La chitarra assume nel jazz un ruolo determinante a partire dagli anni Trenta, quando furono costruiti i primi strumenti elettrici e messa a punto la loro amplificazione. Proprio jazzisti come Eddie Durham, George Barnes, lo stesso Les Paul (da cui prese nome una delle sei corde più importanti, se non la più importante, della storia della liuteria), il sommo Charlie Christian, furono i primi ad adottarlo nelle ampie formazioni di allora. La chitarra poteva finalmente suonare come un sassofono, grazie ai sensori, agli amplificatori e agli altoparlanti.

Da allora non si è più fermata di fronte a nulla e ha seguito numerose evoluzioni, assumendo spesso ruoli di primo piano come dimostra l’attenzione che le viene tuttora dimostrata da giovani e meno giovani talenti. Anche in Italia.

Fabrizio Scrivano – foto di Pietro Scarcello

Fabrizio Scrivano
Terra di mezzo (Alfa Music/Egea)
Voto: 8

Il chitarrista mantovano, ma calabrese di origine, propone il suo secondo cd, a poco più di tre anni dal precedente Fortuity, inciso con il Toxicity Trio del pianista Giuseppe Zangaro. Anche questo Terra di Mezzo è in quartetto, l’altro solista è il rodatissimo Jerry Popolo, che suona i sax e il flauto traverso, già partner di moltissimi, compresi i big del jazz Tom Harrell, Lee Konitz, Michel Petrucciani, Fabrizio Bosso e Maurizio Giammarco. La ritmica è affidata a una coppia di conterranei molto attivi, il batterista Riccardo Biancoli, già in Trapezomantilo e con Beppe Castellani, Simone Guiducci e Alan Farrington, e al contrabbassista Gabriele Rampi Ungar, che ricordiamo leader degli Science Freak e con Mauro Negri e Rita Gelmetti.
Nove i brani, tutti di Scrivano, che vanno dall’iniziale Acciu (“sedano” in calabrese), esempio di contemporary jazz lucido e luminoso, disegnato con melodismi intensi e convincenti, alla conclusiva Tarantera, aperta da un assolo di contrabbasso e sviluppata con quelli degli altri protagonisti lungo i crismi di un jazz aperto, che rimanda a certi stilemi folklorici del sud e dal taglio ritmico non semplice. Sono queste le coordinate entro cui muove tutto il lavoro, riferimenti ampi di brani personali e ricchi, come la delicata dedica alla figlioletta Bea oppure l’hard bop di Orso Bruno oppure ancora il sottile e quasi etnico Silafolk. Un ascolto che coinvolge lentamente, ma sa arrivare anche con il sapore di certi estetismi alla Pat Metheny (“Poii”), di andamenti swinganti (Jermanu) e di richiami old style (Portrait For A Friend).

Eugenio Mirti

Eugenio Mirti
The Tree Of Life (Alfa Projects/Egea)
Voto: 7/8

L’eclettico chitarrista torinese proviene dal rock dei Matka, con i quali ha registrato due cd, cui sono seguiti altri quattro lavori con la cantante Chiara Onida (tre con l’ensemble Ropa 11 e uno come B.B. Duo), Zen #4 di sola sei corde e altri tre, con questo, da titolare. The Tree Of Life, l’“albero della vita” presente in molte culture millenarie come simbolo di crescita e di comunità, è un lavoro aperto a mille influenze, variegato e propositivo, che lascia sempre sospesi nell’attesa di una nuova sorpresa sonora. Accompagnano il leader il tastierista Mario Sereno già con i Silence Please, il batterista Luca Valente (erano con Mirti anche in Minneapolis Standard Book del 2018) e del bassista elettrico Alessandro Loi, tutti personaggi musicalmente polimorfi.
Le otto track sono per metà delle cover: la vorticosa Judy del WRD Trio, brano soul jazz riproposto con il chitarrista ospite Carlo Caprioglio in veste di capofila; Cajun Moon di J.J. Cale (il maestro della sei corde laid back che ci ha lasciato poco più di dieci anni fa), che Mirti, impegnato anche al canto, riprende nella versione claptoniana esasperandola in una formula acid jazz e aggiungendo i colori della chitarra hawaiana; il tradizionale country Streets Of Laredo, che diventa un tragitto lunare, quasi ambient; la “classica” Mercy, Mercy, Mercy, scritta da Joe Zawinul per Cannonball Adderley, che sembra lo scheletro di sé stessa, un distillato di soul jazz con la chitarra alla Wes Montgomery. Gli originali del leader sono una delicata e methenyana dedica alla moglie (25 agosto), il modale e insinuante scivolare di Hoover Dam, l’ottimo acid jazz The King Of Termoli e la conclusiva, fascinosa, multicolore miscela dedicata al Longshan Temple buddhista di Taipei.

Tiziano Gialloreto

Tiziano Gialloreto
Watching The Celling (Alfa Music/Egea)
Voto: 7

Il chitarrista di Chieti debutta con sei brani di sua composizione che «mettono in musica ciò che le parole spesso non possono, e con loro creano un mosaico di ricordi, che, sebbene personali, possono essere condivisi da coloro che sono disposti ad ascoltare». Brani eleganti e nitidi, di un jazz moderno e mainstream, in cui la sua sei corde non è la sola protagonista, ma cui offrono un contributo determinante due giovani solisti estoni, il sassofonista Perteris Anceverins (ha studiato come il leader al Conservatorio dell’Aquila) e il pianista Klavs Abols. Nonché da una sezione ritmica, formata dal batterista Michele Santoleri e i due bassisti Simone Sulpizio, allo strumento elettrico, e/o il navigato Luca Bulgarelli al contrabbasso.
Tiziano Gialloreto e i suoi pard conoscono bene la tradizione ritmica, formale e frasistica del jazz moderno e vi rimangono ancorati con fedeltà e forza emotiva. Il sound scorre lieve e propone varie visuali su quel mondo espressivo, con un notevole interplay tra i musicisti. Post hardbop comme il faut cui manca però la voglia di lasciarsi andare, di aprire voragini dentro cui perdersi, di urlare la propria passione. Tutto è in ordine, preciso, da saggio politically correct di fine master. A partire dall’iniziale Peteris Blues, il cui titolo dice tutto, dall’andamento bluesato al contributo del tenorista, fino alla conclusiva Maja, un intreccio di assolo su un plafond garbato, tutto scorre con un lieve fluire primaverile (Tallinn Spring insegna), con stile e piacevolezza, con riferimenti a volte notturni, altre in crescendo, altre ancora, come nel brano con la chitarra meglio in evidenza Blue Window, cromatici.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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