«Sì, mi hanno detto “ahi, ahi, ahi”. Mi hanno detto che Miss Italia è un concorso molto criticato. È stata una ragione in più per utilizzarlo come titolo. Spesso si parla della superficialità italiana e mi piace che la prima cosa che si nota dell’album sia questa. E soprattutto che poi, ascoltando il disco, si scopra che c’è molto di più affascinante e come io senta la mancanza dell’Italia. Mi piace che il primo impatto offra qualcosa di discutibile, perché l’Italia è un po’ così. A prima vista è semplice da biasimare, ma poi, se approfondisci, è molto più affascinante di quello che si vede dal di fuori.»

Il nuovissimo album del cantautore angloitaliano Jack Savoretti, che segue i due top one inglesi Singing To Strangers del 2019 ed Europiana del 2021, porta a galla completamente le sue radici, ancorate per parte di padre alla Liguria. Proprio la scomparsa del genitore ha messo il quarantenne nato nel centro di Londra di fronte alla necessità di trovare nuovi riferimenti, nuove forme per esprimere lo straniamento, il dolore, la malinconia.

«Il disco è nato come reazione a quella perdita, avvenuta due anni fa, di sicuro. Quando sono tornato in Inghilterra provavo dei sentimenti strani, mai provati prima e mi sono messo a scrivere. Ero con un mio carissimo amico di cui non dico il nome, stavamo buttando giù dei versi e lui mi ha detto “sì questo funziona”. Una frase che mi ha distrutto, perché eravamo in due mondi differenti: lui stava lavorando e io mi stavo esprimendo. La mia prima reazione è stata “basta con la musica per un po’, devo calmarmi un pochino prima di ritrovare l’arte con cui mi esprimo senza rischiare di andare troppo sul personale”.

Invece poi sono venuto in Italia e con Simone Zampieri, conosciuto come The Leading Guy, ci siamo messi a scrivere insieme, ma in italiano. Ho trovato un conforto forte in questa esperienza. Un legame non all’Italia, ma a mio padre, a me, perché mio padre era associato all’Italia. Se pensavo all’Italia pensavo a mio padre, se pensavo a mio padre pensavo all’Italia. E poi la musica italiana è stata l’unica cosa con cui siamo riusciti sempre a ritrovare la nostra italianità. Per lui credo sia stato strano avere un figlio non tutto italiano, perché io sono molto inglese. Le cose su cui ci incontravamo, quelle che facevano venire alla superficie la mia italianità, erano il calcio e la musica. Quindi trovarmi in una stanza con degli amici a scrivere in italiano mi ha riportato a quella vicinanza.»
I risultati sono italiani ma non troppo. Undici brani inediti, più il singolo uscito lo scorso mese Come posso raccontare e la bonus track del noto duetto con Zucchero in Senza una donna. Il pop-rock elegante di Jack (all’anagrafe fa Giovanni Galletto-Savoretti, ma la madre cui non piaceva John l’ha sempre chiamato con il diminutivo americano) racconta la crisi di identità che vive da sempre, la fiducia in chi ci sta vicino, la nostalgia di avere il padre vicino, magari a vedere l’amato Genoa, come spesso si scappi per paura, il ritorno a casa, il cercare spiegazioni che non si troveranno mai. E le Ultime parole, il brano cantato con Natalie Imbruglia.

Hai praticamente costretto Natalie a cantare per la prima volta in italiano…
«Costretto è la parola esatta. (ride, ndr.) Lei è italoaustraliana, però con pochi legami con le sue radici. Siamo amici da anni e siamo vicini di casa, stiamo in campagna a dieci minuti di strada. Vedendo me e quello che ho vissuto in questi anni con la mancanza di mio padre, come ne sono uscito usando la musica italiana e il mio legame con l’Italia, quanto mi sono appoggiato sulla mia italianità per superare questa fase strana della mia vita, per sopravvivere, ne è rimasta affascinata. Anche a lei ho detto di riscoprire l’Italia perché le sarebbe servita prima o poi.
Adesso è diventata mamma ed è cambiata molto. Quando diventi genitore ti accorgi che fai delle cose che non sai spiegare, ma che sono della tua cultura, delle tue radici. Natalie parla molto di sua nonna e fa cose che faceva lei. Si sta accorgendo che forse dovrebbe scoprire, indagare il suo legame con l’italianità. E questa è stata un’opportunità, un’entrata se vogliamo. E devo dire chapeau a lei, perché non era facile. Lei è Natalie Imbruglia e si è esposta molto a fare questa canzone, però si è fidata, sia di me che di Simone, sia di Sam Dixon, che è un produttore favoloso, anche lui australiano che vive in Inghilterra. Ho creato le circostanze per unire due mondi, ci ho messo un po’, per farla sentire sicura, ma il risultato mi fa dire ancora chapeau.»

In Miss Italia ci sono sei brani in duo, quasi la metà. È un’esperienza che ti piace molto…
«In questo album specialmente, perché questo è un lavoro collaborativo, anche se è forse il più personale che abbia mai fatto. Il motivo dietro, la necessità di scriverlo era super personale, però avevo bisogno di aiuto. Non sarei mai riuscito a farlo da solo. L’ho imparato con l’esperienza di fare questo mestiere. Uno parte sempre dall’idea “faccio tutto da solo”, ma piano piano si accorge che collaborare fa bene. Si impara, si migliora, riesci a esprimerti meglio, trovi dei modi di esprimerti che non sono tuoi d’istinto ma che riescono a farti comunicare idee che non saresti stato capace di comunicare senza prima apprendere dagli altri.
E poi sono tanti che me l’hanno chiesto. Sia Miles Kane che Dan Rothman, il chitarrista dei London Grammar, sono venuti loro a dirmi “ma è vero che fai un album in italiano?” Sono entrambi innamorati della musica italiana e volevano far parte di questo progetto. È stato molto bello, quasi una festa a porte aperte, questo lavoro. Ero molto affascinato da chi si è fatto vedere, da chi mi ha chiamato, da chi voleva partecipare.»
Jack SavorettiTra gli altri ospiti vanno citati anche la cantante messicana Carla Morrison, che canta in spagnolo in Canzoni romantiche e l’interprete inglese dal piglio soul Delilah Montagu, presente in Sarà sempre domenica. Tutto Miss Italia si srotola come un concept album senza esserlo, ma allineando canzoni d’amore intense e giochi di parole (nella title-track canta “I miss Italia” che significa “mi manca l’Italia”, mentre il sottofondo ricorda i mondiali dell’82 e i vecchi Sanremo, le vittorie di Mennea e il festival del cinema di Venezia), una band compatta ed elettrica e sussulti della chanson francese anni Settanta di Charles Aznavour e Serge Gainsbourg (che è anche citato in Malinconia), il sapore ampio della ballata e momenti di tensione che si sciolgono mentre Savoretti sogna e implora con la sua voce fatta di miele e carta vetrata.

Hai scritto tutto l’album in Italia e con collaboratori italiani…
«Sì, l’ho scritto tra Milano e Roma. E sono stato aiutato da molti amici italiani. Con The Leading Guy abbiamo scritto la maggior parte dei brani, poi con Chiodo, con Daniele Galeppi, con Svegliaginevra (con lei duetta nell’ottima Per dire il tuo nome, ndr.). Ho avuto anche delle esperienze con Levante, con Diodato, abbiamo scritto delle canzoni insieme uscite nei precedenti cd. Sono state tutte le lezioni, sono venuto in Italia a studiare. A capire l’arte di fare, quasi manualmente, una canzone italiana. Ho sempre cantato in italiano, ma scrivere in italiano è un’altra veste.»

C’è una differenza squisitamente tecnica tra il modo di comporre il testo in inglese con quello in italiano?
«Sì, tanta. Il valore della poesia in Italia è molto alto. L’arte del cantautore inglese è portare la poesia dentro un linguaggio quotidiano, colloquiale. In italiano è l’opposto. È facile fare una canzone carina in italiano, perché lingua è bellissima, però se usi termini troppo colloquiali diventa cheap, di cattivo gusto. Devi buttarci dentro la poesia per dare valore a una canzone, per darle spessore. Il cantautorato italiano è più interessante, c’è poco da dire. Questo non è né un complimento né un’offesa agli inglesi, indica solo una diversità.»

È vero che “le parole fanno solo male”, come canti in Credimi?
«A me sì. Fanno più male delle botte. Anche se in inglese c’è una filastrocca per bambini che dice “bastoni e pietre possono spezzarmi le ossa, ma le parole non potranno mai ferirmi”, per me è l’opposto. Quello che fa male davvero sono più le parole.»

Dopo due album che sono arrivati al numero uno della classifica inglese, fare un cd tutto in italiano non è un rischio per la carriera?
«Per la carriera no, è un rischio per il business. È una bellissima aggiunta alla mia carriera. Rende molto più interessante la mia storia di vita. Se non sono interessato io alla mia storia chi lo può essere? Devo continuare a essere curioso e fare questo cd mi ha riempito e mi riempie tuttora di tantissima curiosità. Aspetto di vedere come sarà accolto, come sarà visto, ascoltato, come la gente reagirà. Se avessi pensato a un’azione strategicamente utile alla mia carriera, come fosse una mossa degli scacchi, avrei scelto qualcos’altro. Sicurezze non esistono in questa carriera, quindi bisogna almeno fare delle cose in cui credi. Io credo tantissimo a questo lavoro, non solo per la qualità dell’album, ma soprattutto per tutta l’esperienza che ho acquisito facendolo.»

Esperienza piena e solida che Savoretti porterà in tour per tutta Europa, toccando l’Italia il 28 giugno a Susa (To), il 7 luglio a Gardone Riviera, l’8 luglio a Bollate (Mi), il 31 luglio a Marina di Pietrasanta (Lu). E ancora in dicembre, il 16 a Bologna e il 19 a Roma, all’Auditorium della Conciliazione.

Ti aspetti che il nuovo tour sia diverso da quelli precedenti?
«Lo è già. Ho fatto degli spettacoli in Svizzera, a Zurigo, in Germania, a Berlino, e mi ha stupito come queste canzoni in italiano sono state accolte. Innanzitutto mi ha commosso sentire il pubblico cantare in italiano una mia canzone, anche se sono abituato a sentirlo cantare Io che non vivo oppure altre che faccio da un po’ di tempo. Mi commuove sempre sentire il pubblico cantare con me in italiano, ma sentirlo cantare una canzone mia mi fa molto strano. In senso positivo, emozionante.»

Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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