Erano 64, compresi i diversi componenti dei pochi gruppi vincitori, quando Marco Rettani, autore di canzoni, discografico e scrittore, e Nico Donvito, giornalista, hanno iniziato a raccogliere il materiale per scrivere il volume Ho vinto il festival di Sanremo. Oggi, a pochi giorni dalla pubblicazione, sono rimasti in 63 per la dipartita di Toto Cutugno, nell’agosto scorso. Il libro propone delle chiacchierate con ben trenta di loro, dai vincitori più recenti, Diodato, Ermal Meta, Francesco Gabbani, a quelli remoti come Bobby Solo, Tony Renis e Tony Dallara, attraversando le generazioni e i gusti. Ciascuna è accompagnata da un commento di uno tra gli addetti ai lavori più significativi, da Vincenzo Mollica a Mal, da Carlo Conti a Mario Lavezzi, da Dario Salvatori a Teo Teocoli, per offrire un panorama super partes del significato e del periodo in cui si svolse, delle specificità e dell’impatto del festival di cui parla il vincitore.

Nico Donvito e Marco Rettani

Avete avuto l’impressione che le risposte dei vincitori fossero in qualche modo prevedibili, come quelle dei calciatori che dicono più o meno sempre le stesse cose, oppure che avessero ciascuno la propria impostazione, le proprie idee, il proprio modo di essere di fronte al festival?
Nico: «Avevamo il timore che fossero autocelebrativi più che scontati. Sai, hanno vinto tutti, raccontano la favola, è stato bello. In realtà sono stati molto più umani e personali. Proprio per questo in ogni capitolo, che non è suddiviso tra vincitori e addetti ai lavori, ma li propone insieme, ci serviva un parere anche esterno, di qualcuno che l’avesse vissuto da fuori il festival o vi avesse contribuito, autori, discografici, direttori artistici e colleghi giornalisti. Quindi il racconto dei trionfatori, che non è mai autocelebrativo come temevamo, si unisce alla prospettiva più distaccata da parte di tutti gli altri ospiti.»

Gli altri ospiti sono uno specchio del vincitore o sono una controparte?
Marco: «Una costola, direi. Ma intanto il nostro approccio è stato diverso, non sono state interviste. Quello che abbiamo fatto è stato condividere con loro del tempo. Siamo andati a trovarli, anche se alcuni non erano facilmente reperibili. Quando c’è stata una telefonica, era sempre una videochiamata. L’approccio non era di intervista, ma di conversazione sul loro festival, su come vedono il festival e su come l’hanno vissuto.
Ad esempio Riccardo Cocciante non ha mai raccontato del suo festival se non nel nostro libro e questo è grazie al fatto che non era un’intervista, ma una, come dire, relazione conviviale, in cui uno si apre e dopo un po’ quasi si dimentica l’argomento di cui si sta parlando. La fortuna è stata dettata dal fatto che molti sono amici, per cui, vivendo lo stesso ambiente, si va a cena o si va a pranzo insieme. Io come discografico, lui come giornalista, li abbiamo conosciuti. Nel parlare poi tutto diventa più semplice, è quasi come quando si partecipa a un reality: dopo un po’ ti dimentichi delle telecamere e sei naturale.»

Si è spesso detto di vincitori predestinati. Qualcuno ve ne ha parlato?
Nico: «La polemica maggiore ci fu nell’82, quando vinse Riccardo Fogli e tutti dissero che era una vittoria annunciata. Tiziana Rivale, che vinse l’anno dopo, ci racconta come l’organizzatore Gianni Ravera avesse messo finalmente le giurie alla luce del sole, perché fino a quel momento erano un pochino nascoste, diciamo così. Alla vittoria di un’emergente come lei, a discapito di veri big come Morandi, come Cutugno con L’italiano, Ravera commentò dicendo “avete voluto le cose trasparenti, beccatevi Tiziana Rivale”.»

Qual è l’aneddoto che più vi ha colpito?
Marco: «Quello meno noto riguarda Lola Ponce, che vinse con 39 di febbre e non l’aveva mai rivelato. Fu favorita dal fatto che, con Notre Dame de Paris aveva cantato in 1000, 2000 spettacoli. Era abituata al teatro, dove si deve andare in scena a prescindere, con qualsiasi malanno.»

Come emergono gli alti e bassi del festival nelle vostre pagine?
Nico: «Ne parla Gilda, che ha vinto l’edizione del ‘75, quando l’organizzazione era a cura del comune e la RAI trasmise soltanto la serata finale. E anche gli Homo Sapiens, che furono sfumati dalla RAI durante la proclamazione. Loro vinsero nel ‘77 con un pezzo che avrebbe dovuto cantare Mal, il quale però, avendo un grande successo con Furia, non volle andare al festival di Sanremo a “squalificarsi”. Allora era così, non ci volevano andare i big, arrivare e puntare al festival non era una chimera come oggi.»

Secondo voi è ancora vero che bisogna fare delle canzoni “sanremesi” per arrivare a Sanremo?
Marco: «No. La canzone moderna è profondamente diversa. La canzone adesso viene fuori da una factory. Chi sa fare il ritornello, chi sa fare lo special, chi sa fare il gancio. Per questo sotto le canzoni ci sono dieci nomi di autori. La canzone moderna è un prodotto diverso. Si consuma velocemente e si dimentica anche velocemente. Sanremo non sta presentando canzoni “sanremesi”, sta presentando le canzoni che piacciono ai giovani e che arrivano fino all’estate.»

Ma alla fine perché Sanremo è Sanremo?
Marco: «Perché Sanremo si ama, come dice quest’anno Amadeus. È uno scrigno del cuore e della memoria e quindi lì dentro ci si ritrova sempre.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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