Ogni volta che percorriamo le sale del Castello Visconteo Sforzesco di Novara per una delle belle mostre che annualmente le arricchiscono siamo sempre a pensare quanto sia intelligente e congrua la scelta che gli amministratori della città piemontese hanno effettuato proponendosi di offrire ai loro concittadini e a tutti gli amanti dell’arte le più varie sfaccettature della pittura dell’Ottocento. È una “specializzazione” a vasto raggio quella novarese, perché coinvolge molti collezionisti privati. Le mostre al castello – oltre a essere in sintonia con il periodo di maggiore sviluppo, grazie al regno sabaudo, di Novara stessa – sono perciò sempre interessanti e ricche di opere poco o punto viste, antologiche nell’ideazione e narrative nello sviluppo, in grado di essere insieme “piacevoli” e colte.

Non sfugge alla regola, anzi, l’esposizione Boldini, De Nittis et les italiens de Paris, che propone una novantina di opere dei più famosi “emigrati” dell’arte italiana, andati – avrebbe detto il coevo Alessandro Manzoni – a “sciacquare i pennelli nella Senna”. Un flusso costante e importante, che, da metà Ottocento all’inizio del secolo breve, ha portato a esporre almeno una propria opera nella città che viveva il suo momento di maggior splendore 85 pittori italiani, tutti i più importanti del periodo. Del resto il mercato dell’arte aveva preso l’abbrivio proprio a Parigi, dove le Esposizioni Universali, che riservavano alle belle arti un intero Palais, e i Salons del Louvre (Federico Faruffini, Antonio Rotta e Giovanni De Martino furono tra i premiati) segnavano le tendenze del momento osannate dalla critica, offrendo inoltre la correttezza del prezzo e l’assoluta autenticità, in un momento in cui già iniziavano ad abbondare i falsi.
Nobili e magnati, ricchi e arricchiti dalla rivoluzione industriale e dai commerci sempre più frenetici, di ogni parte del mondo, i nascenti Stati Uniti compresi, volevano con ogni denaro a disposizione farsi rappresentare e farsi vanto delle tele possedute, tanto che oggi le loro dimore non di rado sono sede di musei, grazie alle donazioni degli eredi (citiamo, per restare alla mostra, il palazzo Errázuriz-Alvear, famiglia delle cui nobildonne Boldini fece diversi ritratti, uno dei quali esposto, oggi diventato il Museo Nazionale delle Arti Decorative di Buenos Aires). E tutti, inevitabilmente, si recavano e/o si stabilivano in riva alla Senna per poter fare i migliori acquisti, quelli firmati da pittori che sarebbero rimasti nella storia.

La rassegna, allestita dalla curatrice Elisabetta Chiodini, segue un percorso cronologico e tematico per presentarci come gli artisti italiani abbiano assimilato e fatto proprie le diverse evoluzioni della più alta pittura ottocentesca fino alle grandi “rivoluzioni” di inizio Novecento. Dalla poetica del realismo della scuola di Barbizon fino alle prime adesioni all’impressionismo, passando per la moda orientalista e il ritorno al settecentismo, per la rappresentazione della mondanità e delle frenesie della Belle Époque e addirittura il neopompeianesimo, les italiens sono stati interpreti presenti e considerati, sia chi si è fermato pochi mesi a Parigi, sia chi vi si è definitivamente installato. Tutti o quasi richiesti dai nuovi affaristi del mercato artistico, i vari Adolphe Goupil, Friedrich Reitlinger, Thomas e William Agnew.
Boldini, De Nittis et les italiens de Paris, aperta fino al prossimo 7 aprile, ci offre otto sezioni. La prima è un’antologia di artisti tanto attenti al mercato internazionale da riverberarne gli influssi anche nelle rappresentazioni tipicamente italiane, come documentano i due capolavori di Francesco Paolo Michetti, Processione del Corpus Domini a Chieti e La mattinata, dedicati alle festività religiose e al folklore abruzzesi, e Processione a Firenze di recente attribuzione a Telemaco Signorini. Oppure che a quel mercato offrivano un contributo significativo, come fece l’orientalista Alberto Pasini, di cui si può ammirare Un mercato a Costantinopoli. I due titolari della mostra si confrontano direttamente nella seconda sezione, che ne esemplifica l’evoluzione artistica attorno agli anni 70 e 80 del

secolo. Ai ritratti che Giovanni Boldini dedicò alle sue amanti (si vantava di essere «viziato come un sultano… con un grazioso harem di quattro o cinque donne giovani e belle»), la modella Berthe, la contessa Gabrielle de Rasty e la meravigliosa Amazzone, l’attrice Alice Regnault, inserite in contesti luminosi e brillanti, giardini, abitazioni, case di tolleranza, teatri, che brillano dell’eleganza e della felicità di quel vivere tipiche del ferrarese, si alternano le immagini quasi fotografiche di Giuseppe De Nittis, che però, vibranti e luminose di colore come sono, arrivano in poco tempo ai limiti dell’impressionismo, come nella magnifica tavoletta Dans les blés, destinata a inizio marzo alle pareti del parigino Museo d’Orsay per confrontarsi ancora una volta con i Papaveri di Claude Monet nella grande mostra 1874. Inventare l’impressionismo. Del resto il barlettano partecipò con questa e altre quattro opere alla prima “uscita” della neonata corrente, allestita proprio nel 1874 presso lo studio del fotografo Nadar.

La terza e la quarta sezione sono dedicate rispettivamente al romano Antonio Mancini, attivo nei 70 tra Napoli e Parigi, dove dipinse opere che esaltano la sua attenzione per i più piccoli, da I giocattoli della bambina a Scugnizzo con chitarra, e al veneziano Federico Zandomenghi, il più vicino alla poetica dell’“impressione”, sia con il Ritratto di Diego Martelli che con quelli di giovani coppie, madre e figlia, amiche. Sono le rappresentazioni della vita in città, sia a Parigi, sia a Londra (dove De Nittis ebbe un fruttuoso soggiorno, testimoniato qui dal capolavoro Westminster) e quelle private dei nudi (bellissimi i boldiniani La toilette e Dopo il bagno) a introdurre l’altro grande protagonista, cui è offerta una sezione intera e più: Vittorio Matteo Corcos. Le donne del livornese, sempre à la page come figurini alla moda, vivono un’inquietudine sottile, immerse in attimi ambigui e sospesi, come nella conversazione de Le istitutrici ai Campi Elisi.

Eccezionale e quasi monumentale con i numerosi ritratti a grandezza naturale l’ultima parte della mostra, che vede Corcos e Boldini impegnati quasi a “duello” nel dipingere con squisita delicatezza la nuova mondanità tipica della Belle Époque. Entrambi famosi e richiestissimi, tanto che i capolavori del toscano raffigurano la soprano Lina Cavalieri (una «Venere in terra», secondo l’intenditore Gabriele D’Annunzio) e la contessa Lia Silvia Goldmann Clerici, mentre quelli dell’emiliano rivelano “lo spirito, la psiche e i misteri dell’anima e del corpo” della baronessa Speranza Saillard e delle nipoti del politico cileno Ramón Subercaseaux, Elena ed Emiliana, quest’ultima nel raffinatissimo Pastello bianco, opera capitale nella produzione di Boldini.





































