Uscire dal coro non è facile. Proporre la vocalità fuori dagli schemi sta diventando, anche in ambito jazz, sempre più difficile in un mercato in cui l’omologazione prende viepiù il sopravvento. Il rischio è quello di non ottenere né air play radiofonico né attenzione dei media e quindi di rimanere confinati in un circuito limitato di amici e fans. Invece aprire le orecchie anche a suoni che ci appaiono fuori dagli schemi che siamo abituati a percorrere può farci sì storcere la bocca perché i risultati ci appaiono indigesti, ma può anche – e succede molto più spesso di quanto crediamo – permetterci di aguzzare gli occhi verso visioni inedite e di lasciarci andare alla disponibilità verso il desueto. Insomma di aprire la nostra mentalità, il che ci potrebbe tornare utile anche in molti altri momenti della nostra esistenza quotidiana. Perciò vi suggeriamo l’ascolto di questi album dalle sonorità non sempre abituali e dallo spessore artistico sicuro e solido, firmati dal duo di grandi jazzisti Godard-Ottaviano, dal trombettista eclettico Angelo Cioffi e dalla vocalist pura Letizia Brugnoli.

da sinistra Luca Tarantino, Ninfa Giannuzzi, Roberto Ottaviano, Michel Godard e Anita Piscazzi
Michel Godard – Roberto Ottaviano
Astrolabio mistico (Dodicilune)
Voto: 8+
Sono titolari di questo cd due importanti musicisti del jazz europeo: il sassofonista pugliese Roberto Ottaviano e il suonatore di serpente – lo strumento a fiato della famiglia dei cornetti, un incrocio tra tuba e fagotto con il ruolo di basso – francese Michel Godard. Con loro in questo progetto dalla sensibilità intensa come fosse disegnata su uno strato interno dell’epidermide sono la cantante Ninfa Giannuzzi, l’attrice e poetessa Anita Piscazzi e l’ottimo Luca Tarantino, che suona la tiorba. E proprio il grande liuto, che volgarmente è noto anche come chitarrone, fa da trait d’union allo svolgersi dei 14 brani (tra i quali Sette nello scrigno di cui è protagonista solitario) che ci narrano liricamente la vicenda drammatica di Bianca Lancia, amante di Federico II di Svevia, cui diede tre figli e da cui fu imprigionata per gelosia nel castello di Gioia del Colle.
Dal 1248, come riportano le note di copertina del cd, «ogni notte, dal giorno della sua morte, nella Torre dell’imperatrice del Castello, si avverte un flebile e straziante pianto. È il lamento di Bianca offesa che protesta in eterno la sua innocenza, proprio come è eterna la misura del tempo di un astrolabio, simbolo di morte e di rinascita perenne.» Il respiro, il lamento, il sogno, l’angoscia, l’amore, la speranza disegnano lo scorrere dei suoni acustici e levigati, che intrecciano la canzone d’autore, il folklore, la spoken poetry, il jazz, la musica di corte medievale, in un fluire cameristico e teatrale, registrato proprio nel maniero normanno-svevo della cittadina pugliese.
I brani strumentali si alternano a quelli cantati e recitati con un equilibrio raro e un’adesione “lirica” al progetto, tanto che i due fiati interpretano i respiri e i lamenti mentre le voci si impegnano nella narrazione e nel ricordo. Light The Earth e Amor Sospeso, dove i tre strumenti incarnano una lievità leggera e liquida come mercurio, si interfacciano alle poesie L’occhio nell’occhio o Nel racconto di tutte le notti, con la voce che suggerisce e trasporta lontano nel tempo, in un racconto dove i suoni sono colori e sentimenti, mentre le parole sono storia e vita.

Letizia Brugnoli
Crystal Flower (Irma/Self)
Voto: 7+
«In quel momento mi resi conto che, se anche gli uomini ci tradiscono, la natura è sempre pronta a venirci in soccorso. Decisi allora che avrei fatto come lei, e iniziai a cantare. Cantai per me e per Sáng. Cantai a voce alta o sottovoce. Ma senza smettere mai. Perché avevo capito che, fino a quando sarei stata in grado di cantare, avrei potuto dire di essere viva.» Così Huong, la protagonista di Quando le montagne cantano della scrittrice vietnamita Nguyễn Phan Quế Mai, romanzo dell’anno nel 2021 per il New York Times e il Washington Post. Un valore che conosce bene anche Letizia Brugnoli, cantante jazz emiliana, giunta con questo Crystal Flower al secondo album, che segue a nove anni di distanza il precedente Through Our Life.
Se il primo lavoro era una diligente rivisitazione di evegreen jazz (tranne quattro inediti non indimenticabili), questo propone un deciso passo avanti, sia dal punto di vista compositivo – tutti i 12 brani sono firmati dalla protagonista e dal suo alter ego musicale, il pianista e arrangiatore Roberto Sansuini – sia da quello interpretativo, con la voce cresciuta in sfumature, intonazioni, ricerca, come si capisce già dall’iniziale electro-jazz della title-track. Un album di jazz vocale ortodosso, «ricercato e sincero» come dice Brugnoli, dai colorati sapori brasiliani e rimandi jazz-rock, proposto con l’ausilio di un trio formato dal pianista, sia acustico che elettrico, Luca Savazzi e i ritmi Giacomo Marzi al contrabbasso (sostituito da Mirco Reggiani quando viene preferito lo strumento elettrico) e Paolo Mozzoni alla batteria (qua e là sostenuto dalle percussioni di Marquinho Baboo).
Tra i brani segnaliamo il vivace Nostalgiazz, in cui il nu jazz incontra la tradizione degli anni 30 e dove compare anche la chitarra di Claudio Tuma, i brasilianeggianti Agua De Maio (in memoria del papà Franco, musicista e giornalista, di cui Letizia parla anche in Shadows e al quale è dedicato tutto il cd) e Tire Change, con il sax alto di Chicco Montisano, il divertente Il gioco del semaforo, ancora con Tuma in evidenza, lo swingante Albert’s Poem To Elle e il conclusivo Walls Of Stone, al cui jazz moderno e solare contribuisce il soprano di Emiliano Vernizzi.
Angelo Cioffi
Frammenti (Alfa Music/Egea)
Voto: 7/8
Nel suo profilo Istagram (o sarebbe meglio dire Meta) si definisce “trombettista per caso”. A un ascolto superficiale di questo suo primo album da titolare si potrebbe aggiungere “jazzista per caso”, ma sarebbe un errore. Anche se Frammenti contiene brani facilmente etichettabili come hip-hop, come canzone d’autore napoletana, come indie pop, come soul, il sostrato che ne sostiene tutta l’impalcatura ideativa ed espositiva è intrinsecamente jazz. Non solo per gli assolo virtuosistici, ma per tutto l’ascolto, che sa essere contemporaneo, vivo, contaminato, effervescente, disincantato.
Il trombettista napoletano, insieme al pianista Enrico Asquitti, al batterista Paolo Maurelli e, in alternanza, ai bassisti Davide Afzal e Antonio Castaldo, tutti giovanissimi, confeziona un lavoro indubbiamente eclettico, indubbiamente volubile, indubbiamente discontinuo, ma che certo all’ascolto rivela personalità molto promettenti. A cominciare da quella del leader, di cui – per tornare al tema di queste brevi segnalazioni – è interessante la capacità di appropriarsi del contributo di vari vocalist, oltre che di alcuni ospiti.
Nove le composizioni per poco più di mezzora di musica. Tre i brani che vedono la cantante Letizia Vitagliano nel ruolo di coautrice e di interprete dal piglio soul pop alla maniera di Pino Daniele (Addovà) oppure nu jazz (la mutevole e coinvolgente Te la sei cercata, arricchita da un micromonologo sample di Paola Cortellesi) oppure ancora nella sarabanda un po’ jazz, un po’ folk, un po’ circense Prigione e libertà, il top del disco, anche per la presenza del sax alto di Marco Zurzolo e i controcanti di Vincenzo “RapCorrotto” Ciccarelli. I giovani rapper Alberto Saldutti e Thieuf cantano rispettivamente nell’emozionante, anche grazie a un suadente solo della tromba, Stella Rossa e nella cover di Red Baron del batterista Billy Cobham, che vede il senegalese sincopare e lanciare brevissimi fraseggi sul fluire jazz dettato dalla tromba e dal wah wah della chitarra di Mattia Grimaldi. Non da meno gli strumentali, gli emozionanti Yes, del compianto trombettista Aldo Bassi, e Hirpini, l’ottima versione della “classica” Estate di Bruno Martino e la vibrante Good Question, dal piglio post jazz-rock.







































