L’insostenibile leggerezza di farsi chiamare Umberto Echo. Esatto, con l’acca, non è un refuso. E di firmare così sei album da titolare – a proprio nome non si può dire! – e oltre 250 produzioni per altri musicisti, senza aggiungere le sonorizzazioni di più di 1500 concerti. Insomma Philipp Winter, il cui cognome stagionale non si attaglia affatto alla sua musica e a quella di personaggi come Quadro Nuevo, Jazzrausch Bigband, Dub Inc., Jamaram, Sara Lugo, il jazzista Abdullah Ibrahim oppure i reggaeman Sly & Robbie con i quali ha lavorato, è personaggio iperattivo e ricercatissimo. Uno che da diverso tempo difficilmente si impegna in lavori che non abbiano alla base un livello qualitativo alto e un ventaglio di possibilità espressive assai ampio.

A lui si sono affidati, dimostrando di avere un ottimo “occhio”, i debuttanti Oluma, che da lui sono stati accettati e indirizzati verso territori talmente eterogenei e vibranti, diversificati e potenti, da ricevere da più parti la connotazione di global groove. La band di nove elementi è attiva dal 2021, quando il bassista Gregor Nicolai, il batterista André van der Heide (coppia ritmica fino allora animatrice delle notti berlinesi) e il sassofonista Roman Polatzky hanno deciso di mettere insieme una formazione con questo nome dal sapore afro, trovando gli altri partner tra le fila dei laureandi del Conservatorio di Lipsia.
Accomunati da una passione per il groove, la multiculturalità e la cucina – da qui il titolo dell’album di debutto Cooking Time – gli Oluma sono partiti dall’afrobeat e dal world jazz come base su cui inserire tutta una serie di sollecitazioni musicali provenienti dai vari angoli del mondo, a cominciare dal Sudamerica.

L’apertura è il veloce uptempo Felantropique, caratterizzato da un ritmo afro-beat anni 80 e da potenti ed energici interventi dei quattro della corposa sezione fiati, che offre un tocco errebì e jazzy al calderone Oluma. Tipico trampolino di lancio per le esibizioni live che i nostri amano particolarmente, forti della capacità di guidare il pubblico fluttuando in un mondo di sogno armonico e leggero, ma ricco e lussureggiante, è la successiva title-track, in cui brilla il sassofono baritono di Henrik Baumgarten.

Il successivo Tangerine è un brano fusion quasi d’atmosfera, cool e suadente con la scintillante chitarra elettrica di Mauricio Rivas che duetta e si incrocia con le tastiere dell’unica ragazza della band, la brillante Franka Bayertz. Preceduto dalla breve e quasi ambient Interlude, Achtronaut vola su groove densi e carichi di spunti, parte quasi blaxploitation per volare nel soul jazz e decollare tra Brasile prima, follie percussive poi ed errebì moderno di alto livello in coda. Oddacity è la traccia in cui gli strumentisti si alternano di più in assolo brevi e taglienti, giocati su una base parajazzistica e una ritmica fragorosa.

foto di Jascha Hase

Hasty Train corre nella notte ad abbaglianti accesissimi, illuminando il percorso con il funambolismo di Bayertz, che riporta in auge il vecchio acid jazz e insieme lo corrobora con un afro-beat fantasioso e mai scontato. Sunrow è una miscela di spezie che sa muoversi sinuosa tra l’inizio quasi uptempo, i rallentamenti liquidi, i fiati in parata e ancora le tastiere acide. On A Walk ha un andamento lento e a molle insacchettate, che ci conduce in un’atmosfera equivoca dai sapori arabeggianti. Nel clima latin jazz eighties di Song For Paulo brillano le percussioni di Fernando Reis, che sostengono le volate dei fiati e gli assolo dell’elettrica filtrata dal pedale wah wah e del sax baritono. Jello è un altro piccolo capolavoro acid jazz, in cui elettrica e fiati (da citare ancora Luke Strange alla tromba e Gregor Littke al trombone) sviluppano un gioco caleidoscopico di invenzioni e climi sonori. Chiude questo debutto di classe e vivacità, lontano dagli stereotipi e dall’accademia, la breve HRC Skit, che ha il sapore dell’arrivederci caratteristico del brano finale di un concerto.

Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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