L’attenzione alla musica popolare e alla sua elaborazione in chiave contemporanea e coinvolgente è sempre più terreno di sperimentazione e di ricerca per i nostri giovani musicisti. E insieme riesce a offrire lavori che sanno coinvolgere un pubblico sempre più vasto – basta vedere come esempio la partecipazione di folla a manifestazione come La notte della taranta – e sempre più consapevole dell’importanza di confrontarsi e di assimilare le proprie radici. Musicali e di vita vissuta.

Pierpaolo Vacca
Travessu (EtnoTuk)
Voto: 8/9
Si apre con un formidabile duetto tra le elettroniche di Cristiano Orsini alias DJ Cris e l’organetto del protagonista che reinventano le Danzas/Sardstep del centro della Sardegna in un fluire electroworld ritmato e supercoinvolgente. Il musicista di Ovoddia, reduce dall’esperienza con l’ensemble Gegó Yegò (metà senegalese, metà sardo) e dagli incroci con i jazzisti Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, debutta come titolare con un album di ricerca e di identità, di avanguardia e di tradizione, di forza e di carattere, in cui alterna momenti in solitudine ad altri con l’accompagnamento di ottimi solisti.
Due di questi sono il chitarrista Fabio Calzia e il batterista Nanni Gaias, che riempiono di colori e stimoli melodico-suggestivi la seconda parte di Tziu Soddu, aperta dal canto a tenores del Concordu de Ovodda. Il pianista Dino Rubino è presente ed è coautore di Cappotto, un’emozionante e delicata poesia tra jazz e sonorità elettroniche, compreso un organetto carico di filtri, e di Vina Manna, che invece è del tutto acustica e vede i due strumenti incrociarsi e parlarsi sulle note di una melodia di raffinato macramè sonoro.
Altro partner è Pape Ndiaye, già nei Gegó Yegò, che suona il tama, il “tamburo parlante” dei wolof, in Campid Afro, che già nel titolo parla di unione tra Sardegna e Africa e si sviluppa come un energetico mix ritmico, pieno anche di effetti e di incanti sonori elettronici.
Carico di lirismo e di suggestioni è Sa Hesta ‘e Santu Predu, dedicato alla festa campestre di inizio estate, aperta a mille idee di sogni e di viaggi, di incontri e di emozioni. Ispossoriu è invece la trasposizione realizzata con le elettroniche e l’organetto di un accompagnamento ai matrimoni tipico di Beppe Cuga, il grande suonatore di launeddas, il difficilissimo strumento a fiato sardo, zio di Vacca. Sono i brani più strettamente legati alla tradizione quelli che chiudono il cd, tutti dedicati ai balli popolari del nuorese. Lo stacco è notevole, dato che la seconda parte propone il solo organetto – suonato con maestria e sensibilità – a farla da padrone in cinque tracce, da Dillu fino al volteggiante Danza, l’unica sostenuta da una ritmica sintetica.

Rema
Tintu (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
È un gran bel progetto questo lavoro di debutto del quintetto di progressive folk Rema, che allinea i chitarristi Simone Martino e Carmine Torchia, lo specialista di vari cordofoni Mario Puorro, il bassista Luigi Lo Curzio e la fisarmonicista Stefania Nanni, tutti impegnati anche alla voce. Si intitola Tintu, che sta sia per “dipinto” che per “malvagio, contraffatto, macchiato”, e il loro intento è quello di proporre «nove brani che fotografano, da angolature diverse, storie di vita vissuta, leggende, eventi, delusioni, rinascite, amori e portarne alla luce i lati nascosti, cercando di andare oltre la superficie, oltre la macchia visibile, oltre quello che in apparenza è tintu».
Il risultato è un cd dal booklet elegante e prezioso, dove sono riportati i testi in siciliano delle nove canzoni, la loro traduzione, l’immagine di altrettanti quadri ispirati ai vari brani (firmati da
artisti come Federica Orsetti, Marilisa Mortelliti, Antonio Palma, Aldo Zucco e via dicendo) e da nove poesie che accompagnano le illustrazioni di Massimo Barilla. Un lavoro i cui brani variano dalla riproposta di un canto in crescendo sull’amore incondizionato del cantautore calabrese Danilo Montenegro (Arburu, in cui è presente anche il chitarrista Antonio Agnello) alle ambiguità di Civitarredda, una dichiarazione d’amore a una bambina, con Agnello e Giovanni Crispino, autore anche del quadro a essa relativo, a violino e violoncello distorti e cupi.
Si passa dalla protesta sociale che trapela dalla tradizionale e variegata ballata Un servu e un Cristu con un siparietto teatrale ai tre originali ricchi di invenzioni timbriche e strumentali Sutta ‘u lettu, una filastrocca con la voce e la fisarmonica di Sara Calvanelli, Ferma, delicata canzone sull’addio, e la magnifica Cola che rivisita poeticamente la leggenda dell’eroe Cola Pesce. Chiudono i tre brani che musicano (autore Mimmo Martino, papà del chitarrista e leader) versi della tradizione: ’U Spagnu d’i Borboni sulla delusione seguita alle speranze portate dai garibaldini e ’A libirtà, un sogno che diventa incubo, con Agnello, Calvanelli e Crispino, e ultimo Nta ‘stu lettu mi curcu jeu, un’invocazione di protezione a vari santi prima di dormire.

Mesudì
Nodi (Moonlight)
Voto: 8
Sono attivi da circa un lustro i quattro Mesudì e debuttano con questo cd che sa essere molto originale nel trattare materiale di tradizione (soprattutto orale) e le loro elaborazioni personali. L’abilità delle cantanti Elisa Surace, Francesca Flotta e Claudia Ugenti e del percussionista e vocalist Simone Pulvano sta nel recepire stilemi vocali da pop, rap, cantautorato, per renderlo più appetibile senza snaturane il portato evocativo e contenutistico.
Proposti in dialetto calabrese e in romanesco, oltre che in italiano, i nove brani sono intrecciati tra loro sia per l’immediata impressione di ricerca sul canto che offrono sia per l’abilità nel combinare l’espressività “totale” delle voci con una strumentazione essenziale.
Si inizia con Anvaca, una rivisitazione di un tradizionale calabrese con sole voci e percussioni, ritmata e con un intermezzo dall’incedere che incrocia rap maschile e vocalità corale femminile con estremo equilibrio. Di origine calabrese anche l’incrocio tra una ninna nanna e un canto di mare Voca sia (l’intercalare usato dai pescatori per dettare la remata), proposto con feeling emotivo e con il supporto della voce di Domenico Provenzano e della chitarre e dell’ukubass – una fusione di ukulele e basso – di Iacopo Schiavo. L’organetto di Alessandro D’Alessandro, che si occupa anche della supervisione artistica e produttiva generale, conduce l’originale Scufuliandu dall’andamento sorridente. Ancora con Schiavo, il rap (ha come tema l’indovinello veronese da molti ritenuto il primo testo scritto in volgare italiano) di Quando rimo scivola quasi filastrocca per bimbi, mentre Improcondia intreccia le voci dei Mesudì che leggono la definizione scientifica dell’ipocondria con quella di Nando Civitella e i suoi marranzani che canta M’aggia curà, un successo di Nino Taranto degli anni 40. Eppure era così ha un sapore blues ritmato con il contributo della voce di Alessandra Di Magno e del contrabbasso di Mauro Gavini. Occhi turchini, con Gavini, è un canto d’amore tradizionale calabrese e Matri a tocchi, con Schiavo, è di Rosa Balestrieri e fonde un tradizionale romano con uno siciliano di tema carcerario e di separazione. Entrambi sono splendidamente ripresi dalle voci dei Mesudì. La conclusiva Gianna e Peppi è un originale “raccontato” in calabrese che invita a lasciare sempre il cuore a porte aperte.






































