Green Border

Il dramma dei profughi sul confine tra Polonia e Bielorussia

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Green Border
di Agnieszka Holland
con Behi Djanati Atai, Agata Kulesza, Maja Ostaszewska, Tomasz Wlosok, Piotr Stramowski

Inverno del 2021. Profughi di ogni età dalla Siria e dintorni, atterrati con soldi e documenti a Minsk per volare dai parenti in Nord Europa, vengono  letteralmente abbandonati nel bosco sulla fontiera tra Bielorussia e Polonia.  I bielorussi li gettano oltre (quando non dentro) il filo spinato, i polacchi li ributtano indietro con le cattive. Niente cibo, acqua, medicine, ricoveri o abiti e – anzi-  numerose manifestazioni di sadismo da parte dei poliziotti di frontiera. D’altra parte, come dice un graduato ai sottoposti, i profughi non sono esseri umani, ma “proiettili viventi, armi di Lukashenko e Putin” per mettere in ginocchio l’economia polacca. Solo pochi coraggiosi volontari sfidano dure sanzioni per procurare cibo, medicine, passaggi clandestini. Cineasta militante di lungo corso la Holland non risparmia nulla della tragedia (la crisi della frontiera verde, come venne definita, lasciò nei boschi decine di migliaia di vittime) e il suo film si legge in molti modi “tradizionali” e giustamente “gridati”: dramma di guerra, melodramma privato, film di denuncia, variazione contemporanea sul cinema di resistenza: è  lungo, doloroso, necessario e “deve” turbare in un bianco e nero ossessivo. È spiaciuto a tutte le parti politiche e militari in causa,  è stato accusato di propaganda negativa, e per di più è concatenato alla successiva ondata di profughi ucraini che i polacchi  invece accolsero bene. A Venezia ha avuto il Premio speciale della Giuria e la Polonia non l’ha mandato agli Oscar.

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