Cantautore intenso e ricercato tra i più apprezzati della scena musicale italiana, Diodato torna nel 2024 al Festival di Sanremo portando sul palco dell’Ariston la sua cifra stilistica, energica, elegante e unica, dopo la vittoria nel 2020 con Fai rumore (triplo platino), un brano che è entrato nella storia della musica italiana e nel cuore dell’Italia intera.
Ti muovi (Carosello Records), scritto, composto e arrangiato dallo stesso Diodato, che ne firma anche la produzione artistica con Tommaso Colliva — produttore discografico di fama internazionale al fianco del cantautore dall’album Che vita meravigliosa — è una ballad intensa ed energica, un prezioso viaggio nell’animo di un essere umano che si trova ad affrontare emozioni inaspettate. E l’emozione, partendo dall’etimologia della parola stessa, è qualcosa che crea movimento, che scuote equilibri e rimette in discussione le verità che avevamo con fatica costruito.
È il riaffiorare di sensazioni e visioni che sembravano essere lontane, ma che riemergono con forza forse anche per volontà.
«È presenza, è dialogo con chi continua a riemergere dentro di noi e quindi in un certo senso anche con noi stessi. Credo che questo brano appartenga al continuo fluire emozionale in cui mi sono immerso in questi anni e rappresenti parte della mia personale ricerca ed evoluzione, divenire artistico e umano. Ho cercato di esprimere musicalmente la passione, l’impeto e la gioia dell’abbandonarsi a un’emozione», afferma Diodato.
La serata delle cover
Nella serata di venerdì dedicata alle cover, Diodato si esibirà sul palco del Teatro Ariston con Amore che vieni, amore che vai di Fabrizio De André, uno dei brani che l’hanno ispirato a diventare il cantautore che è oggi. Al suo fianco ci sarà un amico, Jack Savoretti, cantautore di origine genovese che lo accompagnerà in quest’esibizione unica per omaggiare Fabrizio De André a 25 anni dalla sua scomparsa su uno dei palchi più importanti della musica italiana.
La storia di Diodato all’Ariston
Diodato tor na sul palco dell’Ariston per la quarta volta dopo la partecipazione nel 2014 con il brano Babilonia, nel 2018 con Adesso insieme al trombettista Roy Paci, dopo esser stato ospite nel 2019 nella serata cover con Ghemon e i Calibro 35 sulle note di Rose viola e dopo aver trionfato nel 2020 con Fai rumore.
Dopo aver vinto la 70esima edizione del Festival di Sanremo, ha partecipato a “Europe Shine a Light – Accendiamo la musica”, la storica serata che sostituì l’Eurovision nel 2020, durante la quale Diodato ha cantato Fai rumore in una Arena di Verona completamente vuota regalando delle immagini in musica che hanno fatto il giro del mondo, prima di tornare ufficialmente nel 2022 sul palco dell’Eurovision a Torino con una versione inedita e alternativa del brano ricreando, anche grazie alla collaborazione della coreografa Irma Di Paola, un potentissimo immaginario onirico e di condivisione con una performance che a oggi viene riconosciuta come una delle più belle ed emozionanti viste all’Eurovision.
L’album Così speciale
A marzo 2023 Diodato ha pubblicato il suo nuovo album dal titolo Così speciale (Carosello
Records), un viaggio musicale introspettivo, solido e intenso, capace di raccontare la verità di ognuno di noi, e la ricerca di un sound dinamico e mai prevedibile, ormai cifra stilistica del cantautore. In questi anni i successi musicali di Diodato sono stati accompagnati da diversi tour, l’ultimo la scorsa estate nei principali festival italiani, e da alcuni live internazionali in Europa, in America e in Cina.
Il cantautore quest’estate è stato anche special guest di “Rockin’1000 For Romagna”, evento benefico in cui si è esibito con la band più grande del pianeta in un medley realizzato per l’occasione.
A gennaio 2024, Diodato ha vinto il Rockol Award per il miglior album con Così speciale e il Ciak d’Oro per la categoria “Miglior canzone originale” con il brano La mia terra, parte della colonna sonora del film “Palazzina Laf” diretto da Michele Riondino, con cui condivide la direzione artistica dell’Uno Maggio Taranto Libero e Pensante.
LE DICHIARAZIONI IN CONFERENZA STAMPA

Le sensazioni alla vigilia della nuova avventura sanremese
Si torna al Festival! Devo dire che sono molto felice, sento delle vibrazioni molto belle e sono vibrazioni che sono cominciate con questa canzone. Vengo da anni splendidi in cui sono stato in giro per il mondo a suonare, e sempre di più ho capito che per me la musica è una compagna di vita, ma anche proprio un mezzo per ampliare i miei confini, la visione, per conoscere cose che sono molto lontane da me.
La nascita di Ti muovi
È accaduto tutto in maniera molto naturale: questa canzone penso sia anche figlia di questi anni, di questa mia volontà di immergermi in un flusso emozionale che condivido con tante persone, a partire dai miei compagni di viaggio, la band, musicisti eccezionali con cui ho fatto centinaia di concerti.
È arrivato un momento in cui ho cominciato a sentire delle cose dentro di me, che erano riaffiorate in maniera anche inaspettata, perché come al solito, quando pensi di aver raggiunto un equilibrio, anche da solo — perché devo ammettere di essere stato io colui che ha dato il la a questa cosa — cominci a sentire delle sensazioni che portano a degli squilibri, a fare dei ragionamenti. Squilibri intesi come inizi di un movimento.
Storie e vissuti comuni
In quei giorni lì ho ascoltato delle storie da amici molto cari che mi raccontavano cose molto simili: nelle loro storie, nel loro vissuto, c’erano un sacco di punti in comune, e ascoltando la canzone secondo me in tanti possono trovare cose che hanno vissuto. E in quel momento ho capito che forse quella canzone che avevo accennato soltanto, che avevo lì come seme ancora da piantare nella terra, mi stava chiamando. E allora mi sono chiuso in casa, qualche mese fa, e ho provato a realizzare ciò che si muoveva dentro di me.
Un brano cresciuto giorno per giorno
Per me funziona sempre così: devo provare a esplicitare al massimo per capire se è una cosa che, in qualche modo, mi sta rappresentando e vuole rappresentarmi anche in futuro. Mi sono messo nel mio studio casalingo e ho cominciato a registrare. E devo dire che è stato un brano che pian piano, giorno dopo giorno, cresceva sempre di più, fino ad arrivare a quel punto che, secondo me, è il punto cardine di questa canzone, quella parte strumentale con questi archi.
E mi ricordo proprio che poi ho sentito l’esigenza di andare altrove, improvvisamente, di crescere, crescere e poi dire «ma sì, abbandoniamoci pienamente a queste sensazioni qui, vediamo se riusciamo a esprimerle anche musicalmente». In casa ho tastiera, programmi, eccetera, e ho scritto questa parte di archi che è stata quella luce che stavo cercando e che poi ha portato alla parte finale del brano e mi ha portato alla conclusione di questo piccolo viaggio.
L’ho ascoltata per un po’ di giorni e ogni volta che l’ascoltavo, sentivo proprio un trasporto molto forte. E allora ho pensato «una cosa di questo tipo forse su quel palco potrebbe essere bella, raccontare molto ciò che umanamente sto vivendo e sto provando a mettere nella mia musica da un po’ di tempo».
Ricordi di emozioni
Ovviamente ho fatto tutti i ragionamenti, me lo ricordo cosa ho pensato quando sono sceso dal palco quel giorno: ho detto «ok, ho vinto il Festival di Sanremo, ho vinto tutti i premi possibili, abbiamo dato!» (ride, n.d.r.). Però poi negli anni, ovviamente, ho conservato un bellissimo ricordo di quella esperienza e ho pensato che mi è successo di vincere il Festival di Sanremo non a vent’anni, ero abbastanza preparato.
E quindi la considero una cosa abbastanza risolta dentro di me, non ho provato il timore di tornare al Festival con chissà quali aspettative. Mi sono detto semplicemente che l’importante era tornare con una foto abbastanza veritiera di quello che sono in un momento come questo. Perché è bello anche dire a un pubblico che si è affezionato a te, e anche all’immagine di te su quel palco, «guardate, adesso sono in questa fase qui, adesso sono questa cosa qui»,
E mi piacerebbe un sacco riuscire a godermela appieno, perché ciò che ho seguito, la luce che mi ha guidato in questi ultimi anni vuoi anche per le privazioni che abbiamo avuto a un certo punto, si è intensificata ancora di più: una ricerca musicale e umana. E ogni volta che ascolto questo brano, sento quella cosa lì, sento che sto riuscendo a rappresentare il mio viaggio. Spero di godermi ogni secondo su quel palco e avere molte meno ansie, provare a comunicare a chi è a casa un mio stato d’animo bello.
La rilettura di canzoni che si fanno racconto
È un momento in cui io credo fortemente, e sempre di più, nella musica: sono stati anni di grandissima condivisione con tante persone, e questo mi ha cambiato la vita, ma anche di trasformazione: anni di liberazione, di apertura, e anche di trasformazione della mia musica e di alcune canzoni che negli anni ho portato avanti nei concerti, ma che sono diventate uin racconto diverso di me.
Per questo motivo, qualche giorno fa sono entrato nelle Officine Meccaniche e, con la band, ho deciso di registrare questo viaggio. Cioè, alcune canzoni che forse hanno avuto meno luce in alcuni album, ma che nel live sono sempre state molto protagoniste, le ho registrate in presa diretta con la band un po’ come si faceva una volta, perché volevo fotografare quelle sensazioni lì. In questi giorni sto ascoltando i mix di questi brani, che sono quindi editi ma in una versione inedita, e sto pensando che forse ci sono un po’ riuscito: c’è proprio l’energia che cercavo di rappresentare.
Un processo di creazione “viva”
C’è anche una versione di “Ti muovi” unica, fatta proprio per quell’album lì, che uscirà dopo il Festival e in cui ci sarà anche qualche sorpresa, un po’ nel risentire dei brani a volte anche “stravolti”, ma non è un album dal vivo, ma il processo opposto: parto in solitudine, poi arrivo a fare le prove con la band a cui do anche una certa libertà perché sono musicisti eccezionali, che ho voluto fortemente con me. Le cose si trasformano, troviamo nei luoghi e nella gente che viene ai concerti vestiti e vibrazioni diversi, tutte queste vibrazioni si sono sommate e ho provato a riportarle nello studio di registrazione. Quindi è un disco in studio che però spero sia un corpo vivo.
In alcuni brani suono la chitarra e canto insieme. È un disco anche “sporco”, une sperimento molto interessante che mi sta facendo pensare tanto. E mi fa piacere che negli ascolti del brano, come ho letto da alcuni riscontri, comunque sia passato anche quella intenzione che ho provato a mettere in questa canzone, una energia. È tutta una questione che va in quella direzione lì e spero vada sempre di più in quella direzione lì.
Vorrei non avere più nessun confine tra quello che sono e quello che faccio.
Scrittura personale o condivisa?
Anche qui si apre un capitolo: io credo che la musica sia una sfida personale, almeno per me. Un misurarmi, un conoscermi, anche un trovarmi davanti a un muro e dirmi «ok, vediamo come riusciamo a buttarlo giù, se con delicatezza o con impeto». Mi piace molto che io vada a questo Festival di Sanremo con un pezzo scritto totalmente da me perché rappresenta quello che sto facendo, così come l’ultimo album.
Con questo non voglio dire che l’attitudine che vedo sia sbagliata: ognuno si fa rappresentare da ciò che vuole, e se uno sente di trovare in quella condivisione con altri autori una ricchezza, e sicuramente c’è una ricchezza, fa benissimo a farlo. Io sento che adesso preferisco portare le mie fragilità, i miei valori, le mie mancanze, perché voglio che quello che canto mi rappresenti completamente. Anche se non dovesse piacere: stiamo facendo musica, va bene così.
La scelta della cover
“Amore che vieni, amore che vai” è una canzone per me importantissima: è stato il mio primo, grande amore con De André, è stato ciò che mi ha avvicinato alla sua poetica, il punto di contatto, perché inizialmente lo sentivo molto distante da me e quindi ci ho messo un po’ a capirlo. Poi un giorno ho preso la chitarra, ho provato a cantare questa canzone e ho proprio pensato che quelle parole raccontassero anche di me.
E poi mi sono detto «ora provo a farne una versione mia»: vuoi perché vocalmente sono proprio da un’altra parte, ho dovuto adattarmi immediatamente, ho cantato in un altro modo e ho dato probabilmente anche un altro significato ad alcune parole con quel mio modo di cantare. Riascoltandola oggi, devo dire che sono stato molto coraggioso perché comunque ho spinto tanto, è diventato un brano molto rock ed è stato immediatamente un punto di riferimento per quello che stavo cominciando a fare per il mio primo album, anche per le sonorità e per tutto il gruppo di lavoro.
Il confronto con Daniele Luchetti
Quella canzone e quell’album poi li ho fatti ascoltare a Daniele Luchetti, e mi ricordo che lui mi disse «Sai che quella cover che hai fatto di De André mi ricorda moltissimo di te, mi fa capire tanto di te e di tutte le altre canzoni di questo album?». E mi fece riflettere, questa sua affermazione. Poi mi richiamò e mi disse «È un problema se la metto nel mio ultimo film?».
Quindi, questa cosa ha dato il la alla mia prima collaborazione cinematografica.
Il primo Sanremo
Probabilmente è anche il brano che mi ha portato per la prima volta al Festival di Sanremo, perché quell’anno Luchetti doveva andare a presentare il film da Fazio, allora io chiamai il mio ufficio stampa e chiesi loro di contattare l’entourage di Fazio, coloro che si occupano della musica, e di dire «Guardate, se viene Daniele Luchetti, c’è anche questo ragazzo che ha fatto questa versione bellissima di questa canzone di De André che voi amate tantissimo, magari viene anche con la chitarra dietro, si mette a suonare…» e loro risposero «Guardate, è veramente una versione bellissima, piace a tutti noi della redazione. Ma noi abbiamo gli U2, Madonna, De Gregori, quindi non abbiamo mai emergenti, non c’è questa possibilità».
Però dissero anche «Noi facciamo il Festival, quest’anno. Quindi, se Diodato vuole presentare un brano, fa ancora in tempo». Io in quel momento pensai che non c’entravo niente col Festival di Sanremo, però alla fine, dopo un po’, questo tarlo cominciò a muoversi dentro. Scrissi “Babilonia” in quel periodo, e la visione che ne avevo mi portava su quel palco. Provai a mandarla, e aver avuto quel dialogo con loro, avere quella luce puntata sulla cover, sul film di Daniele probabilmente mi hanno dato un’attenzione maggiore.
“Babilonia” fu scelta tra le Nuove Proposte, e quindi la mia partecipazione di dieci anni fa esatti al Festival deriva anche da quella canzone lì. Oltretutto, a venticinque anni dalla scomparsa di De André, mi sembrava un bell’omaggio e anche un bel modo per raccontare un viaggio che, nella mia testa, abbiamo fatto insieme.
Jack Savoretti e le affinità immediate
Quando ho comunicato la volontà di fare “Amore che vieni, amore che vai” eravamo in studio, alle Officine, con Tommaso Colliva e tutta la band, ed è venuto subito fuori il nome di Jack. Io ho interagito con lui in po’ di volte negli ultimi anni, ci siamo visti, conosciuti, siamo stati anche in studio insieme, e ho sentito una vicinanza immediata con lui, una attitudine molto simile alla mia. Quindi, quando poi è venuto fuori il nome, ho sentito subito la vibrazione giusta. Anche perché lui ha origini genovesi, e si è detto fin da subito felicissimo.
Il successo di “Palazzina Laf” di Michele Riondino
Sono felicissimo per Michele, e spero sia l’inizio di una lunga serie di premi che quel film merita e che lui merita per la delicatezza, l’intelligenza, la forza con cui è riuscito a raccontare questa storia. Un film che io non mi aspettavo: Michele lo conosco molto bene, lottiamo da anni insieme, e quindi mi aspettavo un film molto più legato a una sua passione, a una passionalità che viene fuori.
Invece ha voluto parlare di una cosa specifica, ma che forse è la madre di tutti i problemi che noi oggi continuiamo a vivere nella nostra terra. Sono molto felice, quindi, di avere avuto l’occasione di poter partecipare a questa sua opera prima con una canzone che mi ha dato l’occasione, finalmente, di parlare chiaramente di quella cosa. Poi ho trovato il mio modo mettendoci dentro anche il mito della fondazione di Taranto con questa storia bellissima che trovate un po’ ovunque.
Io ho vissuto tanto in giro, da ragazzino, e poi a un certo punto sono arrivato a Taranto, la terra dove è nata mia madre, e ho vissuto lì anni importantissimi. A un certo punto ho scelto la mia terra, e ho cominciato a lottare per la mia terra al fianco di Michele. Quindi tutto questo era un bellissimo modo, secondo me, per raccontarci e per definire anche artisticamente un impegno che portiamo avanti da tantissimo tempo. Spero davvero che questo film venga visto da più gente possibile, perché non solo è importante, ma anche molto molto bello e sorprendente.




































