qualche settimana fa, al telefono. Faceva gran proclami sul nuovo che avanza, sulle stoffe che guardano al futuro per la donna del futuro e invece qui non ci sono né lei, né le stoffe. Non ha senso. Cosa facciamo? La cerchi tu per un’intervista?”
In sala c’è qualcun altro preoccupato per l’assenza di Ines. È Ferdinando Lugli, il socio di minoranza della StoffePreziose che, stanco di aspettare, lascia la sua poltroncina in prima fila e si dirige verso i camerini.
Una delle assistenti gli sbarra l’ingresso.
“Niente uomini qui, è ammesso solo il nostro truccatore”.
Lugli la scosta in malo modo e sibila.
“Fammi parlare con Egle” e si fa largo fra le indossatrici mezze svestite che lo accolgono con gridolini di finto imbarazzo. Lui le ignora e ha occhi di fuoco solo per la titolare.
La sarta, calmissima, sta attenuando con una salviettina un rossetto troppo acceso sulle labbra di una mannequin, mentre indica una scarpa bassa decorata da una grossa fibbia d’argento che deve sostituire una decolleté a suo dire con un tacco troppo alto. Eriprando sovraintende con atteggiamento cardinalizio e l’irruzione di Lugli crea scompiglio come fosse arrivato un elefante in una cristalleria.
“Dov’è Ines? Si può sapere dove diavolo è finita? Perché non è qui?”
Egle gli sorride con impeccabile bon ton mentre fissa con la lacca il tirabaci sulle guance della modella che sta per uscire in passerella.
“Ferdinando, non agitarti. Ines era così stanca per via del fuso orario che immagino si sia addormentata. E comunque non era indispensabile”.
Lugli si fa largo di nuovo fra le modelle, prende Egle per le spalle e la scuote, rovesciandole addosso tutto il suo disprezzo.
“Sei una vipera. Adesso ti metto a posto. Vado io a cercare Ines”.
Eriprando non fa in tempo a intervenire che il suo socio è già fuori dall’atelier.
































Se la scelta è sul giallo d’epoca, hai regole da rispettare: gli argini del genere e la documentazione, per evitare inesattezze storiche. Per Mannequin, ambientato a Milano, nel mondo della moda, ho cercato i pezzi delle giornaliste di allora, stupendomi di trovare ancora articoli di Irene Brin che nella mia memoria avrei confinato agli anni Trenta e Quaranta. Avendo poi lavorato per anni come giornalista, quanta ammirazione per quei pezzi così curati e scritti in stato di grazia. Il 1965, l’anno in cui si svolge il giallo, è stato speciale, dall’Inghilterra Mary Quant proponeva le minigonne che avrebbero conquistato le ragazze di tutto il mondo e sempre dall’Inghilterra i Beatles avrebbero rivoluzionato la musica. Fra l’altro, nel giugno 1965 hanno tenuto il loro concerto al Vigorelli, a Milano. Eppure i giornalisti faticavano a capire quello che stava accadendo, rileggere le cronache del concerto dei quattro di Liverpool è imbarazzante (la maggior parte dei critici musicali li riteneva un fenomeno di passaggio), mentre le croniste di costume assistevano stupite alla moda spaziale e si appassionavano ai tessuti sintetici dai nomi fantascientifici a cui decretavano vita eterna. Leggere i quotidiani del passato, sapendo poi come le cose sono andate a finire, è uno degli aspetti più appassionanti dello scrivere romanzi assieme a quello di far interagire personaggi realmente esistiti con quelli di fantasia. Insomma, coniugare la Storia con le storie diventa puro piacere.







