Le intenzioni sono altisonanti: «Big Words rappresenta la lotta contro la (auto)distruzione della moralità e dell’umana consapevolezza. È una reazione contro il pensiero unilaterale, la riduzione della libertà e la distruzione dell’ambiente.» Il risultato è eccellente, Big Words è un album di alto livello in cui, come nel precedente debutto Seven Wisdoms Of Plutonia, il largo ensemble diretto dal percussionista (specialista del balafon, uno xilofono tradizionale africano) Frederick Kühn ci porta in un viaggio emozionante da Lagos ad Addis Abeba, da Augusta, in Georgia, a New Orleans e da Delhi ai mondi della fantascienza.
Gli Alpacas Collective sono un gruppo belga di dimensione variabile che utilizzano la musica e la fantasia per farci aprire la mente e il cuore alle infinite risorse che gli esseri umani sanno mettere in campo in ogni angolo del pianeta, seguendo i più diversi vocabolari espressivi. Così tra gli strumentisti è significativa la presenza di Joël Vanroode, che suona il sitar, il complicatissimo cordofono indiano reso noto in Occidente negli anni 60 da Ravi Shankar, che si esibì anche a Woodstock, e di Zouratié Koné, cui è affidato lo ngoni, un’arpa-liuto africana, parente della kora. A loro si uniscono una multicolore sezione fiati, in cui spicca Marc Jans al trombone e al sax baritono, e una solida sezione di percussioni e ritmi, oltre ai solisti Robby Swiggers alla chitarra e Jeroen Ollevier alle tastiere e un corposo contributo di voci.
Il sound dell’album è un inafferrabile mix di suoni e groove globali conditi di volta in volta in salsa funk, afrobeat, jazz o persino psycho-dub. Tanto che qualcuno ha scritto trattarsi di «un gruppo di musicisti che hanno lasciato il segno da qualche parte in un mondo oscuro che i comuni mortali come noi non conoscono». Il loro sound è eccitante e propulsivo, si spinge in territori inesplorati e in combinazioni esplosive, vola come un airone su rigogliose terre incontaminate e sprofonda come un batiscafo dentro distese piene di liquidi fosforescenti ed esseri fantasmagorici. Dal raga folle disegnato da un industano ebbro di vita e di sogni come l’iniziale Gunkali si passa al funk africano di “Boyoma”, condotto dal griot Zouratié Koné dal suo ngoni su un’ossessiva base percussiva.

La successiva title-track è un magnifico afrobeat alla maniera del grande Fela Kuti, con uno spoken word contro le insensatezze della politica e una brillante parata di fiati. Movéfèzè è una ballad dai sapori creoli e sudisti, rappata da Nèg Madnick per denunciare la diffusione di pesticidi tossici nelle piantagioni della sua Martinica. Aliena, inquieta, psichedelica, rivolta in mille direzioni, angosciosa, solare, scura e quant’altro Bhimpalasi è un capolavoro, senza se e senza ma. L’ipnotica Surrounded potrebbe essere la colonna sonora di viaggio in deltaplano da oriente verso occidente, cui fanno da contorno nuvole ansiose e pioggerellina fine dettate da fiati pruriginosi e tastiere astemie. Il luccicante caleidoscopio dei fiati disegna il brano finale What Could I Do, dove il deep funk la fa da padrone, appena tinteggiato di jazz acido dal volteggiante flauto di Jérôme Swevers.







































