Back to Black
di Sam Taylor-Johnson
con Marisa Abela, Ryan O’Doherty, Jack O’Connell (II), Eddie Marsan, Lesley Manville
A vedere questo film impari che ogni canzone di Amy Winehouse era la versione in testi e musica di un momento della sua vita. Trucco anni 50 ispirato alla nonna, esasperato da un look da giostraia, voce da blues nero, sensibilità al jazz, assoluto menefreghismo per le mode corrrenti, un amore devastante per l’uomo sbagliato, Blake (piacione da bar, tossicomane indeciso e fragile che potrebbe sostituirsi al titolo, da Back to Black a “Back to Blake”, perché torna asempre da lui ) e gli ettolitri di liquori che l’hanno portata via a 27 anni nel 2011. Un altro regista, Asif Kapadia (premio al Sundance per una bio di Senna) ci aveva dato nel docu Amy un’immagine meno romantica: qui, fatta salva la bravura di Marisa Abela, che dicono canti davvero, vediamo l’autodistruzione per amore di una ragazzina di famiglia ebraica di divorziati, della Londra del popolo e dei pub, che ha successo molto in fretta, forse troppo, e poi per le sue mattane e per l’alcool è perennemente sotto i flash dei fotografi. Il suo amore drogato in fondo è un incosciente impulsivo, il padre è un bonaccione, la madre l’ama a distanza, la nonna la ama. Quanto amore. Sì, ogni tanto andrebbe disintossicata, perché l’alcool sì, la droga no, poi passa direttamente al crack. Dal documentario di Kapadia invece emergeva che dal geniale cervello di Amy ogni testo uscito diventava una macchina da soldi e che tutti avevano interesse a tenerla il più possibile sul palco se no, se andava in disintossicazione, il fiume di soldi si fermava. Nel documentario i buoni non c’erano, solo l’autodistruzione. A chi credere? Sam Taylor Johnson è uno specialista di biografie (Ian Curtis, suicida, John Lennon, ucciso e Amy Winehouse, sfiancata). A chi credere? Le canzoni sono belle e l’attrice è mimetica fino alla morte, fino a commuoverti.







































