Dopo aver festeggiato il cinquantesimo anniversario dalla prima pubblicazione, l’etichetta tedesca del produttore Manfred Eicher, pluripremiato con il Grammy Award nella sua categoria, continua la realizzazione di ottimi album. In particolare, continua a proporre i lavori dei jazzisti della Scandinavia, che la stessa label ha provveduto a presentare per prima, ormai quattro decadi addietro, al mercato mondiale. Proprio il clima sonoro di queste registrazioni è un po’ il marchio di fabbrica ECM con i suoi panorami senza tempo, le melodie dilatate, il lieve connubio con la sperimentazione, il ricordo delle tradizioni, le cadenze che si incontrano solo all’infinito. Ce lo confermano ancora una volta le recenti uscite firmate dal trio di stanza in Danimarca Mikkelborg-Mazur-Bro e i due norvegesi Arve Henriksen e Sinikka Langeland.

Palle Mikkelborg – Jakob Bro – Marilyn Mazur
Strands (ECM/Ducale)
Voto: 9

Il trombettista danese Palle Mikkelborg è un gigante del jazz europeo. Con i suoi 83 anni vanta una carriera luminosa e invidiabile, a fianco di altre personalità di indiscusso valore assoluto, come Gil Evans, George Russell, Gary Peacock, Dexter Gordon, Jan Garbarek e Miles Davis. E come Marilyn Mazur (69 anni, newyorchese, ma danese di adozione, forse la più importante percussionista donna della storia del jazz) e come il più giovane, 45enne, chitarrista Jakob Bro, anche lui dal curriculum impressionante.
Proprio Bro è l’autore di cinque (“Returnings” insieme al trombettista, che firma anche “Youth”) delle sei tracce di questo lavoro, registrato Live at the Danish Radio Concert Hall, come recita il sottotitolo, nel febbraio dello scorso anno. Sono tutte composizioni a cui il chitarrista è particolarmente affezionato: l’iniziale Gefion dà il titolo a un suo album del 2015, in cui appaiono anche Oktober e Lyskaster, che riprese tre anni dopo nel cd Returnings, dove si ascoltano pure gli altri tre brani riproposti qui e dove è protagonista lo stesso Mikkelborg.
Siamo nell’ambito di una sperimentazione lieve ed evanescente, in cui gli scenari sono disegni interiori e volatili, dove la poesia del linguaggio è costruita su forme dalle dimensioni inafferrabili, che la chitarra acquarellata di Bro, la morbida tromba (o spesso il flicorno) davisiana e l’impeccabile groviglio di battiti e di suggestioni di Mazur rendono ogni volta fluttuante e insieme personalissimo. Questo ukiyo è essenziale e frammentato, momenti di trasparenza e nebbia si accendono su fuochi fatui e richiami notturni, arpeggi di chitarra e lanci di tromba su un tappeto intrecciato e lirico di percussioni, angoli che diventano sempre più smussati e interiori, crocevia di improvvisazioni e trilli, di vapori e danze lontane, di illusioni e miraggi. Ascoltiamo un’antologia di continui, mirabili haiku sonori.

Arve Henriksen – Harmen Fraanje
Touch Of Time (ECM/Ducale)
Voto: 8

Inizia con un brano che si intitola Melancholia e che dà un po’ il sentire di tutto il cd dei due jazzisti nordici. Il trombettista norvegese Arve Henriksen (al suo attivo collaborazioni con Jon Balke, Nils Petter Molvær, David Sylvian, i Supersilent e Terje Rypdal) e il pianista olandese Harmen Fraanje (già con Mark Turner, Kenny Wheeler, Han Bennink, Ernst Reijseger, Magic Malik e anche Enrico Rava) formano un’accoppiata sonora che gioca sugli incroci e sui colori tenui, che sviluppa piccole invenzioni immerse in un flusso lieve costruito grazie a un’improvvisazione continua, anche quando i due riprendono temi già confezionati in precedenza come sono le tre track firmate dal solo Fraanje.
L’intersecarsi delle linee di una tromba fragile, a volte quasi dolente, con un piano più strutturato ed enigmatico (e il supporto appena presente delle elettroniche) nello sviluppo di progressioni modali e di meditazioni tristi fanno di questo debutto insieme dei due musicisti un album che propone Mirror Images, accende appena The Dark Light, immerge in un continuo, demoralizzato Redream. Dieci i brani, ma quasi non si avvertono interruzioni, il climax si mantiene sospeso, dolente, rivolto all’interno, in una ricerca del sé che è soprattutto una discesa nell’oblio, nel non detto e nell’imperscrutabile, lenta quanto ineludibile, ponderosa come il rimorso di chi è alla ricerca di un’impossibile soluzione all’eterno dilemma shakespeariano «essere o non essere?»
Conosciutisi nel 2019 in occasione dei festeggiamenti per il cinquantennale della prestigiosa etichetta ECM di Manfred Eicher (che produce anche questo lavoro e fa sentire il suo zampino), Henriksen e Fraanje sanno trovare le chiavi l’uno dell’altro per costruire stimoli che non sono mai decolli verticali, bensì lunghe, lunghissime planate, per intersecare melodie dilatate e piccole onde di emozione, per avviluppare l’ascolto con la pervicacia convincente delle piccole frasi dette sempre nell’attimo giusto.

Sinikka Langeland
Wind And Sun (ECM/Ducale)
Voto: 9

Lo ha registrato nel giugno 2022, molti mesi prima che Jon Fosse, di cui canta dieci poesie, fosse insignito, nel dicembre scorso, del premio Nobel per la letteratura. Se il poeta, drammaturgo, romanziere «con una prosa seducente, quasi magica, racconta cosa significa essere vivi», la stupenda musicista del Finnskogen, enclave norvegese abitata fin dal 700 da immigrati finnici, mette in musica il medesimo impegno narrativo, la medesima ricerca di «dare voce all’indicibile», la medesima esperienza dell’incerto che si delinea ogni attimo come più affidabile e poetico.
Insieme al sempre più convincente trombettista Mathias Eick, al carismatico sassofonista Trygve Seim e ai ritmi Mats Eilertsen al contrabbasso e Thomas Strønen alla batteria, Sinikka propone la sua voce, quasi ieratica, che profuma di tradizione e tempi andati fin dal primo assaggio, e la sua kantele (o meglio le sue kantele, dato che utilizza questo salterio sia nella forma tipica a 5 corde, sia in quella elaborata più di recente a 15 e un altro addirittura a 39 corde). Questo settimo cd di Langeland per ECM e 17esimo assoluto è il suo più jazzistico, dall’eccellente formulazione etno-jazz.
A cominciare dalla title-track strumentale (c’è anche una formidabile reprise cantata), che sviluppa un incrocio romantico fra il sax soprano, un insistente contrabbasso e trilli e spolverate percussive, l’ensemble completa alla perfezione il lavoro della protagonista, come dimostra l’iniziale Row My Ocean, presente in forma solitaria nel precedente cd di Langeland Wolf Rune e qui più innervata di sensazioni e di suggerimenti, specie dei fiati, senza sommergere il sensibile incedere di voce e kantele. Dal pessimismo interiore di It Walks And Walks al lirismo lunare di When The Heart Is A Moon, dall’eterea essenzialità di A Child Who Exists all’insinuante quasi bossanova di The Love, da tutte le altre all’eccellente finale You Hear My Heart Come, il cd continua il suo percorso ondulato e poetico, in una continua, allungata, lenta fusione di folk e jazz, senza crepe e senza retrogusti.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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