Il percorso musicale dei Cassandra, band fiorentina composta da Francesco (chitarre) e Matteo (voce) Ravazzi e Giovanni Sarti (batteria), riparte da Un glorioso disastro. Si tratta del secondo album del guppo (dopo Campo di Marte, uscito a marzo 2022), pubblicato il 1 dicembre per Mescal.
Questo nuovo album è un riflesso della visione del mondo della band, spesso tinta di pessimismo ma senza sprofondare nella disperazione. Caratterizzato da un mix di ballate e brani festosi, l’album narra frammenti di vita, fallimenti e momenti di buon umore.
Il risultato è un album che celebra la vita come una grande festa, con l’obiettivo di apprezzare i momenti positivi nonostante le difficoltà e le catastrofi che si presentano. Ciascuna traccia dell’album narra una storia o esprime un particolare sentimento, contribuendo a creare un’opera che riflette la diversità e la complessità dell’esperienza umana.
Un esperimento riuscito, in cui la band ha scelto di isolarsi per un periodo e lavorare in maniera intensiva a questo disco, che rappresenta, sotto tanti punti di vista un passo avanti nella loro carriera.
Abbiamo raggiunto Francesco Ravazzi, chitarrista della band, per farci raccontare di più di questo lavoro.
Puoi descrivere Un glorioso disastro usando solo tre aggettivi?
Genuino, crudo e rappresentativo.
Bene, adesso approfondiamo. Perché genuino?
Genuino perché è il nostro modo di scrivere e di suonare. E questa volta, devo dire, è stato anche il nostro modo di registrare. A differenza del primo disco, in cui abbiamo avuto paradossalmente un approccio “poco da band”. Questa volta abbiamo deciso di registrare da band, allestendo uno studio di registrazione nella Garfagnana in piena campagna, dove abbiamo registrato in presa diretta. Ed è genuino anche nella scrittura, perché parliamo di cose che conosciamo.
Perché crudo?
Avendo a disposizione tre strumenti di base – chitarra, basso e batteria -, è crudo perché non ci sono troppe ampollosità. Tre strumenti, la voce, qualche aggiunta in post-produzione. È tutto “al minimo storico”.
E perché rappresentativo?
È un disco rappresentativo perché, come dicevo, noi scriviamo di ciò che viviamo. L’abbiamo scritto praticamente in tour, girando l’Italia da un capo all’altro, ma sempre parlando di ciò che conosciamo. Quindi è davvero rappresentativo di ciò che siamo e della musica che vogliamo fare.
È un’emozione diversa rispetto al disco d’esordio?
Campo di Marte è stato praticamente un parto trigemellare, perché è stata una roba che avevamo in ballo da anni, su cui avevamo lavorato tantissimo, anche con Marco Carnesecchi che è il nostro produttore. È stata una roba davvero complessa, ma allo stesso tempo liberatoria. Questo album invece è stato un po’ più sofferto perché è assolutamente vero, come si dice, che il secondo disco è sempre il più difficile. Ci siamo avvicinati in maniera anche timorosa, ma alla fine ci siamo detti che se dovevamo andare contro il muro, dovevamo farlo in maniera coerente con quello che siamo.
Avete raccontato che l’album è stato registrato in una villa sperduta nel bosco. In che modo l’ambiente ha influenzato il suono e il tono complessivo del disco?
Noi avevamo il sogno di chiuderci in un posto disperso per pensare solo alla musica. Per lavorare a questo disco ci siamo riusciti. Sicuramente l’ambiente attorno a noi ha avuto un’influenza perché si percepisce in tutte le tracce un senso di rilassamento e spensieratezza, anche quelli più serrati. E questo, secondo me, lo dobbiamo anche all’ambiente in cui è nato.
Da dove è arrivata l’ispirazione per il titolo?
Per arrivare alla pubblicazione di questo disco siamo passati attraverso tanti dubbi. Però da buoni fiorentini quali siamo, ci siamo detti “anche se dev’essere un disastro, che sia glorioso”.
Partiamo da Bonsai. Intanto è l’ultimo singolo uscito prima dell’album, e avete raccontato che è anche uno di quelli rimasti fuori dal lavoro precedente. Quindi è un po’ l’anello di congiunzione tra i due?
Assolutamente sì. Bonsai è il classico pezzo che si mette un po’ nel cassetto, e infatti noi ce l’abbiamo lì da anni, ma c’era sempre qualcosa che non ci convinceva. Mentre lavoravamo a questo disco, siamo andati a riascoltarlo per vedere se c’era qualcosa che potevamo salvare che aveva l’attitudine che in questo disco mancava. Mescal ci ha creduto molto, lo abbiamo lasciato come ultimo singolo proprio per evitare di lanciarlo a caso. Però sì, è ciò che di fatto tiene insieme i nostri due lavori.
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Come si integra il messaggio di Ça va san dire con il tema generale dell’album?
Posso rispondere “non lo so”? (ride, ndr). Paradossalmente, è il pezzo più rappresentativo del nostro anno. Perché noi eravamo sempre in giro per suonare e la riflessione da cui è nato questo pezzo è venuta fuori mentre tornavamo verso Milano in treno da Reggio Calabria. Vedevi fuori dal finestrino tutte le persone che vivevano una vita molto più lenta della nostra. Per questo dico che questo è il pezzo che ci rappresenta di più nel momento in cui è stato scritto.
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Cosa volevate che gli ascoltatori percepissero dall’ascolto di Crac?
Questo brano parla del senso di inadeguatezza, del non sentirsi a proprio agio in nessun posto. Ma parla anche della ricerca continua del proprio spazio nel mondo e nelle piccole cose allo stesso tempo. Che è qualcosa che ci accomuna un po’ tutti, perché se non accetti i “recinti” in cui vogliono che tu ti inserisca, ti senti inadeguato. Ci sentiamo tutti inadeguati. Ecco, questo volevamo che la gente percepisse: ci sentiamo tutti così.
Qual è il vostro rapporto con la noia e come siete arrivati alla produzione di M’annoio?
Questo non è un pezzo catchy, che appena lo ascolti dici “che pezzone!”, però ci siamo molto legati. È un pezzo, sì leggero, ma contiene anche una sfumatura di grigio sia nel testo che nell’arrangiamento. La noia fa parte della nostra vita, non ne puoi fare a meno. Ma la cosa strana è che a volte ci stai proprio bene con la noia. Certo, bisogna imparare a conviverci. Ma la noia ti permette di tirare fuori le emozioni, e il miglior modo che io ho per farlo è scrivendo canzoni.
La festa è finita è il pezzo che chiude l’album. Cosa volete che gli ascoltatori ricordino dopo aver ascoltato questa traccia e concluso il viaggio musicale di Un glorioso disastro?
La festa è finita è uno di quei brani che è rimasto molto tempo in un cassetto perché ha un arrangiamento un po’ particolare e anche una melodia molto strana. È quasi un esercizio di stile: siamo partiti da un mio riff di chitarra e da lì abbiamo registrato, cercando di costruirci una melodia molto scarna. Questo brano chiude il disco perché ci piaceva l’idea di chiudere in modo diverso: non è la classica fine molto malinconica, o il ballatone. Era un modo più strano e lontano dalle nostre corde per chiudere il disco, che però ci ha gasato molto.
Com’è aprire i concerti di qualcun altro?
Per quanto il progetto Cassandra sia giovane (del 2021, ndr), noi suoniamo da anni. Abbiamo suonato veramente ovunque, nelle situazioni più assurde, quindi ormai è quasi una passeggiata di salute. Ovviamente, devi essere ancor più interessante del solito, perché è il pubblico di qualcun altro. Però in generale per noi è una cosa estremamente piacevole.
Quali sono i piani per il futuro?
Adesso stiamo progettando dei live da gennaio in poi, che in quest’ultimo periodo ci è mancata quasi del tutto. Abbiamo una voglia di suonare incredibile, quindi l’obiettivo per il 2024 è suonare il più possibile. Per fortuna abbiamo una struttura come la Mescal che ci segue e ci aiuta in tutto quello che non si vede. Poi abbiamo in serbo anche qualche chicca, ma per il momento non diciamo niente…






































