Vincenzo Mollica: i mille aneddoti di una vita al buio ma straordinaria

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Vincenzo Mollica

Proprio come una rockstar! Col suo spettacolo L’arte di non vedere, Vincenzo Mollica ha mandato letteralmente in estasi prima il pubblico accorso all’Auditorium Parco della Musica di Roma, poi all’Arcimboldi di Milano. Grande affabulatore, Vincenzo con i suoi racconti diverte, emoziona, appassiona, talvolta commuove.

In oltre 40 anni di carriera Mollica le parole le ha plasmate a proprio piacimento, usandole per narrare canzoni, libri, film e sono migliaia le star italiane e internazionali che ha incontrato. Passa quindi da un aneddoto su Andrea Camilleri a uno su Federico Fellini, da Marcello Mastroianni a Roberto Benigni, da Fabrizio De André a Vasco Rossi. E poi ancora Alda Merini, Alberto Sordi, Francesco Guccini, Paolo Conte: solo a citare tutti quelli che ha incontrato si riempierebbero pagine su pagine.

Lo spettacolo fila via liscio per oltre due ore, ricco com’è di storie, curiosità, battute fulminanti. Mentre Vincenzo parla, alle sue spalle vengono proiettati disegni di grandi autori come Milo Manara, il già citato Fellini, Andrea Pazienza. E ogni tanto ai racconti si alternano spezzoni video delle sue interviste o un pezzo al piano gran coda suonato dal maestro Enrico Giaretta. Sul finale sale sul palco Vinicio Capossela (foto sotto): racconta che a volte Mollica gli ha suggerito idee fulminanti o dato l’input per una canzone. Poi si siede al piano e ne canta due, Con una rosa e Le sirene.

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Gran finale col pubblico a intonare un coro gigantesco sulle note di Azzurro. Poi via verso casa, tutti felici…

Qui di seguito, pubblico ampi stralci di una lunga chiacchierata che ho avuto il piacere di fare con Vincenzo Mollica qualche tempo fa e che rispecchia fedelmente i contenuti dello spettacolo L’arte di non vedere.

Racconti sempre che Andrea Camilleri ti ha insegnato l’arte di non vedere…
«È vero. Quella del non vedere è un’arte vera a propria. Fellini mi ha insegnato l’arte di vedere, di capire il senso delle cose che vedevo. Con Camilleri, che aveva il glaucoma come me, negli ultimi tempi facevamo un gioco. Siccome un giorno vedevamo solo nebbia e luce e quello successivo solo penombra e buio, ogni tanto mi chiedeva: “Vincenzino, come è oggi la giornata?”. E io: “Luce piena”. “Bene, allora andiamo d’accordo…”. Una delle ultime volte che ci incontrammo, quando arrivai mi disse: “Vincenzino, vieni qui che ti voglio abbracciare”. E io: “Certo Andrea, se ci incontriamo”. Poi, grazie all’aiuto della sua assistente, ci abbracciammo. È stato un abbraccio che durerà per sempre. Perché alcuni abbracci sono straordinari. In quell’occasione gli raccontai che quello che mi interessava di più non era Superman, che come super eroe mi è sempre stato un po’ cui coglioni, ma Clark Kent, il suo alter ego umano. Grazie a Superman, da ragazzino ho capito cos’era l’ultravista: in pratica lui simulava di vedere qualcosa che in realtà non vedeva. Ogni tanto anche io uso questo super potere, così vedo tutti giovani, belli e magri».

Ho una curiosità riguardo tua moglie: è vero che vi siete fidanzati il giorno di San Valentino del ‘73 dopo essere andati a un concerto di Giorgio Gaber?
«Studiavamo entrambi alla Cattolica, a Milano. Io avevo una vespina arancione che un giorno mi fu rubata dagli zingari. Ma poi me la restituirono, non ho mai trovato degli zingari così gentili… Con quella Vespa 50 andavo a prendere Rosa Maria. Lei scendeva a ogni semaforo, altrimenti i vigili ci avrebbero fatto la multa: attraversava la strada e io mi fermavo al semaforo successivo per farla risalire. Ogni viaggio durava un’eternità… Una sera andammo a vedere Gaber: quella volta ci fidanzammo. Tempo dopo feci un’intervista con Giorgio. Eravamo a casa sua e quella purtroppo è stata la sua ultima intervista. Gli raccontai l’aneddoto di Rosa Maria. E lui, col suo meraviglioso sorriso, mi disse: “Sono contento. Vuol dire che le mie canzoni sono servite a qualcosa”».

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Vincenzo la moglie Rosa Maria (foto Vittorio Santi)

Un personaggio che hai amato molto è Alberto Sordi.
«Un giorno mi chiamò per dirmi che doveva andare a ritirare un premio alla carriera e mi chiese di accompagnarlo. Mentre ci avvicinavamo a Perugia, disse che doveva fare una sosta in una fabbrica perché gli operai volevano salutarlo. Entrammo in questa nota fabbrica di dolciumi e ad attenderlo trovò oltre mille operai in tuta che lo accolsero con un’ovazione. Lui si avvicinò al microfono e dopo trenta secondi replicò la famosa scena de “I vitelloni”: “Lavoratori…”. Un trionfo assoluto! Poi, mentre stavamo andando a teatro, mi fa: “A Vince’, diglielo a Fellini che ancora funziona!”».

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A proposito, Fellini è stato uno di quelli che hai conosciuto meglio…
«Frequentarlo è stata la cosa più importante che mi è capitata. Mi ha regalato insegnamenti fondamentali. Il primo è che nulla si sa, tutto si immagina. Per lui il verosimile era più importante del vero… Il secondo insegnamento era un concetto meraviglioso: è la curiosità che mi fa svegliare la mattina. Ma il pensiero più grande che Federico mi ha regalato è una massima che per me vale più dell’Iliade e dell’Odissea messe insieme: “Mai sbagliare il tempo di un addio o di un vaffanculo, che se lo sbagli di un solo secondo ti si più ritorcere contro!”».

Altro personaggio straordinario che hai frequentato è Alda Merini.«Lei era una meraviglia della natura. Mi chiamava e mi dettava poesie al telefono. Erano sempre versi stupendi, tipo “Ogni poeta vende i suoi guai migliori” oppure “Non curiosate tra le lenzuola dei poeti”. Mi chiamava sempre verso le otto, cioè poco prima che andasse in onda il TG. Le dicevo che dovevo andare in onda. E lei: “Non ti preoccupare, scrivi”. Un giorno andai a intervistarla e c’era un pretino, giovane e carino. Con lui Alda parlava di teologia, della Madonna, degli angeli. A un certo punto la sollecitai perché dovevo prendere un aereo. Lei andava avanti. Poi finalmente lo salutò e io riuscii a fare due domande. Alla fine le dissi: “Non ho avuto l’impressione che la vostra fosse una discussione profonda”. E lei, spudorata: «Ricordati Vincenzo, io ho visto tutte le puntate di “Uccelli di rovo”».

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Qualche parola su Fabrizio De André?
«Quando uno ha incontrato De André non ha conosciuto un cantautore, un artista, un poeta, ma una divinità. Ci siamo formati tutti sulle sue canzoni. Inoltre era una delle persone più simpatiche che ho conosciuto nella mia vita».

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Tu ed Enrico Mentana eravate “i ragazzi del TG1”.
«Io sono entrato al TG1 il 25 febbraio 1980 e ci sono rimasto per 40 anni, stabilendo il record di permanenza. Lui è entrato due giorni dopo e c’è rimasto per 9 anni. Per me è davvero un fuoriclasse come giornalista. Inoltre era, ed è tuttora, un battutista strepitoso. Facevamo il turno di notte e mangiavamo sempre in mensa assieme a due impiegati della RAI, uno cattolico, l’altro ateo. Passavano tutto il tempo a litigare sull’esistenza di Dio. Una sera intervenimmo chiedendogli di trovare un accordo, loro ci guardarono in modo strano, prendendoci per due scemi, poi ripresero a litigare».

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È vero che la prima intervista la facesti al Dalai Lama?
«Era al Grand Hotel di Roma. Riuscii a mettergli il microfono sotto il naso e a  farlo parlare. Tornai in redazione tutto contento, pensavo di aver fatto uno scoop mondiale. Lo dissi al caporedattore, che mi liquidò con un “Bene, prepara un servizio da un minuto per l’edizione della notte”. Anni dopo rincontrai il Dalai Lama a Parigi per la prima de “Il Piccolo Buddha” di Bertolucci. Gli raccontai come era andata e lui si mise a ridere come un ragazzino».

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@Alessandro Zunino

Dal sacro al profano: parliamo di Fiorello.
«Grazie a lui sono entrato in RAI come essere umano e sono uscito come un pupazzo, la cosa più bella che mi potesse capitare… Alle 6 di mattina di mandava dei Whats App e mi suggeriva le cose che dovevo dire nella sua trasmissione come Vincenzo Mollica rapper. Cose incomprensibili tipo “Ti è partita la sciabbarabba, Rosario!”. Per me non aveva alcun senso, ma alla fine erano tutti contenti perché io avevo detto questa puttanata!».

Hai seguito 39 Sanremo come inviato, poi hai fatto cifra tonda nel 2021 partecipando come ologramma. Qual è il Festival che più ti è rimasto nel cuore?
«Se proprio devo scegliere, direi tutti quelli a cui ha partecipato Roberto Benigni. Inoltre ho sempre nel cuore la volta in cui arrivò quel ragazzo chiamato Vasco Rossi».

Il quale, molti anni dopo, venne da te e “rassegnò le dimissioni da rockstar”.
«Successe ad Ancona, dove avevamo fatto una videochat. Finimmo il collegamento col telegiornale, e subito dopo arrivò Tania, suo ufficio stampa, che mi disse: “Non andare via, perché Vasco deve fare una dichiarazione speciale”. Alle 11 di sera si aprì la porta del camerino di Vasco, io stavo aspettando con l’operatore, lui venne da me e senza girarci troppo intorno disse: “Mi dimetto da rockstar”. Finita l’intervista, lo seguii nel camerino e domandai: “Stai giocando, vero?”. E lui. “No, parlo seriamente. Voglio scrivere canzoni per altri, insegnare la musica ai ragazzi, esibirmi nei piccoli teatri…”. Lo rividi un anno dopo, stava iniziando un nuovo tour negli stadi. “Vasco, ma com’è questa storia?”. E lui: “Le mie dimissioni non sono state accettate!”».

Chi ti dispiace non essere riuscito a intervistare?
«Due. Bob Dylan, mai intervistato, ma riuscii a dargli la mano dopo un concerto a Imperia e dopo quello che fece a Bologna per Giovanni Paolo II… E Mina… Inoltre ci sono quelli che non ho intervistato perché sono arrivato fuori tempo massimo, per esempio Charlot, Stanlio e Ollio, Totò. Comunque sono contento per tutto quello che ho combinato, e persino per quello che non sono riuscito a fare. Quando ho lasciato la RAI ho fatto due ringraziamenti: ho ringraziato quelli che mi hanno voluto bene, ma anche i figli de ‘na mignotta, una categoria da cui è sempre bene guardarsi le spalle. L’ho fatto perché mi hanno indicato la strada che non dovevo prendere… Comunque recentemente ho incontrato tre grandissimi figli de ‘na mignotta, si chiamano diabete, cecità e Parkinson, il più bastardo di tutti. Per questo ogni tanto mi vedete ballare un po’. Io sono come le canzoni di Celentano, che hanno due tempi: ci sono i pezzi lenti e i rock’n’roll. Io nelle prime ore sono come un lento, poi divento uno sfrenato rock’n’roll».

Negli ultimi tempi ami i calembour.
«Ne cito uno di Paolo Conte: “Si nasce soli, si muore soli e nell’intervallo è tutto un gran traffico”. Questo invece è di Ermanno Olmi: “Se il cielo ascoltasse le preghiere dei cani pioverebbero ossa”. Alcuni contengono grandi verità: “Perché non esistono più le mezze stagioni, che rallentavano il fiorire dei coglioni?”. Ma la sintesi perfetta della mia vita è in queste parole: “Come stai Vincenzo? Cosa facesti, cosa fossi, cosa saresti stato? Io rispondo così: omerico non fui per poesia ma per mancanza di diottria”».

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Resta da parlare del tuo alter ego a fumetti, Vincenzo Paperica.
«Le sue origini risalgono alla metà degli anni ’80. Una sera, al Club Tenco, Andrea Pazienza aveva chiesto un autografo a Gino Paoli. Ma lui, senza una ragione, non glielo aveva fatto. Preso da una sorta di raptus, Andrea prese carta e penna e disegnò un Paoli con una pistola puntata alla tempia, ma la pallottola rimbalza. Poi, girando la pagina, disegnò me come papero, scrivendo Vincenzo Paperica. Dieci anni dopo il fumettista Giorgio Cavazzano mi dice che Claretta Muci, direttore di “Topolino”, voleva fare una storia sul centenario del cinema. Cavazzano elaborò il Paperica di Pazienza e sono nate ben 12 storie ambientate a Sanremo, agli Oscar, al Nobel… Quella di Paperica la trovo un’idea meravigliosa, tanto è vero che mi sono portato avanti col lavoro. Ogni volta che vado in un cimitero, penso che nessuno dei defunti ha scelto la foto usata sulla lapide: sono tutte terribili! Per questo a mia moglie Rosa Maria, con la quale l’anno prossimo festeggeremo i 50 anni di matrimonio e che continuo ad amare in modo straordinario, ho detto: “quando io schioppo non dovete mettere la foto di Vincenzo Mollica, ma quella di Vincenzo Paperica con la seguente didascalia: Qui giace Vincenzo Paperica, che tra gli umani fu Mollica”».

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino) e "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi", "Massimo Riva vive!", scritto con Claudia Riva, "70 volte Vasco", scritto con Marco Pagliettini, e "Lucio Dalla. Immagini e racconti di una vita profonda come il mare".

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