Rosalie

Nella Francia di fine Ottocento una ragazza barbuta sfida il perbenismo

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Rosalie
di Stéphanie Di Giusto
con Benoît Magimel, Nadia Tereszkiewicz, Guillaume Gouix, Benjamin Biolay, Gustave Kervern

Francia 1870. Rosalie (Tereszkiewicz) soffre di ipertricosi:  pelosa su tutto il corpo, se non si rade il viso con continuità le cresce una bella barba bionda. Difficile farla sposare. Il padre offre una dote cospicua. Abel (Magimel) porta un busto che contiene la sua spina dorsale: è tornato dalla guerra con la schiena devastata, la sua piccola mescita di paese langue e non sa come ripagare il prestito del capitalista che detta le regole alla comunità  come alla sua fabbrica. Due “mostri”, a modo loro, nella Francia profonda, povera e bigotta: Abel sposa Rosalie perché con la dote può saldare una parte del debito, ma quando vede tutto quel pelo non la tocca più. Rosalie, abituata a battersi contro i pregiudizi, non si perde d’animo e si lascia crescere una folta barba che scatena un meccanismo di attrazione /repulsione: porta soldi dei curiosi alla mescita ma suscita anche sentimenti violenti di rigetto sociale. La sua forza di volontà spinge lo spettatore a chiedersi se la società respinge il freak (la giudicano un’attrazione da circo) o non sopporta la donna che prende iniziative incurante del perbenismo: osa usare la fotografia per fare di sè un’icona di femminilità diversa e fa della sua diversità pubblicità. E a complicare tutto c’è che l’amore tra Rosalie e Abel esplode davvero.

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