Soprattutto quando si sviluppa verso direzioni inusuali e profonde. Soprattutto quando rincorre emozioni dettate dalla sensibilità e dal coraggio. Soprattutto quando plana con sincerità a illustrare angoli inattesi della personalità. Allora il jazz si fa musica universale e “vera”, capace di interagire con il cuore e con la mente di chi ascolta, illuminando sentieri interiori di cui spesso è così complicato trovare traccia senza l’aiuto di una lanterna di Diogene, che solo le donne di talento e inventiva sanno sorreggere e dirigere. Donne come Ada Montellanico, Patty Lomuscio ed Elena Paparusso.

Giovanni Falzone, Ermanno Baron, Ada Montellanico, Jacopo Ferrazza, Filippo Vignato

Ada Montellanico

Canto proibito (Giotto Music)

Voto: 10

Ada Montellanico, una delle nostre cantanti più inventive e di ricerca dell’area che dal jazz si riverbera in cento altre direzioni, torna con uno dei suoi sempre interessanti e approfonditi album a progetto. Dopo aver interpretato i testi inediti di Luigi Tenco (Danza di una ninfa del 2005, con Enrico Pieranunzi) e aver affrontato il tema dei diritti civili nelle canzoni della grande Abbey Lincoln (Abbey Roads del 2017, con Giovanni Falzone), propone oggi un’affascinante raccolta di nove brani che incntrano la musica classica dell’età barocca.

Gli autori che Ada rielabora, utilizzando quasi la stessa line up del cd dedicato alla Lincoln – l’ottimo trombettista e arrangiatore Falzone, il trombonista Filippo Vignato e i ritmi Jacopo Ferrazza al contrabbasso (che avvicenda Matteo Bortone) ed Ermanno Baron alla batteria -, sono Georg Friedrich Händel, Domenico Scarlatti, Antonio Caldara, Antonio Cesti e Giacomo Carissimi. Insieme a loro recupera due poco note compositrici di quel periodo in cui per la prima volta le donne si affacciavano alla ribalta della musica, Barbara Strozzi e Francesca Caccini. E aggiunge un’inedita – la firma con Falzone – title track in cui espone l’idea del progetto, tra approfondimento strettamente musicale e indagine su un periodo di evoluzioni sociali e mutamenti scientifici, freni reazionari e trasformazione dei costumi.

Il risultato riesce a combinare la ricerca con la piacevolezza immediata, a rendere attuali e vivissimi – quasi guizzanti pesci che ti scivolano fra le dita ogni volta che cerchi di afferrarli – brani con oltre due secoli di storia, a giocare e farci giocare con mille frammenti di un puzzle che sa diventare magnifica immagine completa. Un jazz contemporaneo che si sviluppa come una combinazione di elementi cangianti, inglobando i ritmi popolari, il vocalese, la gioia circense, il lamento profondo, le sottili variazioni quasi minimaliste, la danza in tondo e via dicendo. Il grande pregio di Canto proibito (che fa riferimento a Opera proibita, disco del 2005 della grande mezzosoprano Cecilia Bartoli, da sempre amata dalla nostra protagonista) è la genialità nel mantenere una fedeltà viscerale allo spirito dei brani scelti e insieme di riuscire a infonderli di una leggibilità quasi spontanea nella sua freschezza intrisa di idee, di combinazioni, di spunti contemporanei, originali, spumeggianti. Ottimo lavoro, chapeau.

Patty Lomuscio

Patty Lomuscio

I Sing Caterina (Alfa Music)

Voto: 8

Oggi ha 93 anni ed è un’artista pressoché dimenticata. L’ultimo disco di Caterina Valente, Girltalk, è del 2001, e comprende il brano Papa N’a Pas Voulu, il primo che eseguì in pubblico quando aveva appena cinque anni. Quello stesso anno si ritirò dalle scene, vantndo oltre 1350 brani incisi all’attivo (cifra che la fece finire nel Guinness dei primati) in 12 lingue diverse. La sua carriera conobbe un successo planetario nel dopoguerra, dall’Italia alla Francia (nacque a Parigi da genitori italiani, il padre fisarmonicista e la madre showgirl), dalla Germania agli Stati Uniti, dal Sudamerica al Giappone. Il suo repertorio fu multiforme, passando dalle ricchezze di un jazz elegante, in cui sapeva far risaltare il suo scat sulle note acute, alle banalità della canzone schlager tedesca, da collaborazioni stellari – le orchestre di Count Basie e Woody Herman, Nat King Cole, il rocker Bill Haley, Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Gilbert Bécaud, Edmundo Ros e così via – ai peggiori, ma di successo, film musicarelli di moda nei fifties, dall’abilità come chitarrista e ballerina alle sorridenti imitazioni, in particolare quella di Elvis Presley.

La cantante pugliese Patty Lomuscio sceglie le canzoni portate al successo mondiale da Valente per il suo terzo album da solista, dopo Further To Fly del 2016, dedicato al repertorio di Simon & Garfunkel, e Star Crossed Lovers del 2022, con i big Kenny Barron al piano, Peter Washington al contrabbasso, Vince Herring al sassofono e Joe Farnsworth alla batteria. Undici i brani di repertorio, tra cui le superhit Till, I Love Paris di Cole Porter, “Caterina”, “Nessuno al mondo”, “Personalità”, e l’apertura inedita Hai capito lei chi è?, che è una dichiarazione d’amore in forma di indovinello della docente di canto jazz al Conservatorio di Matera a quella che lei considera «una delle più grandi jazziste italiane al mondo».

Un brano su tutti, Chiquilín De Bachin di Astor Piazzolla, ci disegna la sensibilità intensa di Lomuscio, che poi, nelle altre canzoni, volteggia e rischia, si emoziona e corre, sorride e vocalizza. Tutto l’album è intriso di jazz contemporaneo, elegante e nitido. Gli arrangiamenti del tastierista Vito Di Modugno (impegnato soprattutto all’organo Hammond) sanno riprendere le fila del sentire anni 50 e renderlo piacevolissimo oggi, sanno far brillare lo swing e le ricche sfumature della voce di Patrizia con la forza dell’essenzialità e del garbo, sanno utilizzare ironia, savoir faire e acume con grande equilibrio. Un cd che ci porta indietro nel tempo e insieme ci dimostra come molte delle idee apprezzate allora dal grande pubblico possano ancora oggi piacere a molti, se la riproposizione è aggiornata con idee e personalità. Idee e personalità che non mancano neppure agli strumentisti Pietro Condorelli alla chitarra, Massimo Manzi alla batteria e gli special guest, Pino Pichierri al clarinetto e Mino Lacirignola alla tromba.

Giuseppe Romagnoli, Domenico Sanna, Elena Paparusso, Matteo Bultrini, Francesco Poeti – foto Riccardo Musacchio / MUSA

Elena Paparusso

Anatomy Of The Sun (Parco della Musica)

Voto: 8

Viene da sorridere quando i comunicati stampa si arrovellano per cercare una definizione che in qualche modo suoni originale e “simpatica” e insieme riesca a definire al meglio il prodotto di cui si occupano. Per il secondo album – dopo il debutto Inner Nature del 2016 – della cantante Elena Paparusso è stato scelto il claim “jazz cantautoriale”. Un tentativo di riunire in due parole il canto di chiara impostazione jazz di Paparusso, la sua abilità di autrice di musica e testo in quattro brani di questo cd e il clima emotivo generale di rivolgersi verso il proprio personale con un andamento narrativo. Potrebbe fare il paio con quel slow burning music con cui veniva definita in USA la stagione più sperimentale di Cassandra Wilson senza individuarne tutti i pregi, ma solleticando l’interesse dei più.

Paparusso, docente di canto jazz al Conservatorio di Avellino, propone un lavoro che gioca tra un’estrema souplesse venata di un’emozionalità calda e l’eleganza di un incedere swingante in cui non si corre mai il rischio di perdere il senso del gusto. Incrocia ai suoi brani canzoni jazz mainstream, come la lirica Where Flamingos Fly del pianista John Benson Brooks portata alla fama dall’orchestra di Gil Evans, e standard del songbook americano, tipo la Let’s Face The Music And Dance di Irving Berlin (rifatta anche da Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald, Natalie Cole e persino dal countryman Willie Nelson), con una voce che non si perde mai e che sa rendere tutto come un libero sentire del momento, come lo sviluppo di un sottile ed efficace desiderio di non percorrere vie già battute.

Va dato atto alla cantante di riuscirci spesso, anche per merito dei suoi accompagnatori, che sanno essere propulsivi e carezzevoli quando accompagnano la voce e si lasciano andare a intermezzi strumentali efficaci, mai ancorati a un’estetica che odori di passato (chiarificatore il duo voce-piano che propone la Who Am I? di Leonard Bernstein, scritta nel 1950 per il musical Peter Pan). Il pianista Domenico Sanna, il chitarrista Francesco Poeti, il contrabbassista Giuseppe Romagnoli e il batterista Matteo Bultrini meritano una citazione particolare proprio per l’abilità nell’offrire uno charme appena appena desueto e sempre perfettamente consono a tutto il cd, in spiccano Labile, dall’autobiografico testo in italiano e la tromba dell’ospite Francesco Fratini, e la poesia di Derek Walcott Dark August, musicata da Paparusso e dal chitarrista Fabio De Vincenti e proposta come singolo di presentazione del cd.

Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome