Il blues elettrico, il jazz classicheggiante e quello spirituale/funky si alternano negli album che vi proponiamo: due nuovissimi lavori, firmati dal pianista Nitai Hershkovits e dal gruppo Menagerie e la ristampa in deluxe edition di un pregevole lavoro dell’icona della sei corde Gary Moore. Tutti hanno il pregio di offrire un ascolto vivo, ricco, propositivo, scintillante di invenzioni, cui affidarsi con piacevole partecipazione.

Nitai Hershkovits _ foto ECM/Hilla Chen

Nitai Hershkovits
Call On The Old Wise (ECM/Ducale)
Voto: 8

Che il pianista israeliano, padre polacco e madre marocchina, dei gruppi dei conterranei Avishai Cohen e Oden Tzur (in cui è tuttora) fosse un talento da tenere d’o(re)cchio l’avevamo notato in parecchi, fin dai suoi ondivaghi primi lavori. Oggi, al quinto albo da titolare e soprattutto con la produzione ferma di Manfred Eicher, conferma quelle previsioni, offrendoci un momento di sofisticato estetismo. Da solo alla tastiera dedica il suo excursus a Suzan Cohen, la sua insegnante, e a tutti i “vecchi saggi” che fanno da guida ai giovani.
Il risultato rapisce in una dimensione onirica, dalla quale non si esce, se non quando l’ultima nota di pianoforte è stata suonata. Il suo tocco morbido ha la capacità di impreziosire le note come fossero perle e il suo gusto per la melodia corre su linee interiori e sentite. Il riferimento di Hershkovits è certamente il Chick Corea solista, nella dimensione più vicina all’impressionismo, all’introspezione giocata su armonie fluide. La chiave della sua ricerca, quasi un’autoanalisi in musica e insieme un sogno romantico, lo porta verso vette di lirismo e di fraseggio dal forte sapore classicheggiante, cui non è estraneo l’influsso di Sergej Rachmaninov e di Claude Debussy.
I 18 brani proposti (due quelli già noti, la Dream Your Dreams di Molly Drake, la poetessa e cantante madre dell’indimenticato Nick, dai tratti appena folkie, e Single Petal Of A Rose di Duke Ellington, scritta in onore della regina Elisabetta nel 1958, delicatissima e quasi femminea) sono frutto di uno slancio improvvisato, non costruito, e le composizioni scorrono come un flusso unitario, nonostante le differenze di climax e di singolarità. Segnaliamo nel mazzo Enough To Say I Will, permeata di soffice velluto fine 800, Majestic Steps Glow Far, un perfetto esempio di classical jazz, Placid In Africansque, che inebria e rapisce, Late Blossom dai colori forti, con la tastiera quasi sdoppiata in un duello tra note basse e acute, la rarefatta This You Mean To Me, centellinata nota per nota con tocchi cristallini, il blues River Wash Me, che chiude il lavoro con giocosa eleganza.

Menagerie

Menagerie
The Shores Of Infinity (Freestyle)
Voto: 8

Sono nove i musicisti che il neozelandese, ma trapiantato a Melbourne, Lance Ferguson utilizza per il suo ensemble Menagerie, che si affianca ad altri importanti progetti da lui coordinati, come The Bamboos, Lanu e Machine Always Win. Questo rappresenta il lato più vicino al jazz del chitarrista, compositore e deejay, e propone oggi il quarto album, a due anni di distanza dal precedente Many Worlds e a 11 dal debutto They Shall Inherit.
The Shores Of Infinity si sposta un po’ dalle coordinate spiritual jazz – il jazz dell’ultima stagione coltraniana, quella che portò il sommo sassofonista ad avvicinarsi al misticismo, spinto anche dalla moglie Alice – dell’ultimo cd e dal clima più acid del precedente The Arrow Of Time, per addentrarsi ancora nelle intensità groove e corpose che Lance e i suoi sviluppano dalle lezioni di Roy Ayers e dell’ultimo Pharoah Sanders, di Kamasi Washington e di Donald Byrd. Il tutto reso incandescente dall’ipnotico batterista Felix Bloxsom (che ha avvicendato Daniel Farrugia, unico cambio tra gli strumentisti) e dagli assolo del trombettista Ross Irwin, partner di vecchia data (è del 2006 il bel cd Little Soul Circus del Ross Irwin Soul Special con Lance alla chitarra), del sassofonista Phil Noy e del pianista Mark Fitzgibbon, veterano – già con Lee Konitz, Mark Murphy e Gilles Peterson – di ottimo livello anche allo strumento elettrico.
L’apertura, come già nell’inno alla libertà Free Thing del precedente lavoro, è un brano che ricorda certo Archie Shepp con lo spoken word del californiano Thee Cosmic Poet, e termina con un funk jazz melmoso e ruvido di grande appeal. Il seguente Kingdom propone una fusion gorgogliante piena di percussioni afro e di armonie vocali, chiusa da una tromba emozionante e scura a dirigere il tema verso lidi broken beat. Earthrise è jazz contemporaneo della più bell’acqua, sprazzi modali, superassolo di piano, ritmica aggrovigliata, vocalità sotterranee, tragitti acidi. In Arrival, altro brano di quasi nove minuti, è il protagonista a mettere in mostra tutte le sue doti strumentali, intrecciate tra lezioni jazz e sonorità errebì, su un tappeto di funk jazz mid-tempo costruito con classe. La progressione degli accordi di Of è ciclica e fa decollare il climax funkeggiante grazie agli assolo di Fitzgibbon al Fender Rhodes e Noy al soprano. La conclusiva Danieda’s Dance ritorna agli amori coltraniani, con un energico quartetto jazz quasi mainstream.

Gary Moore

Gary Moore
Back To The Blues (BMG)
Voto: 7/8

La ristampa di un ottimo lavoro di blues elettrico con l’aggiunta di tre bonus track non può passare inosservata. Il chitarrista e cantante incise questo album nel 2001, dieci anni prima di lasciarci non ancora sessantenne, a seguito di un principio di infarto e del soffocamento causato dal suo stesso vomito in un fisico messo a dura prova dall’alcolismo. Tra i più influenti musicisti irlandesi – era nato a Belfast, nella parte inglese dell’isola – di sempre, Gary Moore è stato un cardine dell’universo blues e rock negli anni 80 e 90, eccellente solista con una voce soul che sapeva colpire. Saltuariamente membro dei Thin Lizzy (ma ha frequentato anche Colosseum II, Skid Row e Scars), è diventato famoso soprattutto da solista con successi come Parisienne Walkways e Still Got The Blues, muovendosi dal metal alla sperimentazione quasi jazz, dal rock corposo al blues classico. Proprio a quest’ultimo genere, come vuole il titolo “ritorno al blues”, appartiene questo album, pubblicato ora per la prima volta in vinile (doppio) e con 13 brani su cd.
Con il chitarrista, impegnato anche al basso e talvolta alle tastiere, sono il tastierista Vic Martin e il batterista Darrin Mooney, poi negli Scars, con cui collaborò anche in varie altre occasioni e che conoscevano perfettamente la maniera per “lanciarlo” e per sollecitarlo. Dall’iniziale boogie di Enough Of The Blues in poi, il disco offre un rock-blues elettrico mainstream senza essere di routine, anche se alcuni brani ne ricordano altri della ricca carriera del Nostro, in particolare Picture Of The Moon (di cui è presente anche la versione editata come singolo) è quasi una fotocopia di Still Got The Blues. Molto buone le rivisitazioni di standard del blues come You Upset Me Baby di B.B. King ripresa con piglio orchestrale, Stormy Monday di T-Bone Walker in una versione impeccabile e una frenetica Looking Back di Johnny Guitar Watson. Le altre due aggiunte sono le riproposizioni effettuate dal vivo negli studi tv della Paramount dell’intensa, quasi aggressiva Cold Black Night e dell’intensa, quasi intimista Stormy Monday. Un ritorno volutamente ortodosso questo del guitar hero, un personaggio difficile da dimenticare, che suonò con gente come George Harrison, Jack Bruce, Ginger Baker, Greg Lake, B.B. King, Albert King, Albert Collins, e che fu celebrato dalle industrie di produzione di strumenti musicali Gibson e Fender con chitarre firmate.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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