Inshallah a Boy

La fatica di essere donna in Giordania. E come ribellarsi

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Inshallah a Boy
di Amjad Al Rasheed
con Mouna Hawa, Haitham Alomari, Seleena Rababah, Yumna Marwan, Salwa Nakkara

Povera Nawal, giordana, musulmana, che ha una figlia e per vivere fa da badante in una ricca famiglia cristiana maronita. Mentre cerca di avere un secondo figlio, il marito muore. Nawal resta vedova, povera e poco protetta. Soldi: il marito ha lasciato debiti col cognato e non ha chiarito la proprietà della casa con Nawal. Leggi: il cognato vuole che Nawal saldi le rate del pickup che ha venduto al marito, e vuole anche una parte della casa, da vendere per fare cash. Il fratello di Nawal è succube del cognato, il cognato arriva quasi a sequestrare la figlia di Nawal e tutte le leggi danno ragione agli uomini. Le donne che vanno a consolarla le chiedono di adeguarsi, pregare e seguire le leggi coraniche. Solo una gravidanza darebbe a Nawal nove mesi di respiro dai tribunali, ma ironia della sorte è rimasta incinta la ricca e infelice maronita per cui Nawal lavora. E vuole abortire. E se si falsificasse il test di gravidanza? Inshallah vuol dire,  voglia dio che. Possiamo tradurre il titolo con “speriamo che sia maschio?” visto che essere femmina è davvero complicato? Non è un film razzista: fanno una brutta figura  sia i musulmani che i cristiani. Arriva dalla Quinzaine di Cannes 2023

 

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