Proporre uno o due brani pop o rock nel proprio album jazz è prassi diffusa e stimolante. Diverso è impegnarsi in un intero cd di brani appartenenti al repertorio di uno o l’altro tra i numerosi artisti che hanno fatto la storia dei due generi musicali nati nella seconda metà del XX secolo. Di Joni Mitchell, che di suo ha dedicato un intero album alle composizioni del grande jazzista Charles Mingus (Mingus del 1979), ne ha registrato un altro di suoi brani jazz (Shadows And Light l’anno seguente) e non di rado ha voluto jazzisti come sessionman nei suoi lavori, ricordiamo cover molto interessanti, firmate Herbie Hancock, Fred Hersch o Dave Douglas, ma nessun LP o cd intero di sue canzoni firmato da un big.
Rimane comunque un riferimento per tutti, la sua Both Sides Now ha avuto finora 1666 riprese, River quasi mille, Big Yellow Taxi quasi 600, e cantanti di tutto il mondo hanno dedicato lavori completi ai suoi brani immortali.

Dalle americane Laurie Antonioli, Annie Sciolla, Tierney Sutton (suo After Blue del 2013, probabilmente l’esito migliore) e Sara Colman, all’olandese Lydia Van Dam, dall’australiana Katie Noonan alla sudafricana Tutu Puoane, dall’israeliana J.Lamotta Suzume alle italiane Giulia Galliani, Lara Puglia e Rossana Casale, sono decine quelle che hanno coniugato jazz e canzone d’autore per riproporcele. I lavori più strettamente jazz riguardanti il repertorio mitchelliano sono invece pochi e dimenticabili, tranne Improvisational Four della pianista russo-norvegese Olga Konkova e Places To Come From, Places To Go dello Steven Klink Trio.

Il Martha J. & Chebat Quartet. Da sinistra Martha J., Giulio Corini, Maxx Furian, Francesco Chebat

Ben venga allora la proposta di Martha J. e Francesco Chebat, reduci da un cd intitolato Play The Beatles (Clessidra, 2021), giunti al loro nono album insieme. La cantante, che di nome anagrafico fa Stefania Martinelli, ha iniziato con il folk e il pop approdando anche a Sanremo nel 1990 con il trio Proxima, con i quali ha inciso due album. Poi la svolta jazz, i vari seminari e le numerose collaborazioni, da Antonio Zambrini a Tino Tracanna, da Larry Ray a Richard Lanham, prima di incontrare nel 2007 il pianista. Chebat, diplomato al conservatorio, è un sideman ricercato, da Gianluigi Trovesi a Maurizio Giammarco, da Dave Weckl a Javier Girotto, da Enrico Intra a Kyle Gregory, e già titolare di Imprinting del 2006 (inciderà poi, senza Martha, Promenade nel 2009). Insieme sviluppano sia i loro amori soul e blues, sia soprattutto un discorso jazz elaborato e in continua crescita.
Del nuovo Amelia. Songs By Joni Mitchell (Clessidra, 2024) dicono: «Abbiamo cercato di catturare la sostanza più terrena di Joni Mitchell, riflettendo questa ispirazione nei nostri arrangiamenti jazz contemporanei. La scelta dei brani è stata guidata dalla volontà di reinterpretare quelli meno frequentemente affrontati, offrendo una prospettiva nuova e appassionante. Questo progetto è un omaggio realizzato in occasione degli ottant’anni di questa straordinaria artista che ha influenzato generazioni di cantanti e musicisti». Infatti, almeno otto degli undici brani sono tra i meno frequentati della splendida canadese, ma non per questo inferiori per capacità di colpire e per intensità emozionale.

Iniziamo a parlare dei più noti, la title-track, Black Crow e Free Man In Paris. La prima, tratta dal magnifico Hejira, un album da portare nell’isola deserta, scivola lieve e delicata, resa all’essenziale e chiusa da soavi vocalizzi finali. Quello del “corvo nero” (ancora da Hejira) è un brano di jazz swingante, old style, pieno di vitalità, con gli assolo dei tre strumentisti, Chebat e i due ritmi che completano il quartetto, Giulio Corini al contrabbasso e Maxx Furian alla batteria. Free Man In Paris, da Court And Spark, è accelerato e diventa un volo jazzy fra i gargoyle di Notre Dame, mentre parla delle pressioni che i discografici mettono agli artisti e il piano fa da propulsore.

Martha J.

La voce di Martha è educata e precisa, con meno chiaroscuri di quella di Lady Canyon e senza raggiungerne la sensibilità nel registro acuto, ma con l’emotività e gli slanci della timidezza di una personalità sfaccettata, quella di una cantante jazz che capisce Joni Mitchell e sa cosa può fare nelle sue canzoni straordinarie e cosa non può, con tutto il garbo che le viene dal frequentare repertori complessi come quelli delle divine della musica afroamericana.

Tra gli altri brani, che tutti dimostrano una comprensione delle intenzioni della grande cantautrice e insieme un’intelligenza moderna nell’elaborarle in chiave jazz, citiamo – più per gusto personale che per reali differenze qualitative – The Hissing Of Summer Lawns, che dà il titolo a uno degli LP più sottovalutati di Mitchell, The Dawntreader con un ottimo assolo di Corini, e Barangrill, elegantissima.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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