Jazz di gran classe, articolato secondo diversi stilemi e con intenzioni lontane fra loro. Musicisti francesi, inglesi, svizzeri, tedeschi, polacchi, italiani, americani, sudcoreani, indiani, parlano il linguaggio della grande musica di matrice afroamericana secondo la loro personale declinazione. Lo sviluppano e lo elaborano. Soprattutto ci offrono un ventaglio multicolore di momenti di ascolto dalla coinvolgente caratura emozionale e con un alto livello espressivo.

Matthieu Bordenave
The Blue Land (ECM/Ducale)
Voto: 8
Dopo La Traversée, suo secondo album da leader del 2020, il sassofonista francese inizia a percorrere “la landa blu”, accompagnato come allora dal lirico pianista tedesco Florian Weber e dal raffinato contrabbassista svizzero Patrice Moret. Stavolta a far da riferimento, quasi terrigno verrebbe da dire, si aggiunge alla compagnia il vitale batterista inglese James Maddren, che riesce a dare con classe una maggiore profondità prospettica all’ensemble. Un quartetto transeuropeo che promuove linee melodiche che sono lievi e si illuminano di colori in controluce come i fili di una ragnatela, e ne possiedono anche la quadratura quasi matematica dell’insieme.
Il sound è delicato, i toni sfumati, ma la passione sotterranea ha anche modo di salire in primo piano (specie nell’ottima cover della Compassion di John Coltrane), così come l’idioma post-Giuffre caro a Bordenave sa riempirsi di vaporose sensazioni emotive. Il clima rimane quello di un lirismo disteso, quasi incontaminato, che miscela trame delicate a panorami sconfinati e sa essere cerebrale e sensuale allo stesso tempo. Il leader, inoltre, aggiunge il soprano, acuto, penetrante, lunatico, al suo tenore, che dà sempre un’impressione di forza, anche se trattenuta, concentrata, meditativa, un po’ alla Warne Marsh, il sassofonista prediletto da Lennie Tristano, che è per certo il “maestro” di Weber, magnifico co-protagonista, benché non intervenga mai in fase di composizione, di tutto il cd. Tra i brani segnaliamo il jazz da camera un po’ sghembo di Three Four, il bop sottotraccia di Timbre e la conclusione imperturbabile e vigile di Three Peaks, ma è l’equilibrio di un insieme quasi non parcellizzabile, a convincere della qualità del presente e a scommettere sulle prospettive future del 41enne sassofonista.

Aldo Joshua Quartet
Empty Nights In Cracow (Alfa Projects/Egea)
Voto: 7/8
Aldo Iosue, che tutti conoscono come Joshua, è nato a Napoli, ma da anni è mezzo romano mezzo polacco (ma sarebbe meglio dire cracoviano), dato che nelle due città divide il suo tempo. Quasi libero quello nella nostra capitale e lavorativo quello nella bellissima città ai confini con la Boemia. Infatti dopo il precedente From Rome To Cracow – che appunto indicava già nel titolo la sua direzione operativa – del 2019, ecco un albo che raccoglie il suo fare jazz nelle “notti vuote” (quelle della pandemia, durante le quali Joshua ha composto gli otto brani) del nord.
La formazione che sceglie stavolta, facendosi circondare da tre giovani assai promettenti della scena locale, vede il suo trombone affiancato dal sax baritono di Marcin Konieczkowicz, dall’organo
Hammond di Kajetan Galas e dalla batteria di Grzegorz Palka. Il che dà subito un’impressione di forza senza crepe, di impatti decisi come uppercut, di “tutto pieno” senza volumi aggiunti o balzelli voluttuosi. L’artista italiano rotto a mille collaborazioni (su Facebook le elenca tutte completando un’intera pagina di nomi, scritta fitta fitta) si fa qui capofila di un jazz che sa essere moderno e ortodosso insieme, che ha come riferimento la formazione di Gerry Mulligan e Bob Brookmeyer, ma anche l’incedere di certe partiture orchestrali, che sa valorizzare le linee dell’Hammond così come la speranza e la voglia di ripartenza di quel periodo infausto.
Il risultato è convincente, anche perché le composizioni sanno utilizzare direzioni “canoniche” per sviluppare un sound piacevolissimo e moderno, capace anche di un lirismo tenue e acquerellato (Harmony In Women), oltre che di scatenate evoluzioni quasi monkiane (Giulietta’s Tribal Dance), di un incedere pulsante cui non mancano sapori acid (Blowing With Mr. JN), di una rivisitazione della melodia, secondo la maniera del bop, della famosa Four Brothers di Jimmy Giuffre (l’iniziale Four Brotherly Cats).

Nicole Johänntgen
Labyrinth (Selmabird)
Voto: 8
La sassofonista tedesca, dal 2005 residente a Zurigo, è un’importante esponente del jazz al femminile europeo. Tra i numerosi premi (il più recente è il Lichtenburg Prize 2023) e le mille performance che indica nel suo profilo, ci piace segnalare che è stata la prima musicista donna in assoluto a esibirsi al famoso Gunung Jazz Festival in Indonesia, il più popoloso Paese musulmano. Oltre ad aver inciso 26 album e frequentato collaborazioni di livello, vanta un’importante attività didattica, specie con i bambini.
Questo suo ultimo lavoro la vede impegnata dal vivo nello studio della radio svizzera SRF 2 in una formazione atipica, che la vede accompagnata solo dal tubista americano Jon Hansen e dal multiforme percussionista David Stauffacher. Tutte di pugno della
leader, le dieci composizioni si susseguono con una naturalezza ispirata e un groove consistente, sanno sperimentare e sfruttano l’originalità del trio, completato nella stessa ottica dal grande sousaphone del sassofonista francese Victor Hege in Simplicity, Curiosity! e Straight Blues, Baby, Straight! (con una formazione che ricorda il quartetto neworleansiano Henry, diretto da Nicole, dove al posto della tuba c’è il trombone). Inoltre toccano diversi territori jazzistici, così come certe lande Motown anni 70 e un blues quasi rurale, con un appeal di volta in volta fresco e corposo, divertente e malinconico, fanciullesco e impostato.
L’iniziale title-track propone tutta questa volubilità, che porta dal jazz degli albori all’avanguardia, con una mano rodata e un fluire che suona elegante quasi a dispetto delle tematiche “caciarone”. Tra gli altri spiccano la trance emotiva di Canyon Wind, la struttura quasi polifonica di Goodnight My Dear e la scatenata ritmica post disco di Get Up And Dance, oltre alla deliziosa ballad con solo sax e voce Little Song For Nenel, dedicata alla figlia.

Vijay Iyer
Compassion (ECM/Ducale)
Voto: 9
Il New York Times adora questo pianista indiano, naturalizzato statunitense. Lo descrive come «coscienza sociale, collaboratore multimediale, costruttore di sistemi, rapsodo, pensatore storico e portale multiculturale». Del resto che sia un talento indiscusso lo dice la sua carriera, iniziata giovanissimo in diverse formazioni di Steve Coleman e più volte chiamato nella Note Factory di Roscoe Mitchell, nonché fondatore del collettivo Fieldwork. Cui sono seguiti numerosi album da leader e altrettanti, o forse più, riconoscimenti a livello internazionale, ultimo dei quali la nomination al premio Grammy per il suo album dello scorso anno Love In Exile, con il cantante Arooj Aftab e il bassista Shahzad Ismaily.
Questo Compassion è il secondo cd del pianista, che è anche docente ad Harvard, con la coppia ritmica formata dal batterista Tyshawn Sorey e la bassista Linda May Han Oh. Di loro, ancora il NY Times
ha scritto: «È come se questa band volesse sedurti e sconcertarti, privandoti di tutto tranne che della capacità di pensare e vedere con i tuoi occhi». In effetti i due suonano in maniera diversa dai loro predecessori (Stephan Crump al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria), che preferivano uscire dai territori tipici del piano trio e rincorrere traiettorie più complesse, irregolari. Sorey e Han Oh sono soprattutto dei punteggiatori raffinati, quasi degli editor della marea sonora che distribuisce Iyer, pur non dimenticando virtuosismi eccellenti.
Il pianista offre una teoria messa in pratica grazie a una musica composta da tante piccole parti collegate in modo intuitivo. Frammenti che si ricompongono in continuazione, un caleidoscopio di influenze che diventano sound personale e ricco, da Monk a Jamal, da Corea – omaggiato tramite la reprise della Overjoyed di Stevie Wonder – a Evans, confluiscono in un flusso che sa arrendersi al malinconico (It Goes), delineare un pensiero triste (la title-track, che non è il brano coltraniano), forgiare il ricordo avanguardistico del mentore Roscoe Mitchell (autore di Nonaah), sviluppare un’intrigante esplorazione di mille potenzialità di una melodia (Tempest), scandagliare le dinamiche incrociate delle improvvisazioni (Ghostrumental).







































