Povere creature

L'avventura fanta-vittoriana di una morta “riavviata“

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Povere creature
di Yorgos Lanthimos
con Emma Stone, Margaret Qualley, Willem Dafoe, Mark Ruffalo, Christopher Abbott

Eccolo il film di Yorgos Lanthimos che ha ramazzato 58 vittorie, 301 candidature, il Leone d’oro a Venezia e due Golden Globes.  Adattamento esagitato, esasperato, estremo e ubriaco di riprese col grandangolo dell’omonimo romanzo di Alasdair Gray. Gli occhi di Emma Stone senza effetti speciali sono già a metà strada tra la vita e la morte. In una Londra post vittoriana un po’ steampunk (il cyberpunk dell’epoca del vapore)  Bella Baxter, morta suicida, viene richiamata in vita dal chirurgo estremo Dafoe (Godwin, ma per per tutti “God“, Dio), bravissimo ad assemblare organi e corpi: lui stesso oggetto degli esperimenti di un padre chirurgo folle, sembra un puzzle di carne e si circonda di chimere: cani-oca, galline-maiale e via così. Un tragico burlone geniale. La signora, come in Frankenstein, è stata “riavviata” con l’elettricità, ma con il cervello della creatura che portava in grembo: è “ figlia di suo figlio” e ricomincia a imparare TUTTO. In pratica un corpo di donna con le censure mentali e le inibizioni sociali di un neonato in crescita veloce che sperimenta come una buffa zombie tutte le tappe di una femminilità assolutamente libera: nelle parole (ne impara 15 al giorno, ma gli accostamenti sono strepitosi), nei bisogni fisici (soddisfatti al momento), nel sesso più che esuberante, nei sentimenti disinibiti, quelli crudeli come quelli pietosi, anche nella violenza in un crescendo spinto ai bordi del crimine. Una macchina distruttrice del maschio vanitoso Mark Ruffalo che la rapisce e la porta in viaggio per il Mediterraneo  e  che lei sfianca, usa, analizza e confonde fino alla prostituzione vissuta come indagine filosofica. Niente di tragico: anzi spesso comico, sarcastico, filosofico, esagerato, istruttivo ed eccessivo come l’uso delle ottiche grandangolari, dei colori vintage e psichedelici e della musica elettronica quasi dissonante di Jerskin Fendrix.  E se non bastasse c’è un sottofinale che spiega chi era prima del suicidio. Troppo anche per il regista di Lobster, Il sacrificio del cervo sacro e La favorita? Adesso si apre il massacro. O il tavolo operatorio…

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