Monkey Man
di Dev Patel
con Dev Patel, Sharlto Copley, Pitobash, Vipin Sharma, Sikandar Kher
In un’India che sembra un girone dell’inferno diviso tra chi ha troppo e chi niente, e chi ha niente serve per i vizi di chi ha troppo, in un ring senza regole c’è un lottatore (Patel, soggetto sceneggiatura, regia e interpretazione) con la maschera di scimmia del dio Hanuman che si fa massacrare per accumulare soldi per una piccola scalata nel mondo del crimine e della corruzione. Il suo progetto? Quando sarà come il dio scimmia Hanuman si vendicherà dei politici del Partito Sovrano, dei santoni bugiardi e dei poliziotti corrotti che hanno distrutto la sua gente e bruciato sua madre. Per cominciare cerca un’arma e gli propongono l’imitazione cinese di quella usata da John Wick. È un segnale. Questo film è la variante al curry di un John Wick con il sottofondo delle guerre religiose. L’eroe emula Hanuman, ma forse è un nuovo dio: Wikshnu, incrocio tra John Wick e Vishnu, il dio distruttore di mondi. E giù botte. Botte coregrafate come il nuovo cinema di combattimento ma più torrido, con sapori speziati e colori di spezie, forse un tentativo fare un massacro Hollywood/Bollywood, con raga di musica frenetica, spruzzi di sangue sugli spettatori e un mix, molto all’antica, tra rabbia attuale e flashback di preparazione alla vendetta. Alla sua prima regia Patel mischia il buon vecchio cinema di kung fu (quello in cui l’eroe prima era massacrato, poi risorgeva con l’aiuto dei reietti, qui una comunità di transex , e di disciplina mistica), la rabbia sociale e politica, il melodramma western (sembra ricalcato sul Armonica di C’era una volta il West che cresce affilando la sua vendetta). Cuocere il tutto con riprese fin troppo ravvicinate per fare effetto caos e la produzione di Jordan Peele, per aggiungere sapori horror. Sembra che questo film abbia preso più botte del protagonista, anche per la sua scomodità su certi mercati.







































