RIFF 2024, il giorno dei verdetti. Le schede dei film, le foto delle star

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Susan Sarandon RIFF 2024
Foto di Diego Figone Sambuceti

È arrivato il giorno dei verdetti per il RIFF 2024. Il Riviera International Film Festival chiude questa sera i battenti a Sestri Levante e cresce l’attesa per conoscere i nomi dei vincitori.

Abbiamo visto sette degli undici film in concorso e per ognuno di loro proponiamo una breve scheda. Un’edizione dal livello medio davvero alto, ricordiamo che per regolamento i registi hanno tutti meno di 35 anni. In calce una ricca fotogallery.

Black dog di George Jaques (Inghilterra)

Quasi un road movie, con protagonisti due giovani che, al di là di un lontano passato comune a scuola, diventano amici proprio durante il viaggio. Partono dal sud di Londra, insieme, quasi senza volerlo, uno verso il nord dell’Inghilterra e l’altro verso la Scozia. Entrambi hanno ben chiara la destinazione e il motivo del viaggio, entrambi vivono un presente fortemente condizionato dal passato e cercano un loro posto nel mondo affrontando con difficoltà la vita. Paradossalmente motore della storia sono tre donne che, di fatto, non si vedono mai. È un film “maschile”, ma la componente femminile, sia pure formalmente assente, è essenziale. Si ride e ci si commuove, mentre i tasselli del puzzle, uno dopo l’altro vanno al loro posto. Jamie Flatters e Keenan Munn-Francis, i due attori principali, sono bravissimi e reggono sulle loro spalle buona parte del film. Un premio al primo come miglior attore non sarebbe affatto un’eresia.

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Handling the Undead di Thea Hvistendahl (Norvegia)

Ad Oslo, dopo un misterioso blackout, si risvegliano i morti. Un risveglio a metà, per essere precisi, perché i defunti tornano sì in vita, ma con interazioni quasi inesistenti con il mondo esterno. Sono tre le famiglie al centro della storia, le cui vite saranno ovviamente sconvolte dall’accaduto. La regista non sceglie facili scorciatoie, lascia parlare le immagini limitando al minimo i dialoghi, mentre il puzzle lentamente va a comporsi, fino al tragico e liberatorio finale. Il “colpo basso” è Ne me quitte pas nella colonna sonora, canzone che arriva improvvisa e lascia un segno profondissimo nell’economia del film. Handling the Undead era in concorso al Sundance Film Festival di quest’anno. Una giuria “coraggiosa” potrebbe anche premiarlo come miglior film o dare il riconoscimento alla regista qualora la scelta ricadesse su un’altra pellicola. Certo sarebbe un delitto se il film tornasse in Norvegia a mani vuote.

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Io e il Secco di Gianluca Santoni (Italia)

Il cinema italiano ha finora avuto poca fortuna al RIFF e non certo per cattiva volontà da parte degli organizzatori. Quest’anno è toccato invece proprio ad un film “tricolore” l’onore di inaugurare il Festival e la scelta si è rivelata azzeccata. La storia del piccolo Denni che, stanco di vedere il padre maltrattare la madre, decide di assoldare un killer perché uccida l’uomo, ha convinto tutto il pubblico. La trama, attenzione, raccontata in poche parole può ingannare. Cuore del film è il rapporto tra un bambino con un padre difficile ed un giovane spiantato che padre lo diventerà a breve, senza volerlo. L’incontro fra i due sarà occasione di crescita per entrambi. Barbara Ronchi, che interpreta la madre, è bravissima, ma ha un ruolo forse troppo piccolo per sperare in un premio. Attenzione invece ad Andrea Lattanzi ed anche al piccolo Francesco Lombardo, entrambi perfetti nelle loro parti. Il film sarà distribuito nelle sale dal 23 maggio.

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Solitude di Ninna Pálmadóttir (Islanda)

Un uomo, non giovanissimo ma nemmeno vecchio, è costretto a lasciare la sua fattoria in aperta campagna per trasferirsi in città. Qui fa amicizia con un ragazzino che vive nel circondario, amicizia che cresce nel corso del tempo anche perché i genitori del bambino sono spesso assenti. Questo è lo spunto di un film di rara delicatezza, che offre molti motivi di riflessione allo spettatore. Urbanizzazione forzata, immigrazione, sentimenti, paura: lo sguardo dolente del protagonista, vinto ma non arreso, fondamentalmente un buono in un mondo che non riconosce, è il filo conduttore di un film impossibile da dimenticare. Throstur Leó Gunnarsson, l’attore principale, è bravissimo. Un premio il film lo meriterebbe, ma certo la concorrenza non manca.

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The Quiet Maid di Miguel Faus (Spagna)

Film di satira sociale, che ha per protagonista una cameriera colombiana (la brava Paula Grimaldo) che lavora in una lussuosa villa in Costa Brava, dove una ricca famiglia trascorre le vacanze. La donna accetta l’umile lavoro e le condizioni imposte dalla famiglia sognando di essere regolarizzata al termine dell’estate e poter così garantire un sostegno economico sicuro alla sorella, che vuole studiare medicina in Colombia. Gli imprevisti saranno molti, ma nel finale la donna si prenderà la sua vendetta. Tra i sostenitori del film figura Steven Soderbergh.

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We Have Never Been Modern di Matej Chlupacek (Repubblica Ceca)

L’età del regista qui è solo sulla carta d’identità, perché questo è un film fatto e compiuto, che potrebbe essere firmato tranquillamente da un cineasta da decenni sulla breccia. Il film, ambientato nel 1937, ha forti elementi thriller, pur senza poter essere definito un film di genere. In una cittadina che aspira a diventare una metropoli moderna, viene ritrovato il cadavere di un neonato con i genitali sia maschili che femminili. Mentre la Storia si avvia verso la Seconda guerra mondiale, nel villaggio inizia un’indagine per cercare di capire quello che è successo. Arrivare alla verità, tra forze che spingono in direzioni diverse, non sarà semplice. E il “diverso” dovrà come sempre pagare il prezzo maggiore. Eliška Křenková è la grande favorita per il premio come miglior attrice, ma di premi ne potrebbero arrivare anche altri, dalla regia al miglior film. Il pubblico in sala era entusiasta, resta da capire se l’entusiasmo sarà condiviso anche dalla giuria.

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What Doesn’t Flat di Luca Balser (USA)

Il film più “folle” tra quelli in concorso. Di fatto un collage di sette cortometraggi, che insieme vanno a formare un quadro unico (lungo poco più di un’ora), senza una vera unità narrativa. Sette storie diverse, unite da un’umanità a volte vinta, a volte sopra le righe, sempre alle prese con la necessità di prendere una decisione che, quasi inevitabilmente, si rivelerà alla prova dei fatti sbagliata.

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Gli altri film in concorso erano After the Long Rains di Damien Hause (Kenya), Electric Fields di Lisa Gertsch (Svizzera),  I Don’t Know Who You Are di M.H. Murray (Canada) e In Camera di Naqqash Khalid (Inghilterra).

La fotogallery di Diego Figone Sambuceti

Film e documentari in concorso, ma anche tanti eventi al RIFF 2024. Qualche foto dell’incontro con Belen e Cecilia Rodriguez, della presentazione della serie Blocco 181, dell’anteprima del film Maschile plurale, della masterclass di Pietro Scalia, della presentazione della serie Supersex, della masterclass di Andrew Dominik e dalla masterclass di Susan Sarandon.

Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran, iniziata nel 2000 e che prosegue tuttora. Per 15 anni ho collaborato anche con il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 e fino alla sua chiusura ho curato il blog Atuttovasco.

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