I punti fermi di Federico Zampaglione

Il frontman dei Tiromancino ci parla del nuovo singolo e del nuovo film, del tour estivo con la band e delle sue nuove prospettive artistiche.

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Federico Zampaglione
Foto di Luigi Cerbone

«Ormai non si ragiona più in funzione del nuovo album, quello era un tempo passato», ci dice un Federico Zampaglione, ancora rilassato, nonostante la nostra sia l’ultima intervista di una giornata interamente dedicata ai media. A due anni dall’ultimo album dei Tiromancino, ci spiega che quando si programmava musica pensando al prossimo LP…

«Era il passato, oggi voglio cogliere l’attimo. Se ho qualcosa di buono in mente, non mi piace metterlo in dispensa ad aspettare di avere altre 10 o 12 canzoni. Diventerebbe un discorso che fai due anni dopo il momento in cui è nato. Perciò dopo l’ultimo album ho deciso che, se mi viene una canzone, la condivido con il pubblico quando è più fresca e rappresenta la fotografia di quel momento.»

Il momento del cantautore romano e del suo gruppo oggi si chiama Puntofermo ed è un bel brano pop-rock alla loro maniera, intriso di idee e di possibili interpretazioni. «Il punto fermo ti salva, ti permette di non essere travolto da una realtà così difficile, dal mare magnum di situazioni schizofreniche che ti cadono addosso. Non solo a chi fa il musicista. È impossibile stare dietro a tutto, alle mode, ai trend, a quello e a quell’altro. A volte bisogna chiudere rispetto a questo flusso spaventoso e rimettersi a quello che è giusto per sé stessi.

Io ho la chitarra. So che, se piove, nevica o tira vento la chitarra rimane la cosa con cui mi sento bene. Lo stesso vale per alcune persone, che amo, con cui sto bene, con cui il tempo che trascorro insieme è bello, importante, non ci sarebbe modo migliore. E poiché il tempo passa cerchiamo di farlo passare facendo quello che amiamo veramente, con le persone che amiamo veramente e non perdendolo in cose di cui poi ci rendiamo conto che sono del tutto superflue, se non addirittura dannose. Questo vale per varie attività che svolgiamo e anche per tante persone che uno frequenta per poi dirsi, ma perché sto qui con questa persona che mi sta solamente succhiando la mia energia.»

Federico Zampaglione
foto di Luigi Cerbone

In un mondo così sfaccettato e complesso in cui viviamo l’unico punto fermo è l’amore, dato che la tua è una canzone d’amore? Non ci sarebbe bisogno di altro, la conoscenza, la spiritualità, persino l’ideologia?
«Puntofermo è una canzone d’amore che parla anche di altro, di giorni che corrono e non tornano più, di ricerca di sé stessi. Il punto fermo è una cosa molto soggettiva, ciascuno vuole il suo. Il mio parla di un rapporto con una ragazza, perché molte persone trovano veramente difficoltà a relazionarsi. Le storie d’amore sono forse le situazioni che risentono di più del contorno che ci circonda. Io comunque dico che almeno un punto fermo bisogna averlo. Può essere come dici la conoscenza, la spiritualità, la religione. Per me è il tempo che trascorro a leggere libri. È un tempo che vivo in pace con me stesso. Nessuno me lo può togliere. È un rifugio, un porto sicuro.
Però una volta che hai o li hai identificati i tuoi punti fermi devi anche difenderli, perché non lo fanno da soli. Vengono attaccati da altre lusinghe che tentano di strapparteli. Inoltre a volte puoi pensare di qualcosa che sia un punto fermo e non lo è. È solo qualcosa che ti ha abbagliato, ti ha colto impreparato. Spesso poi quando ne trovi uno e ti appassioni, sei indotto a pensare che ce ne sono altri venti più belli di quello, perché ti vengono venduti come fossero la svolta della vita. Devi saper rispondere “no, io so che quello è il mio punto fermo, non questi altri che mi luccicano davanti”. Anche perché non è che poi ti venga regalato il punto fermo.»

Dal punto di vista lavorativo avere rapporti con personaggio giovani, emergenti, come Emula, e averne con altri più consolidati, come Carmen Consoli, che differenza di crescita ti offrono?
«Sembrano due situazioni diverse, però in termini di creatività devo dire che non lo sono poi molto. Quando ti metti a scrivere un pezzo insieme con un giovane senti quella freschezza particolare che ti colpisce, però alla fine si tratta di persone che hanno una passione in comune con te. In quei momenti le differenze di età si livellano molto. Anche qui la comunicazione tende a voler dividere, tu boomer, lì generazione zeta piuttosto che millennial, sono tutte forzature che poi ti allontanano. Se tu ami una cosa il fattore età diventa secondario.

Federico Zampaglione
foto di Luigi Cerbone

Io ho sempre lavorato, fin da quando ero ragazzo, con artisti molto più grandi di me, ma non ho mai pensato che fossimo due cose staccate. Amiamo la musica e portiamo avanti una passione. È bellissimo collaborare con i giovani, perché spesso c’è quella purezza, quell’ingenuità degli inizi, e poi molto spesso ti trovi di fianco a giovani che scrivono bene, che sanno esattamente quello che vogliono, molto ferrati. Ho scritto ad esempio diverse cose con Franco 126. È un grandissimo autore e con lui non penso mai che sto lavorando con un giovane: è un altro autore, punto. E così mi capita anche con artisti più adulti. Non sento differenze. Ci dev’essere empatia, quel clic che scatta, e che non è basato sull’età.»

Parliamo un attimo di prospettive future, calendari prossimi…
«C’è una tournée con i Tiromancino che partirà a maggio, si suonerà tutta l’estate e contestualmente uscirà il mio nuovo film a luglio. Devono mettersi d’accordo i diversi distributori, perché con la pirateria non permette che esca in un Paese prima e in un altro dopo, dato che in quest’ultimo se lo ritroverebbero già visto in rete. Sarà un’estate molto piena, impegnativa, ma alla fine io lo faccio con piacere.»

Il film, che si intitola The Well (“il pozzo”) è un horror, un po’ alla Mario Bava un po’ splatter
«È un film gotico per l’ambientazione. In realtà, se si deve citare come riferimento un film horror italiano del passato, direi più La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati. Anche perché c’è di mezzo un antico casale che viene restaurato, un quadro che cambia… C’è un qualcosa che è ispirato un po’ a quel clima lì, ma c’è anche il cinema europeo di oggi, quindi possiede un taglio più moderno. È un film molto cruento, molto forte, per gli appassionati che amano il genere bello peso. C’è un bel cast di attori italiani e americani. La storia è mia e di Stefano Masi, che è anche il produttore del film.
Devo dire che ci sta dando delle grandi soddisfazioni, perché l’abbiamo già portato in molti festival dove ha riscosso grande successo, perché ci sono dentro tanti elementi horror, che vanno da quelli più vicini all’occulto e al mistero, che attraggono gli amanti del soprannaturale, al fatto che è un film piuttosto grafico, fisico, apprezzato anche da chi ama il sangue. E poi c’è una bella storia con un messaggio importante che si aggancia alla realtà. Dalla fantasia più totale chiude con un messaggio che è estremamente vero. E ovviamente non te lo posso dire.»

foto di Luigi Cerbone

Che diversità ci sono come ispirazione e come artigianato, modo di fare, tra musica e cinema?
«In musica è tutto più immediato, meno macchinoso. Se per una canzone puoi andare in studio e farla con due o tre musicisti, un contesto abbastanza ristretto, il fonico, la tua band, quando hai l’idea di un soggetto per il cinema ti trovi a lavorare con decine di persone. Nel ruolo di regista devi essere molto psicologo, devi capire come ottenere il meglio da tutte queste persone perché non puoi sostituirti a loro. Non puoi fare lo scenografo o l’operatore. È un’arte veramente corale, in cui confluiscono tantissime individualità.
Il regista è quello che arriva per primo e se ne va per ultimo. Quando fai i concerti non ti devi occupare di tutta la macchina che gira attorno, vai sul palco e canti. Con il cinema ho imparato a sviluppare delle qualità che non pensavo di avere. Devi avere molta pazienza, ti devi consultare di continuo, ascoltare tutto, stare attento a cose tecniche che non conosci oppure che si possono realizzare solo ragionandoci all’infinito.
È difficile pensare a un suono che non si può fare, invece quando fai un certo tipo di cinema, dove vuoi mettere in scena delle cose surreali, poi ci dev’essere qualcuno che le fa. Per cui sicuramente, quando faccio un film, sento che divento una persona un po’ diversa. Mia moglie dice che sono meglio come musicista, perché come regista c’è sempre qualcosa nella mia testa che mi ossessiona, c’è sempre qualcosa da risolvere. Però, avendo scelto un genere che amo tanto, per me resta comunque molto divertente.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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