Marcello mio

Ovvero come Chiara Mastroianni diventa suo padre

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Marcello mio
di Christophe Honoré
con Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Fabrice Luchini, Nicole Garcia, Benjamin Biolay, Melvil Poupaud

Prologo: fotografa spagnola impegna in un grottesco servizio Chiara Mastroianni truccata da Anita Ekberg che finge di essere nella fontana della Dolce vita. Primo segnale di una ragnatela di riferimenti: Chiara, figlia di Catherine Deneuve e Marcello Mastroianni, mentre gira un provino con Luchini, riceve dalla regista Garcia l’invito a essere “più Mastroianni” (latina) e “meno Deneuve” (algida). Il mattino dopo Chiara si sveglia e si vede allo specchio come il fantasma del padre: in fondo le dicono tutti che gli somiglia sempre più. Ecco che si mette abiti, occhiali e cappello come il padre in 8 e 1/2, o un abito bianco e foulard come nel finale della Dolce vita, o addirittura i baffi che papà portava in Divorzio all’italiana. Chiara vuole essere chiamata Marcello, incontra un soldatino che sembra mimare Le notti bianche che Mastroianni girò per Visconti, e nel frattempo si districa tra gli ex (veri) della sua vita: Biolay e Popaud. Uso del cinema per fare autocoscienza di una figlia d’arte, spinta fino al turbamento della Deneuve che in una scena d’istinto bacia la figlia come fosse Mastroianni redivivo: problema madre-figlia? Problema tra la Deneuve e il fantasma di Mastroianni? Quanti transfert. Il film di Honoré vorrebbe essere contemporaneamente cinefilo, psicoanalitico, pettegolo e sondare gli abissi dell’identità (“le cose migliori sono quelle che ereditiamo”: Nietzsche citato da Luchini però fa ridere). E fare sorridere come una commedia. Troppe cose troppo autoreferenziali. Film da festival (di Cannes). Ma è bello o sgradevolmente privato?

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