Nella storia del jazz durante gli anni Settanta per la prima volta il predominio assoluto dei musicisti americani, non solo neri, venne messo in discussione. Fu un’ondata di strumentisti europei, figli della rivoluzione del free jazz, a scardinare ogni certezza, a buttare il cuore oltre ogni ostacolo, a dettare coordinate inattese, movimentate, persino astruse. Tra questi, il personaggio più solido, più lirico, più stimolante è stato – ed è tuttora – l’inglese John Surman, che da anni vive in Norvegia, a contatto, oltre che della compagna, l’ottima cantante Karin Krog, di tutta una fervida scena jazz.
Sei stato uno dei grandi del free jazz mondiale. Cosa è rimasto di quella stagione di totale libertà espressiva e di contestazione del mainstream, un po’ come fece il punk nel rock?
«Penso che quel periodo negli anni Sessanta e Settanta, quando tutte le “regole” stabilite furono messe in discussione in così tanti settori delle arti – musica, pittura, teatro, danza – fosse un periodo molto emozionante da vivere. Le porte furono spalancate alla libertà di espressione e in tutte le arti si verificò uno sviluppo sorprendente. Fu una sorta di esplosione in molti sensi e naturalmente le cose si sistemarono nei decenni successivi. Penso che molti di noi abbiano scoperto tanto durante quegli anni. Su noi stessi e sulla nostra musica e immagino che qualcosa di ciò rimanga ancora.»

Affiancato, nel gotha del suo strumento prediletto, il sassofono baritono, a giganti come Gerry Mulligan e Serge Chaloff, Harry Carney e Pepper Adams, Surman continua il suo percorso espressivo con una lucidità invidiabile, specie in considerazione delle sue ottanta primavere, che scoccheranno il prossimo 30 agosto. Dopo aver proposto capolavori con John McLaughlin, con il quartetto di John Taylor, con il pianista Paul Bley, con il bandleader Gil Evans e soprattutto come titolare – citiamo nel mazzo Tales Of The Algonquin del 1971, Withholding Pattern del 1985, in totale solitudine, Thimar del 1997 con il suonatore di oud Anouar Brahem, In Darkness Let Me Dwell del 1999 con il cantante John Potter, The Spaces In Between del 2006 con un quartetto d’archi – oggi continua il suo percorso variegato con un quartetto del tutto nuovo.
Per il suo nuovissimo cdWords Unspoken (ECM/Ducale) e per il prossimo tour, che toccherà anche l’Italia, ha voluto con sé il vibrafonista 67enne Rob Waring, newyorkese dal 1981 a Oslo, il batterista norvegese Thomas Strønen di 51 anni, che non disdegna percussioni ed elettronica, e il chitarrista inglese Rob Luft, 30 anni e una tecnica “feroce”. «Nonostante le differenze di età, sono musicisti con una vasta gamma di interessi, che sanno muoversi in vari campi dello scibile sonoro», ci dice John. «Questo, e la conoscenza della storia artistica di ognuno, permette loro di ascoltare gli altri e condividerne le idee.»
L’album si apre con Pebble Dance, con il vibrafono, elegante e mai invadente, e i ritmi che invitano l’intervento del soprano di John, volatile e pieno insieme, e della chitarra quasi ambient.
Introspettive e profonde la title-track, con il baritono in evidenza e un feeling ombroso, e Graviola, con sommessi ma continui cambi di “vedute”. Ancora più lievi e delicate Flower In Aspic, aperta dalla chitarra e giocata su mille velluti condivisi, Precipice, quasi inafferrabile nei suoi eterei vagabondaggi. Sottile e misteriosa Around The Edges scivola tra fraseggi incantatori del clarinetto basso e flessibili messaggi armonici. Onich Ceilidh ha un soffice andamento di ballo folk scozzese con le complessità ritmiche che si alternano quasi impercettibili, mentre Surman alterna soprano e baritono ricordandoci come il suo fraseggio non abbia perso nulla del suo splendore e della sua inventiva. Belay That si sposta dal clima modale per sviluppare una sorta di blues minimale dal pathos in crescendo, mentre Bitter Aloe è uno stroboscopico alternarsi di magnetiche interazioni. Chiude Hawksmoor con un dialogo tra clarinetto basso e batteria che diventa via via più sibillino con gli interventi del vibrafono e della chitarra.
«Sono storie narrate con i suoni e che ogni ascoltatore “leggerà” in maniera diversa. È questa la magia della musica. I titoli sono solo una suggestione non un obbligo interpretativo. Ho detto le mie idee ai musicisti, poi ci siamo messi a suonare: il confronto è nato dallo scorrere delle note, non dalla scrittura. Quasi una comunicazione fatta di “parole non dette”.»
John Surman sta scrivendo una nuova pagina nella sua storia, grazie a un’invidiabile forma fisica che gli permette un’eccellente padronanza del respiro e un’inventiva tutt’altro che appannata. Insieme a lui un vibrafonista ingegnoso, grazie all’aver suonato indifferentemente nelle orchestre sinfoniche e nei gruppi jazz, sempre senza troppa deferenza verso la lezione per troppi imprescindibile di Gary Burton, un batterista che sa essere funambolico solo giocando in punta di bacchette (e di mallet) e di un chitarrista versatile come pochissimi, che ingloba spunti metheniani e friselliani in un mood personalissimo e vivo. Ascoltarlo induce a chiedergli cosa potrebbe fare ancora in futuro questo ragazzone vicinissimo agli 80 anni.
I tuoi album hanno la grande caratteristica di apparire sempre il frutto maturo di un continuo, fruttuoso work in progress. Di creare quasi dipendenza e sempre attenzione al futuro. Cosa dobbiamo aspettarci dopo Words Unspoken?
«Ah ah, beh, non mi sembra che la mia musica si sia sviluppata con il progresso fluido che descrivi, ma è gentile da parte tua dirlo. Per quanto riguarda cosa ci si potrebbe aspettare dopo Words Unspoken, devo dirti che una tua ipotesi è buona quanto una mia. A essere onesti, il mio obiettivo al momento è lavorare il più possibile con il quartetto e vedere come si sviluppa il sound. Sono molto entusiasta di suonare con questi ragazzi e ho una buona sensazione riguardo alle diverse direzioni che la musica potrebbe prendere.»







































