Perfect Days
di Wim Wenders
con Kôji Yakusho, Tokio Emoto, Arisa Nakano, Aoi Yamada, Yumi Asô
Tutte le mattine del mondo il signor Hirayama si sveglia ai rumori della strada, piega il futon, fa toilette, cura i suoi baffi, si veste, prende un caffè freddo, guarda il cielo, sorride e alla guida di un furgoncino va a pulire i bellissimi gabinetti pubblici di Tokyo, tecnologici e tutti pensati da noti architetti. A volte fotografa fronde e ombre, è rispettoso dei clienti, sorride ai bambini, mangia sempre su una panchina e quando stacca va a detergersi in un bagno pubblico, poi una vasca distensiva e un piatto sempre nello stesso posto dove lo conoscono. Alla sera un libro, di notte brevi sogni di immagini intrecciate e sovrapposte, in bianco e nero. Ogni giorno così. Ascolta musica su vecchie audiocassette (tutti autori cari a Wenders, da cui il titolo che viene da una canzone di Lou Reed), ha una macchina fotografica analogica, un collega che sembra uscito da una commedia buffa giapponese, una nipote che un giorno arriva da lui e altera un pochino la sua routine monacale di ripetizioni irripetibili. Lì sapremo, forse, chi era il signor Hirayama e perché ha fatto della pulitura delle toilette un rito zen. La spiegazione delle sue foto e dei suoi sogni, opere di Donata Wenders (ne ha fatto anche una mostra), è in fondo ai titoli di coda: komorebi è il termine giapponese per definire l’attimo in cui cogli su un muro l’ombra delle foglie cadenti, che esce dal nulla e nel nulla rientra. Come noi. Migliore attore a Cannes 2023.





































