Intitolare il proprio sedicesimo album di brani nuovi L’inizio è decisamente un azzardo. E Biagio Antonacci non ha mai avuto problemi ad azzardare, anche se il suo stile consolidato regge nel tempo, capace com’è di colpire immediatamente con un pop a tutto tondo, sempre corposo e ricco di sfumature.

Del resto, ci dice durante il nostro articolato incontro, «io sono un inquieto da sempre. Le inquietudini appartengono al carattere, sono tue. Oggi lo sono meno, ma so di esserlo. L’inquietudine è come l’ansia, specie se sono rivolte al futuro: te lo rovinano, te lo fanno vivere come paura. Non lo vivi mai come dovrebbe essere vissuto. Invece i sogni siamo noi che viviamo, sono la nostra vita. L’inizio è un sogno, per me ogni volta che pensi a qualcosa stai anche sognando. Non è vero che si sogna solo di notte. Si fanno molti più sogni a occhi aperti che a occhi chiusi, non c’è paragone.»
Quindici canzoni, tra cui appunto Sognami, il suo brano del 2007 rivisitato con il contributo della voce di Tananai e della ritmica di Don Joe, disegnano gli orizzonti attuali di Biagio, spinto a un nuovo inizio anche dalla nascita del suo terzo figlio Carlo, che ha appena compiuto due anni.

«Quando scrivi canzoni è come per i quadri. Un pittore deve finirli perché poi deve venderli, deve farli vedere agli altri. Non può permettersi il lusso di tenerli in casa, anche se, fosse per lui, non li farebbe mai uscire di casa. Per due motivi: uno perché non è mai finito, secondo perché poi non è più tuo. È un figlio che ti abbandona. Diventa di tutti, e ti rende felice se piace e anche se non piace, perché ti permette di fare delle analisi. Mi sono accorto che alla fine sia il successo che l’insuccesso sono costruttivi per chi fa musica.»

A cena con gli dei

Tre sono le canzoni dedicate a un amore finito, Delivery («il primo pezzo che ho scritto durante il lockdown»), È capitato e il terzo singolo A cena con gli dei. Hai paura?  «Quando perdi qualcosa, cioè subisci l’abbandono, non ti senti più dentro un involucro protettivo. Stare in una coppia vuol dire anche stare in una zona di comfort finché tutto è ok, perché in coppia sopporti anche tante cose non sopporteresti mai al di fuori della coppia. La coppia giustifica anche delle azioni che non sono tue. Perdoni anche quando sei grande e maturo, da giovane non perdoni mai, perché non sei in grado di perdonare né te stesso né gli altri. C’è una canzone mia bellissima, Chiedimi scusa, su un disco vecchio. Dice “dai chiedimi scusa, io ho fatto lo sbaglio, ma tu non mi hai perdonato, io pretendo anche le scuse, perché non mi hai capito. Con chi ho vissuto tutti questi anni se tu non mi permetti di sbagliare”.

A una coppia deve essere consentito
anche di sbagliare 

Cos’è una coppia? La coppia deve potersi permettere anche di sbagliare. Il perdono è una cosa che allinea tutti ed è la cosa che manca nella nostra società. Anche noi non siamo stati capaci di perdonare Noi moriamo con dei rancori, le famiglie si sfasciano, non parliamo con i nostri fratelli a volte, con le nostre famiglie. Litighiamo con i nostri genitori tutta la vita e non diciamo ti amo a nostro padre, teniamo il muso ai parenti. Poi la vita finisce ed è troppo tardi. È molto brutto.»

Nel disco c’è anche un brano dedicato all’amore emancipato, pieno di armonia e serenità, che permette di vivere “dolori e favole”… «Sì, Bastasse vivere dice che in un amore pieno ci è permesso tutto, la sofferenza e il gioco. La favola è il gioco, non è mai realmente probante, è un’illusione, è buttare avanti qualcosa che desideri. E il gioco è la parte più ludica dell’esistenza; puoi giocare, fare esperimenti, anche con i sentimenti e con il lavoro, ma te lo devi permettere. E quando vai oltre devi saper tornare indietro, alla favola. Il gioco e la favola sono sempre collegati, però lo capisci solo quando sei nudo. Se sei troppo yeah non lo capisci, quando ti spogli da te stesso sei il vero essere profondo che scrive una bella canzone.»

foto di Paola Cardinale

E una canzone è dedicata ad Anita Garibaldi. Perché hai scelto questo personaggio? «Garibaldi l’abbiamo studiato con pesantezza. È un uomo che ha fatto la rivoluzione, che è stato definito un eroe ma anche un brigante. Però fianco aveva sempre Anita, finché è morta a soli 30 anni. L’aveva conosciuta, lui già adulto, quando lei aveva 17 anni. Avevano avuto 5 figli e si presume che sia morta incinta, era stata la sua amante e poi la sua terza moglie. Ha combattuto al suo fianco, ha sparato e ucciso. Erano come Diabolik ed Eva Kant, però sporchi non puliti, rivoluzionari. E la cosa incredibile è che lei muore da sola, perché sceglie di farlo scappare. Muore in questo acquitrino nel Ravennate il 4 agosto, però ha la forza di dirgli “vattene, perché se tu stai qua a morire con me tutto quello che abbiamo fatto non è servito a nulla”, pensa che altruismo. Lei, secondo me, rappresenta la donna del futuro. Una donna indipendente, che sa fare la madre, sa lavorare, aspettare, sa combattere e soffrire con il suo uomo. È chiaro che ha trovato un uomo che le ha permesso tutto questo, ma erano altri tempi. L’emancipazione femminile non era concepita neanche nel dialogo, non se ne parlava neanche. Quindi pensa a che forza possedeva. E io ora voglio essere Garibaldi, quando parlo di lei sono Giuseppe e dico forse la frase più bella che ho scritto: “la paura non fa storia”. E lei non ha mai avuto paura, infatti ha fatto storia. Non tutte le guerre e le rivoluzioni come cambiamenti la fanno, perché la storia la fanno i vincenti non c’è niente da fare, e purtroppo anche i vincenti maldestri. Se ti fermi poi non fai comunque storia, rimani al palo, bloccato dalla paura di trovare nuovi inizi.»

Per nostra fortuna Biagio non ha avuto paura di scrivere e musicare, con l’aiuto del figlio Paolo, dei fedelissimi Placido Salamone e Michele Canova Iorfida, di Giorgio Poi, che gli ha offerto la title-track, il secondo brano di tutta la sua carriera scritto per lui completamente da un altro (dopo Le veterane di Paolo Conte del 2014), la sua nuova ripartenza. Appunto L’inizio.

E alla fine… boogie!

Alla fine del secondo giorno di interviste, Biagio Antonacci ha regalato a un selezionato gruppo di fan arrivati da tutta Italia un incontro davvero straordinario all’Arci Bellezza di Milano. Prima ha dialogato con lo scrittore Jonathan Bazzi, raccontandosi come non aveva mai fatto, e rivelando anche aneddoti davvero intimi. Per esempio parlando di sua madre, seduta in prima fila, ha raccontato che lei e suo padre si erano incontrati proprio in quel locale, che ai tempi era una balera dove si ballava il boogie.

Assolutamente non casuale anche la scelta di dialogare con Bazzi (autore di libri di successo come Febbre – che presto diventerà un film – e Corpi minori): sono entrambi di Rozzano e i componenti delle rispettive famiglie sono amici sa sempre. Biagio ha visto nascere, e poi crescere, Jonathan. Si sono lasciati con la premessa che sarà lui a presentare il prossimo libro di Bazzi: «Nella vita è bello fare cose che non hai mai fatto. Io ormai di interviste ne ho collezionate migliaia. Invece un altro non l’ho mai intervistato. Penso che potrebbe essere divertente, soprattutto se si tratta di una persona che conosco da sempre».

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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