Tastiamo di nuovo il polso del jazz di casa nostra analizzando gli album nuovi di alcune formazioni in quartetto, in cui veterani e strumentisti più giovani si confrontano e si incontrano. Ascoltarli uno dopo l’altro apre sul jazz italiano una vetrina, che ci ricorda quanto sia l’opera di musicisti dediti alla haute couture senza essere dipendenti dalle mode passeggere, che sanno cogliere l’attimo dell’improvvisazione più convincente e insieme distendersi in percorsi melodici e ritmici convincenti, e ancora aprire varie angolazioni moderne di lettura e di esposizione di quella musica che una volta si definiva afroamericana.

Travel Collective
New Way New Way (Art in Live/Egea)
Voto: 7/8
Tra poco festeggiano il decennale della loro attività insieme il trombettista piemontese Marco Vezzoso (che dal 2012 vive a Nizza, dove insegna al Conservatorio) e il pianista ligure Alessandro Collina. Hanno inciso sei album, tra cui due live (il primo dei quali registrato in Giappone nel 2015) e la rivisitazione del repertorio di Vasco Rossi Kind Of Vasco, apprezzato dallo stesso Comandante. Questo New Way segue il precedente Travel – cofirmato dal superpercussionista Trilok Gurtu e dal suo ex-partner alla corte di John McLaughlin, il bassista francese Dominique di Piazza, presente anche qui – che aveva ottenuto ottimi riscontri di critica e di airplay radiofonico.
Dieci brani accattivanti e moderni, dedicati ciascuno a una città che i due hanno frequentato durante i loro tour in Asia e in Europa e di cui cercano di riportare a noi colori e sapori emotivi. Il quartetto base (ovvero il Travel Collective cui è attribuito il cd) è completato dall’abituale collaboratore del duo, il batterista eclettico Andrea Marchesini, mentre diversi sono gli ospiti. Dopo l’iniziale Rain In Seoul, dal respiro notturno e intrigante, la cantante Cecilia Barra dei Fool Arcana disegna la struggente melodia di M° Kerpatenko, dedicata al direttore d’orchestra ucraino Yurii Kerpatenko, assassinato dai soldati russi nel settembre 2022 perché si era rifiutato di dirigere un concerto a Kherson, dove viveva, che avrebbe dovuto celebrare il “miglioramento della vita pacifica” nella città invasa.
L’album continua in un clima distensivo e lirico, con le sonorità alla Rava del trombettista e le sortite più impressioniste del pianoforte. Il tutto carico di pulsioni appena sussurrate come in No Black Tie In Kuala Lumpur,con il violino e le tabla degli indiani Neyveli Radhakrishna e Praveen Narayan ad avvicendare una tromba aerea, oppure in “Dubai’s Moon”, aperta e punteggiata dall’oud del tunisino Khaled Ben Yahia. Ancora da segnalare Paris in TGV con la chitarra elettrica di Kevin Saura a graffiare un poco la patina quasi astratta del cd o il violino che sottolinea l’incedere di Nice Nissa, la traccia più riuscita. Un lavoro che mantiene la sua linearità estetica fino alla fine, non di rado lezioso anche se gli spazi inventati e le relazioni strumentali trovano sempre equilibri quasi immateriali e traslucidi.

Nicola Mingo
My Sixties In Jazz (Alfamusic/Egea)
Voto: 8
Come scrive il musicologo Maurizio Franco nelle note, il riferimento diretto del chitarrista napoletano al bebop e al successivo hard bop è «uno sguardo sereno, seppur appassionato, a un mondo stilisticamente importante, ma da considerare come uno spunto, uno stimolo, una fonte di idee che devono essere riportate alla concezione e al modo di sentire di oggi». Ossia, benché attenta al passato, la visione jazzistica di Mingo suona moderna, seria, quasi inattaccabile nel suo sviluppare un mainstream senza tempo e insieme legato al presente, senza dimensioni e insieme strutturato e solido.
Lo si capisce immediatamente ascoltando i tre standard che ha scelto per questo cd che festeggia i suoi sessant’anni appena compiuti. Two Of A Kind, firmata dal trombettista Terence Blanchard, One By One del sassofonista Wayne Shorter, entrambe composte per i Jazz Messengers di Art Blakey, e la classica quanto complessa Confirmation di Charlie Parker. Le riprese del chitarrista sono eleganti, ricche di invenzioni nuove durante gli assolo e dal sapore preciso e gradevolissimo. Lo stesso si può dire della ripresa di This Masquerade, un brano pop di Leon Russell molto amato (ne ricordiamo una versione anche della Mia Martini più jazzy), che aprì al successo la carriera di George Benson, un guitar hero che Mingo ama proprio fino a quel periodo (1976) e non nelle sue avventure fusion successive.
Otto sono invece i brani scritti dal chitarrista per il suo nono lavoro da leader, che li propone, come gli altri, in quartetto, accompagnato dai solidissimi e “storici” ritmi Pietro Iodice alla batteria e Pietro Ciancaglini al contrabbasso e da un pianista emergente di sapiente coloritura, Francesco Marziani. Dall’iniziale Bopping, che si muove secondo l’andatura tipica dell’hard bop, a D Modern Blues, in cui aleggia immediato il ricordo swingante di Wes Montgomery, il faro di Mingo, da Neapolitan Blues, che rende omaggio al sound partenopeo miscelandolo con ricchezza e sapienza al blues, a My Guitar Solo, che chiude il cd con un sentiment alla Joe Pass, l’album si srotola in maniera omogenea e congruente, così come sono omogenee e congruenti le sfaccettature di un diamante lavorato. Identiche a sé stesse finché lo sguardo (nel nostro caso l’ascolto) non le scopre piene di luce, colore, vita.

Vittorio Solimene
Alexithymia (Wow)
Voto: 7
Ha 25 anni il pianista Vittorio Solimene, napoletano trapiantato a Roma per amore del jazz, e questo è il suo secondo album da titolare, dopo Urlo piano del 2019, in trio. Il cambio di rotta è evidente fin dalla formazione, allargata a quartetto con l’innesto di un sassofonista, il promettente Lorenzo Simoni che predilige l’alto, e il cambio della ritmica, che vede qui impegnati i forbiti Michele Santoleri alla batteria e Alessandro Britzios al contrabbasso. La scelta dichiarata è stata quella di «far incontrare musicisti che non avessero mai collaborato prima tra loro, compreso Solimene, affinché si mettessero in ascolto e a disposizione di un’esperienza nuova», con composizioni che «si sono sviluppate partendo dal titolo, da un’idea concettuale ed emotiva, lasciando poi fluire le emozioni» e mai da un’idea tecnico-musicale.
Con un titolo tratto del greco – significa “emozioni senza parole” – il Nostro offre nove composizioni, tutte uscite dalla sua penna, senza avventurarsi in riprese da antichi e nuovi maestri. La mancanza di un confronto – e forse anche la relativa amalgama del quartetto, che però si nota solo in rari tratti – non lo aiuta a decollare come si vorrebbe, a superare la fase di rodaggio elegante e di ampio spettro, a esprimere poesia piuttosto che ricerca spigliata. Alexithymia è un lavoro piacevole e coinvolgente, sia chiaro, ma non supera lo step di “lavoro giovanile” in cui sono accumulate mille e una prospettiva, senza che l’insieme diventi un compendio personale privo di cedimenti.
Ovviamente la tecnica non manca, il flusso di un jazz moderno e dal taglio lirico neppure, i brani di classe neanche, in particolare il moderato e cantabile avvio And The Sun Rises, l’ondivago Invisible Walls con il miglior interscambio piano/sax, Roots And Wings, con il suo mainstream aperto, il pensoso Stranger Than Reality e l’ottimo conclusivo inseguimento collettivo di First Time, Last Time. Insomma un saggio espressivo solido, che illumina prospettive importanti, le cui suggestioni arrivano, a volte un po’ “telefonate” altre in maniera più spigliata, e i cui groove sanno essere inventivi.

Pietro Ciancaglini
Consecutio (GleAm/IRD)
Voto: 8
Il veterano del contrabbasso della scena jazz romana propone questo suo album numero quattro da leader con un quartetto sui generis, in cui la voce di Chiara Orlando assume una connotazione esclusivamente “strumentale” con i suoi vocalizzi che doppiano le melodie oppure le soluzioni ritmiche, a volte persino intraprendono voli solistici, aiutata in questo dal suo essere anche trombettista, benché qui non si cimenti nel ruolo. Gli altri partner di Pietro Ciancaglini – personaggio che, va ricordato, durante la sua lunga carriera è stato al fianco di giganti come Steve Grossmann, Lee Konitz, Joe Chambers, Greg Osby, Randy Brecker, oltre che membro dello storico quintetto High Five e della band di Mario Biondi – sono il fido Pietro Lussu al piano elettrico e a quello acustico (insieme a Lorenzo Tucci formano da anni la solida griffe LTC) e il batterista Armando Sciommeri.
Altra novità è vedere il titolare esprimersi soprattutto al basso elettrico e, in due brani, alle tastiere. Questa scelta perché, annota Vincenzo Martorella, «l’album allude a un’idea di jazz inevitabilmente vasta, ampia, variegata, senza confini, declinata con estrema eleganza, avendo ben chiaro l’obiettivo, e le modalità con le quali raggiungerlo». Un obiettivo che di fatto è la volontà di trovare tra elettricità e ricerca, intensità e novità, una via personale al jazz contemporaneo, che parte dalla fusion e si amplia senza le forzature post-free né troppe reminiscenze mainstream.
Il risultato è efficace fin dalla title track in apertura, che è già una definizione della poetica elettrica e distesa insieme del lavoro, con il basso che dialoga con il Fender Rhodes. Di fusion, ma sempre giocata un attimo prima delle derive commerciali del genere, si tratta in 7.45, mentre Free Frigio disegna atmosfere inquiete e sottili in punta di pennello e Shades Of East, trainata da un efficace Sciommeri, vola su andature più rapide e su ricordi postbop rielaborati in scioltezza.
Ancora Two Wings ha un respiro melodico e quasi bossa con Orlando in spolvero, Big Souls è un coup de theatre brillante e pieno di vitalità, scorrevole e ricco di suoni variegati e di miniassolo diabolici nella loro capacità di restare impressi è il fulcro del cd, Umore Dominante è un’improvvisazione a tre su trame notturne, Deep ha intrecci e distensioni, swing e frenate, lanci vocali e incroci elettrici. Chiudono Things That Change, con i quattro che si ritagliano parti solistiche in sequenza, a partire da Orlando, e Unspoken Words, che ritorna alla fusion elegante e viva, luminosa e discorsiva.






































